Ogni volta che Checco Zalone torna al cinema, l’uscita assume i contorni di un rito collettivo. Non è solo l’attesa per una nuova commedia, ma la curiosità – quasi morbosa – di capire quale lato dell’Italia verrà messo alla berlina. Con Buen Camino, però, la sensazione è che il bersaglio principale non sia più soltanto l’italiano medio, bensì lo stesso Zalone-personaggio, qui più fragile, più adulto, e decisamente meno protetto dall’armatura dell’irriverenza pura.
Il protagonista è un uomo ricchissimo, figlio di un padre che ha costruito l’impero economico di famiglia, e quindi eterno erede: irresponsabile, viziato, incapace di stare nel mondo senza la rete di sicurezza del denaro. Quando la figlia adolescente scompare per intraprendere il Cammino di Santiago, l’uomo è costretto a inseguirla, trasformando la ricerca in un viaggio fisico e interiore.
La struttura è quella, collaudata, del road movie formativo: una cornice narrativa che Zalone ha già esplorato in passato. Tuttavia, qui il rapporto genitore-figlio assume un peso più esplicito e personale. Il film sembra nascere dall’esigenza di raccontare la paternità non come gag, ma come responsabilità, rinuncia, persino spaesamento. È un tema che avvicina Buen Camino a una commedia “di crescita”, più che a una satira feroce.
Rispetto ai film che hanno consacrato Zalone come fenomeno popolare, Buen Camino sceglie una strada più morbida. La cattiveria sociale si attenua, lasciando spazio a una comicità più empatica, spesso costruita sull’imbarazzo e sull’inadeguatezza del protagonista. Il risultato è un film decisamente più “family friendly”, che guarda a un pubblico trasversale e cerca un equilibrio tra risata e messaggio.
Questo approccio ha un prezzo: la malinconia ironica e corrosiva che rendeva memorabili le sue prime opere qui emerge solo a tratti. Il desiderio di redenzione, il bisogno di arrivare a un lieto fine rassicurante, finiscono per smussare gli angoli più scomodi del racconto. Non è un difetto in senso assoluto ma una scelta che segna una chiara discontinuità.
Alcuni momenti di black humour – già molto discussi – sembrano voler ricordare allo spettatore che Zalone resta un comico capace di osare. Il problema non è tanto la scorrettezza delle battute, quanto la loro collocazione: episodi isolati, quasi slegati dal tono generale del film. In un contesto così misurato, questi affondi appaiono più provocazioni episodiche che parti integranti di un discorso satirico strutturato.
Il contrasto è evidente: da un lato un film che vuole abbracciare tutti, dall’altro brevi lampi di comicità più aspra, affidati spesso a personaggi volutamente caricaturali. È come se Buen Camino oscillasse tra due anime senza scegliere fino in fondo quale seguire.
Buen Camino intrattiene, diverte, e a tratti emoziona. È una commedia solida, ben confezionata, che dimostra una maggiore coerenza rispetto a lavori precedenti più incerti nella direzione artistica. Allo stesso tempo, però, rinuncia a essere davvero scomoda o memorabile.
In definitiva, è il ritratto di una comicità italiana contemporanea che preferisce non urlare, non dividere, non rischiare troppo. Zalone sembra aver trovato un’identità più matura, ma anche più prudente. Buen Camino è un film piacevole e sincero, che racconta il passaggio all’età adulta – artistica e personale – del suo autore. Non lascia il segno come i suoi lavori più iconici ma conferma la capacità di Zalone di leggere il presente e trasformarlo in intrattenimento popolare. Una tappa di passaggio, forse necessaria, lungo un cammino che resta tutto da esplorare.