falcone borsellino

Donna coraggio e degna del padre Paolo, Fiammetta Borsellino non si è mai piegata agli idoli o false verità: perché lei la “verità” l’ha cerca ad ogni costo!

Ha incontrato faccia a faccia il boss in carcere Giuseppe Graviano, e che nell’incontro avuto con il boss ha citato a Fiammetta proprio il condannato ma libero tra i nuovi del Parlamento che vorrebbe riprendere in mano le redini del Paese. Proprio Silvio Berlusconi.

Giuseppe Graviano mentre parlava del periodo della sua latitanza a Milano nel ’93 insieme al fratello Filippo, anch’egli condannato all’ergastolo per le stragi del 1992 e 1993, ha chiaramente fatto il nome del premier in carica nel ’94.

Nelle motivazioni della sentenza trattativa Stato-Mafia, a proposito del “Cavaliere” si legge:

“È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”. Non solo. Secondo i giudici, lo stalliere di Arcore – e rappresentante dei clan – Vittorio Mangano era informato in anteprima di novità legislative relative alla custodia cautelare direttamente dal fondatore di Publitalia, “per provare il rispetto dell’impegno assunto con i mafiosi”.

Agli anni delle stragi di Falcone e Borsellino sono susseguite false testimonianze, rapporti spariti, casi archiviati e verità nascoste: ma perché? I motivi si possono racchiudere con certezza nelle indagini che seguivano i due grandi magistrati e nella delegittimazione del famoso libro del magistrato Ferdinando Imposimato dal titolo “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, per poi proseguire con la mai ammessa verità sulle stragi di Ustica, dell’assassinio Aldo Moro, Piazza Fontana, Italicus…

Di certo quell’anedotto di una “Italia moglie e amante” nessuno vuole parlarne, oppure nessuno vuole assumersi pericoli e responsabilità. Ma ormai lo sappiamo ed è stato dichiarato, sia durante il processo sulla trattativa Stato–Mafia sia attraverso alcuni repertori delle varie “Commissioni d’inchiesta” prima e “Commissioni Antimafia” dopo, che una Stay behind o Gladio c’è sempre stata; la sola cosa che non emerge ancora è: Chi la comanda?

La certezza delle stragi che portarono ad uno spettacolo e segno di ammonizione per l’intera Italia, certezza che grazie a varie testimonianze di collaboratori di giustizia e boss di ‘Cosa Nostra’ che hanno dichiarato:

L’uccisione di Falcone fu decisa nel corso delle varie sedute delle “Commissioni” di Cosa Nostra presiedute da Totò Riina, avvenute tra settembre e dicembre del 1991. Ad essere presenti oltre a Riina c’erano: Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano.

La “Commissione provinciale” di Cosa Nostra scelse Roma come luogo per sferrare gli attacchi mortali a Falcone a colpi di kalashnikov, fucili e revolver. Poi, però, Brusca e Spatuzza iniziarono anche a contraddirsi nelle dinamiche che portarono all’esecuzione eclatante con 400 kg di tritolo, anche se per noi non sono vere e proprie contraddizioni ma paure. Paure che anche Falcone aveva sottolineato parlando dei “pentiti” a proposito di raccontare e fare nomi importanti. Perché (come effettivamente ancora tutt’oggi) senza un programma di protezione efficace nessuno intende parlare.

Di certo rimane che Riina cambiò idea sia sulla morte di Falcone e su quella di Borsellino; e anche questo è saltato fuori dalle testimonianze sulla ‘trattativa’. Questa volta grazie alle testimonianze del pentito Salvatore Cancemi che era a conoscenza dei segreti di Totò Riina.

L’effetto della mancanza di alcune informazioni che potrebbero portare alla verità e che nello stesso tempo confermano “infami” all’interno del “corpo istituzionale”, lo riferisce Brusca durante il processo trattativa Stato-Mafia, il quale ha affermato che durante una riunione di “commissione”, al quale parteciparono oltre lo stesso, Salvatore Cancemi e Salvatore Biondino, quanto segue:

«In quell’occasione – racconta Brusca – Biondino fece vedere a Totò Riina i verbali di un interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo che era stato ascoltato dal giudice Paolo Borsellino due giorni prima della strage dicendo: Quando Mutolo dice le cose vere nessuno gli crede“».

Per concludere questo articolo e dimostrare che l’isolamento e la censura a Fiammetta Borsellino è certezza, ricordiamo l’indagine che Giovanni Falcone stava conducendo insieme al generale dei ROS Mori soprannominata “Informativa Caronte”. Circa 890 pagine di rapporti e intrecci tra Mafia e Politica, e che poi finì nelle mani di Paolo Borsellino.

L’Informativa Caronte che portò all’arresto di numerose persone – di cui ne parleremo accuratamente – tra cui Angelo Sinio, considerato il ministro dei Lavoro Pubblici di Cosa Nostra, è il fulcro della verità processuale in quanto fu scoperto che dai mega milioni di lire solo l’0,8% toccava a Cosa Nostra e quindi ne rimaneva un 98,2% che è la fetta della “morte”.

Piano piano ricostruiremo la verità e se qualcuno volesse inviarci documenti o informazioni a riguardo ci contatti!