La guerra civile yemenita, nel silenzio più totale dei mezzi d’informazione, sta per compiere il suo quarto compleanno ma per la popolazione non c’è ancora speranza di riuscire ad intravedere degli spiragli di luce in fondo al tunnel.

Il paese è dilaniato da una crisi umanitaria che si aggrava giorno dopo giorno e che coinvolge milioni di persone, che rischiano di morire di fame o di colera.

La scorsa settimana un comunicato dell’Oxfam ha contribuito a dare un’idea della drammaticità della situazione che la popolazione yemenita sta vivendo da anni. “Le famiglie yemenite sono costrette ad adoperare misure disperate per sopravvivere”: vendere in sposa le bambine quando sono ancora molto piccole. “Oxfam ha parlato con delle famiglie del governatorato di Amran, nel nord del paese – si legge nel comunicato – le quali, affamate ed isolate dopo aver dovuto abbandonare le proprie case, sono state costrette a vendere in sposa le proprie figlie – in un caso è stata venduta una bambina di tre anni – per comprare cibo e riparo in modo da salvare il resto della famiglia”. 

Questo è uno degli innumerevoli esempi che dimostrano quanto la situazione nello Yemen sia disperata. Ovviamente, durante guerre così terribili, i civili inermi sono i primi a rimetterci, subendo molte più disgrazie e vittime rispetto ai combattenti che stanno al fronte. I civili non hanno armi per difendersi né hanno accesso alle cure mediche e al cibo che di solito, seppur in scarse quantità, sono garantiti ai combattenti. Per questo migliaia di bambini e ragazzi yemeniti hanno deciso di arruolarsi. Perché chi fa la guerra ha qualcosa da mangiare.

Nel comunicato dell’Oxfam si afferma che il matrimonio precoce è una pratica diffusa nello Yemen ma “il fatto di essere così tanto disperati da vendere in sposa bambine così piccole per comprare cibo è scioccante”. “La bambine solitamente non si sposano prima di compiere undici anni” ma la guerra ha costretto le famiglie yemenite a prendere misure drastiche. Le figlie, seppur vendute, saranno protette, almeno in teoria, dalla famiglia dello sposo, mentre con i soldi della vendita i restanti familiari potranno comprare un pò di cibo.

La notizia della bambine vendute in sposa per comprare da mangiare è l’ennesima prova della gravissima crisi umanitaria che sta attanagliando lo Yemen da quattro anni e che coinvolge milioni di persone. Ciononostante, la guerra civile yemenita continua a rimanere fuori dai radar della grande maggioranza dei mezzi d’informazione, specialmente italiani, e pertanto l’opinione pubblica rimane all’oscuro degli orrori, creati dall’uomo, che stanno accadendo in quel lontano e poverissimo angolo d’Arabia.

Sabato, Henrietta Fore, direttrice esecutiva dell’Unicef, in un breve comunicato stampa, ha sottolineato gli effetti devastanti causati dalla guerra alla vita dei bambini yemeniti. “Due giorni fa (giovedì, nda) cinque bambini sono stati uccisi mentre giocavano in casa durante un attacco nel distretto di Tahita, a sud di al-Hudaydah” afferma Fore nella sua dichiarazione. “Ogni giorno – continua – otto bambini rimangono uccisi o feriti nelle 31 zone di guerra attive nel paese. L’orrendo bilancio della guerra sui bambini aumenta nonostante l’accordo fatto dalle parti belligeranti alla fine dello scorso anno a Stoccolma”.

Proprio quest’ultimo accordo, fatto dalle milizie sciite di Ansar Allah (Houthi) e dai miliziani fedeli al governo riconosciuto dalla comunità internazionale del presidente Hadi, con le Nazioni Unite nel ruolo di mediatore, stenta a produrre i risultati sperati. Il progresso più tangibile è il calo dell’intensità dei combattimenti nella città portuale di al-Hudaydah.

L’accordo di Stoccolma, stipulato lo scorso dicembre, era finalizzato a raggiungere una tregua in questa città affacciata sul Mar Rosso, dove, attraverso il porto, passa la maggior parte degli aiuti umanitari destinati ai civili yemeniti. Lo scopo ultimo era quello di garantire il flusso di aiuti umanitari attraverso il porto. In base all’accordo, Houthi e lealisti dovevano abbandonare la città che sarebbe stata controllata da una terza forza neutrale. I lealisti hanno però contestato che la guardia costiera, che prese il controllo del porto di Al-Hudaydah dopo che gli Houthi lo abbandonarono, sarebbe fedele ai miliziani sciiti. Alla fine quindi nessuno ha rispettato gli accordi e la tregua è stata violata più volte da ambo le parti, specialmente nelle zone circostanti la città, mentre le Nazioni Unite non dispongono di mezzi esecutivi efficaci per implementare quanto accordato. L’unico aspetto positivo è che l’intensità degli scontri è in generale diminuita da quando Houthi e lealisti hanno iniziato a dialogare.

Lo scorso 18 febbraio le due parti hanno raggiunto un nuovo accordo di massima per ritirare le rispettive truppe da al-Hudaydah, ma non hanno fissato alcuna data di scadenza. Finora questo nuovo accordo non ha prodotto alcun risultato significativo.

L’incertezza dei negoziati diplomatici per concordare una tregua stabile nella città portuale di al-Hudaydah si contrappone a una ferrea certezza: il perdurare della crisi umanitaria che coinvolge milioni di civili, e di cui i bambini sono le prime vittime.