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Sbankati – In Montepaschi la golden share l’hanno i privati

| 12 Settembre 2017 | ATTUALITÀ, ECONOMIA, POLITICA

Lo Stato italiano – al netto delle garanzie – spenderà 5 miliardi e mezzo di Euro per acquisire circa il 70% del Monte dei Paschi di Siena. Già Istituto di diritto pubblico, poi privatizzato a seguito delle leggi di Ciampi e Amato, ritorna ora al Tesoro dopo le note vicende che ne hanno contrassegnato gli ultimi anni.

Poteva essere un punto di partenza: la ricostruzione di un polo finanziario pubblico, volto soprattutto a garantire – in un mercato spiccatamente oligopolista – investimenti in innovazione, credito alle famiglie, finanziamenti alle imprese, soprattutto durante fasi di crisi come l’attuale. La distruzione della ricchezza plurisecolare di un territorio (sub specie di quasi azzeramento della fondazione omonima, nonché di vero e proprio esproprio di tanti piccoli azionisti) avrebbe forse avuto un sia pur parziale significato.

E invece no. Il delirio da privatizzazione – per lo più indotto dalle regole UE, ma non solo – farà presumibilmente sì che il Tesoro non sarà padrone neppure a casa propria. Una specie di golden share, ma al contrario. Sì, perché si sussurra (ad esempio, in questo ben informato articolo) che Generali, che a seguito del burden sharing sui titoli subordinati del Monte possiede ora il 4,3% della banca ex toscana, non punti soltanto ad un posto nel Consiglio di Amministrazione (cosa le tutto legittima, come principale socio di minoranza), quanto piuttosto al controllo della banca stessa. Prima, attraverso l’attribuzione – magari allo stesso Donnet – della vicepresidenza e la nomina (sempre su ispirazione triestina, o dei fondi internazionali, come arguisce Camilla Conti) di un Direttore Generale “forte”, tale da ridurre gli ambiti di competenza dell’Amministratore Delegato (posizione che non necessariamente continuerà ad essere ricoperta da Morelli), quindi attraverso una vera e propria operazione straordinaria.

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Sì, perché – tenetevi forte – non solo l’Unione Europea pretende che il controllo pubblico su Mps sia assolutamente temporaneo, ma anche perché è lo stesso governo a ritenere la banca, tutto sommato, nient’altro che un peso. Quando si dice la lungimiranza (per quelli colti: la vision). Va da sé che se chi vende è obbligato a farlo, chi compra spunta prezzi di saldo. Per esempio pratici rivolgersi a Ubi, o Intesa Sanpaolo, o – se volete fare un bel giro quand’è bel tempo – al Santander.

Aggiungiamo che in questo puzzle, già di per sé non particolarmente allegro per chi ha a cuore le sorti del Paese, più di un pezzo resta ancora senza collocazione. In primo luogo, il rapporto fra la Compagnia di Trieste e Axa, società da cui Donnet proviene e che è anch’essa socia di Montepaschi, con cui ha da tempo un rodato (più che altro per i francesi) accordo di bancassurance. Come possono non beccarsi, i due galletti nello stesso pollaio? Ad esempio, in caso di acquisizione di Generali da parte di Axa, piano che Donnet, mai veramente passato di là dalla barricata, da sempre coltiva.

Il che apre in sostanza l’interrogativo più importante: chi controllerà Generali? O, se si preferisce: chi sostituirà Mediobanca, la cui stella è ormai al definitivo tramonto? Secondo molti, anche per l’amicizia fra Donnet e Mustier, potrebbe essere Unicredit, primo azionista di Mediobanca, a sua volta primo azionista di Generali. Ma è pensabile che una banca divenga primo azionista di un’assicurazione che controlla un’altra banca? Non è che, allora, l’idea di crescere in Mps ha soltanto una valenza di manovra difensiva in una lotta che, in fin dei conti, è tutta francese? Non è che, anche in questo caso, stiamo assistendo ad un ulteriore passo verso la colonizzazione transalpina del nostro sistema economico?

Sarebbe lo specchio di una Nazione, che sta vivendo un’involuzione verso l’irrilevanza politico-economica ed i dolorosi sommovimenti politici dell’età post-rinascimentale.

TAG: Generali, Mediobanca, Monte dei Paschi, Montepaschi, Unicredit
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