Nemmeno il Covid ferma mazzette nella Repubblica di Tangentopoli

1292

Dopo anni vissuti all’ombra dei vitelli a causa del nome della nostra nazione, (“Italia” deriva dal vocabolo Italói, termine con il quale i greci indicavano i Vituli riferendosi ad una popolazione – quella calabrese – che adorava statue di vitelli), è forse giunto il momento di un adeguamento storico.

La ricerca di un nuovo riferimento non è difficile, basta identificarci con la pratica a noi più affine: la corruzione. Potremmo dare lustro a quel periodo storico in cui la pulizia nella politica e nel mondo dell’impresa sembrava l’imperativo: Tangentopoli.

“La Repubblica di Tangentopoli”. Ci sono peraltro i presupposti perché rimanga cosi ad infinitum; il “pericolo” di un cambiamento è stato sventato più volte.

Potremmo avviare una petizione, e dare finalmente un senso a quel mondo che ogni giorno sforna appelli inutili che vanno a sostituire le sane battaglie di un tempo. Ieri le rivolte oggi le petizioni, ieri il 68 oggi change.org, comodo, non ti impolveri e una volta spento il computer ti resta lo spirito di Che Guevara per qualche minuto.

A chi portare questa istanza? All’Europa? Ci conoscono fin troppo bene come dimostrano le recenti esternazioni sul quotidiano Die Welt: “I paesi dell’Unione europea dovrebbero certamente aiutarsi a vicenda nella crisi del Coronavirus. Ma nessun limite? E senza alcun controllo? In Italia, la mafia sta solo aspettando una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”.

C’è persino chi si è offeso. A completezza di opinione, va detto che il fenomeno mafioso si è esteso anche oltre le Alpi e questo, indubbiamente, grazie a chi, anche nella nazione di Die Welt, spalanca le porte ai milioni di euro che sfuggono il controllo del fisco. Non solo di quello italiano.

Ma non facciamo quelli che “abbiamo davanti agli occhi i vizi altrui, mentre i nostri ci stanno dietro”. Guardiamoli in faccia i nostri, perchè bene o male, le altre nazioni vanno avanti e il welfare, presso i compagni comunitari, funziona all’insegna dell’inclusione sociale.

Il nostro invece sopravvive sotto il segno della croce nel senso che, ogni giorno bisogna farselo sperando che la difficoltà quotidiana legata alla povertà, muova lo Spirito Santo all’aiuto di chi ne ha bisogno.

I furti delle risorse pubbliche sfuggono i controlli e la regia è sistemica, consolidata e potente. Invincibile? I fattori oggettivi dicono che lo sia. E’ crollato anche l’alibi del sud parassita e mafioso che da fondo ai guadagni del nord.

A crederlo è rimasto solo qualche analfabeta funzionale che, purtroppo, gode del diritto di voto. Eppure, le immagini delle bare portate via dall’esercito, sembravano l’inizio dell’anno zero in cui l’umanità poteva e doveva prevalere su tutto.

Quando arrivano disgrazie come il coronavirus, la priorità è farsi trovare pronti, la Cosa Pubblica soprattutto. E abbiamo pensato fosse intento condiviso, dimenticando la mole di milioni che una emergenza sanitaria di questa portata può liberare.

Dinanzi a quelli, le bare assumono le sembianze degli euro come il simbolo dei dollari negli occhi di Paperon De Paperoni. “La lingua batte dove il dente duole” si sa, ed è in piena emergenza che la richiesta di “mano libera” su appalti pubblici, ha preso piede.

Matteo Salvini, come ogni pupo che si rispetti, è stato il primo a raccogliere le istanze dei pupari: “Fase 2, serve totale deregulation e rivoluzione liberale. Bisogna ripartire dall’assoluta libertà di impresa: azzeramento di tutta la burocrazia, di tutti i controlli preventivi, silenzio assenso per le domande nei Comuni”.

Ma il pupo padano ha solo approfittato della situazione per ribadire quel che già gli era stato comandato in passato; esattamente un anno fa si dimenava per le medesime idiozie: “Sospensione del codice degli appalti per due anni”. Su queste basi, intendeva fondare lo sblocca cantieri.

Come dire ai mafiosi “accomodatevi! Gli appalti pubblici sono a vostra disposizione”, più di quanto già non accada grazie a gente di gran lunga peggiore dei mafiosi, questa specie di sguatteri politici.

Contro ogni umana aspettativa dicevamo, il covid 19 ha segnato la carica dei tangentari che hanno sfruttato il tutto per tutto per accaparrarsi soldi anche per i periodi di vacche magre che, per chi usa la pubblica amministrazione come bancomat, non arrivano mai.

In cosa erano realmente impegnati i nostri governanti mentre fingevano di provvedere soluzioni contro il virus? 

Nicola Zingaretti, dalla Regione Lazio, ci fa sapere che “in assoluta buona fede” ha commesso uno sbaglio da 35 milioni di euro con quella cosuccia delle mascherine mai giunte a destinazione e rassicura orgoglioso che parte dell’acconto di 14mila euro, anticipato dalla protezione civile, sta per essere restituito.

Il tutto con la sua faccia, senza alcuna vergogna dinanzi ai contribuenti che avrebbero ben ragione di cacciarlo a pedate. Promette una commissione con poteri ispettivi la cui presidenza sarà affidata all’opposizione e, siamo pronti a giurarci, anche grazie a questo, di quei 35 milioni si perderanno definitivamente le tracce.

E qualora ci fosse un giudice a Roma, la storia giudiziaria del governatore laziale ci insegna che lui, quando è chiamato a rispondere, usa il carosello del celebre lassativo, il confetto Falqui: “Basta la parola”. Indagini ferme, rimandate al mittente e magari, richiesta di scuse.

Secondo intercettazioni, si intratteneva molto al telefono con Luca Palamara, il pilota di nomine, e i maligni chissà che vanno pensando degli innocenti interessi che i due condividono, come la moglie del giudice a cui il governatore ha affidato un lavoro da 80mila euro l’anno.

Il Do ut des è una religione che raccoglie molti fedeli. E proprio a lui che invita gli italiani a considerare le mascherine “una moda estiva” per amarle e tollerarle, ne consigliamo una permanente perché la faccia, ha già fatto il suo corso.

E se a Roma 35 milioni buttati nella spazzatura (chi li ha fatti sparire di fatto è spazzatura), vengono auto giustificati con “un errore in buona fede”, a Milano il dramma/ridicolo si spinge oltre.

Una commessa da mezzo milione di euro finisce nell’azienda del cognato di Attilio Fontana, partecipata dalla moglie dello stesso ma lui non ne sa nulla. Problemi di  comunicazione?

Ci preoccuperemo di indirizzarli verso un buon terapista di coppia ma ora sarebbe il caso di capire perchè si può abusare del proprio ruolo fino a concedere affidamenti senza gare ai propri parenti e farla pure franca perché, siamo pronti a scommetterci, andrà cosi.

Dopo Formigoni, passato dal carcere ai salotti televisivi dove è richiesta la sua alta formazione in materia di sanità, grazie alla condanna di 5 anni e 10 mesi per corruzione, qualcuno se ne sorprenderebbe?

Dovremmo cogliere fino in fondo il senso delle esternazioni del Magistrato Nino Di Matteo che, con estrema franchezza ha dichiarato: “Da magistrato, provo una sensazione sgradevole di impotenza e sostanziale ingiustizia, nel momento in cui posso applicare o richiedere una pena detentiva più severa a chi ha rubato una bicicletta rispetto a chi ha contribuito a truccare o ha truccato una gara d’appalto di milioni di euro”.

 

close