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Contr’Appunti: si voti pure, purché non serva a nulla

| 25 Maggio 2017 | POLITICA

La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha finalmente adottato un testo-base per la discussione sulla nuova legge elettorale. Si tratta dello stesso sistema applicato in Italia tra il 1994 e il 2001 (il c.d. Mattarellum), ma con alcune modifiche sostanziali: la riduzione dal 75% al 50% del numero di parlamentari e senatori eletti in collegi uninominali (dunque con un sistema maggioritario a turno unico, in cui è eletto il candidato che prende anche un solo voto più del secondo concorrente), la creazione di “listini bloccati” con un numero molto limitato di candidati per quanto attiene la quota proporzionale, la mancanza di un meccanismo riequilibratore com’era quello dello scorporo (per cui i voti utilizzati per l’elezione del candidato nel collegio uninominale non erano poi computati ai fini del calcolo della quota proporzionale del medesimo partito).

Il sistema premia soprattutto i partiti con forte radicamento territoriale (dunque il PD e, in seconda battuta, la Lega) e punisce principalmente il Movimento 5 Stelle – che infatti farà le barricate soprattutto in Senato – e i partiti minori (i quali potrebbero non attestarsi al di sopra della soglia del 5%). Inoltre, nonostante che la vulgata giornalistica sproloqui da mesi di un presunto “ritorno al proporzionale”, si tratta di un meccanismo elettorale con venature maggioritarie non secondarie.

Ciò premesso per necessario dovere di cronaca, per una volta è forse opportuno contraddire la saggezza gnomica e concentrarsi – più che sulla luna (il nuovo progetto di legge) – sul dito che la indica: le dichiarazioni a margine della sua adozione, le motivazioni che stanno alla base di questa accelerazione.

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Dal primo punto di vista, si è immediatamente distinto il quasi Presidente Romano Prodi che, in un noto talk show televisivo, ha dispensato la seguente massima: “si accorderanno con una legge elettorale proporzionale che devasta il Paese. Come si accorderanno lo si vedrà dopo le elezioni. Purtroppo qui se continuiamo così garantiamo l’instabilità…”. Si tratta di una dichiarazione molto interessante, perché sottintende una specialissima visione della democrazia, secondo cui il principio di rappresentanza (che è quello che fonda i sistemi proporzionali) è di per sé un male per il Paese che lo applica. In altri termini: il voto può essere tollerato soltanto in quanto non rappresenti l’effettivo orientamento politico, fatalmente frammentato, dei cittadini che lo hanno espresso.

La ratio di questa peculiare idea di democrazia è rintracciato, nel discorso prodiano,  nel superiore principio della governabilità. Un Paese, per essere ben governato, dovrebbe infatti avere una maggioranza (parlamentare) coesa, cosa che può essere ottenuta soltanto laddove questa maggioranza sia attribuita a una minoranza (del corpo elettorale), più o meno consistente a seconda dei casi. Solo così, infatti, si possono prendere decisioni anche impopolari (come le mitologiche “riforme strutturali”) evitando di annacquarle in continui compromessi fra forse politiche. Cioè a dire che il voto può essere tollerato soltanto a condizione che non comporti la composizione – nella dialettica parlamentare – degli interessi confliggenti delle diverse classi sociali.

Questo rito laico, pur svuotato di gran parte della sua utilità, è da un lato visto con sempre maggiore insofferenza dalle élite dominanti (normalmente compendiate, dai media, nell’espressione “i mercati”), dall’altro è tuttavia ancora necessario per il mantenimento della pace sociale. Un’accelerazione così improvvisa nell’approvazione di una nuova legge elettorale volta neppure troppo nascostamente a votare il prossimo autunno invece che nel 2018 è pertanto una cosa abbastanza singolare.

Ma motivata. Nonostante le continue manovre correttive del bilancio dello Stato degli ultimi anni, a Bruxelles – dove il detto giolittiano in merito all’ermeneutica della legge è stato appreso appieno – ritengono di aver concesso anche troppa flessibilità all’Italia. Con la prossima legge di fine anno i nodi devono venire al pettine. Che si tratti di aumento dell’Iva, o di modifica delle norme sulle successioni, o di modifica degli estimi catastali, o della reintroduzione dell’Imu sulla prima casa (per i ricchi, ça va sans dire), o un po’ di tutto questo, non importa. Si tratterà di una manovra lacrime e sangue, che nessun partito vuole votare per poi pagarla elettoralmente qualche mese dopo. E siccome “mal comune mezzo gaudio”, ecco spiegate le aperture di Renzi a Forza Italia. Se il misfatto è comune, difficile ricordarlo agli elettori, alla tornata successiva.

Speriamo dunque che la legge – il Rosatellum, come è stato chiamato – si impantani. Sarà un altro annetto di vita. La fine tanto appare segnata.

TAG: Camera, contr'appunti, deputati, voti
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