La tregua nello Yemen regge. Il cessate il fuoco, entrato in vigore due settimane fa, seppur limitato alla città di Al-Hudaydah, è rispettato dalle fazioni belligeranti. Sebbene nel resto del paese si continui a combattere il fatto che sia stata decisa una tregua per Al-Hudaydah è molto importante. Si tratta infatti di una città portuale affacciata sul Mar Rosso, una delle più grandi dello Yemen, che ricopre un ruolo cruciale nel rifornimento di aiuti umanitari alla popolazione civile che da tre anni sta subendo le peggiori conseguenze della guerra. Fame e malattie hanno già ucciso decine di migliaia di persone mentre milioni di civili soffrono di insicurezza alimentare e sono a rischio carestia.

La maggior parte degli aiuti umanitari destinati alla popolazione civile passa proprio per il porto di Al-Hudaydah. La città è da mesi al centro di una battaglia, combattuta a fasi alterne, tra le milizie sciite Houthi e le truppe fedeli al governo dell’ex presidente Hadi. Il cessate il fuoco, deciso a inizio dicembre in Svezia con un negoziato tra Houthi e lealisti grazie alla mediazione delle Nazioni Unite, ha puntato a garantire l’integrità delle infrastrutture portuali e il passaggio degli aiuti umanitari destinati alla popolazione civile che ne ha un disperato bisogno.

Nel corso del fine settimana i miliziani di Ansar Allah (Houthi) si sono ritirati dal porto. Non è ancora dato sapere se anche le forze lealiste hanno abbandonato i quartieri di periferia che occupavano. Portavoce dei lealisti avrebbero dichiarato che abbandoneranno le loro posizioni solo quando avranno accertato che gli Houthi si sono effettivamente ritirati dal porto. In base a quanto stabilito dalla tregua, le truppe delle fazioni belligeranti devono abbandonare la città entro 21 giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, avvenuta il 18 dicembre. Il ritiro delle truppe dal centro abitato verrà supervisionato dalle Nazioni Unite, che hanno istituito un comitato ad hoc. Il comitato, presieduto dall’ex generale olandese Patrick Cammaert, è composto da membri degli Houthi e dei lealisti, in modo da garantire trasparenza e favorire l’accrescimento della fiducia reciproca tra le parti. Cammaert si trova ad Al-Hudaydah già da una settimana e avrebbe testimoniato di persona il ritiro dei miliziani di Ansar Allah dal porto, che ora passa nelle mani della guardia costiera yemenita. Secondo gli accordi presi in Svezia, le forze armate dei due schieramenti dovranno essere dispiegate al di fuori della città mentre il centro abitato verrà controllato da forze locali sotto la supervisione dell’Onu. Non è ancora stato stabilito a che distanza dalla città le truppe potranno essere schierate. Questo è un altro dei compiti a cui dovrà provvedere il comitato presieduto da Cammaert.

Nel frattempo, il presidente del consiglio Giuseppe Conte si è dichiarato contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita, che dal marzo 2015 è intervenuta nella guerra dello Yemen ponendosi alla guida di una coalizione di paesi arabi sunniti a sostegno delle truppe fedeli all’ex presidente Hadi. I sauditi sono intervenuti effettuando bombardamenti aerei che hanno ucciso migliaia di civili e distrutto le già arretrate infrastrutture del paese, facilitando la diffusione delle malattie e la scarsità di acqua potabile. Pertanto, il coinvolgimento militare nel conflitto yemenita ha attirato dure critiche su Riad, che è stata accusata di non prestare sufficiente attenzione all’individuazione dei bersagli e di non avere un minimo di cura per l’incolumità dei civili inermi.

Nel corso della conferenza stampa di fine anno Conte, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla vendita di armi all’Arabia Saudita, ha dichiarato che “sicuramente non siamo favorevoli alla vendita di armi, quindi adesso si tratta solo di formalizzare questa posizione e trarne le conseguenze”. Nei mesi scorsi i ministri Trenta e Di Maio avevano già espresso i loro dubbi circa la vendita di armi ai paesi in guerra, in particolare l’Arabia Saudita. Il presidente del consiglio ha accennato anche al caso Khashoggi di cui aveva parlato con il principe ereditario Mohammad bin Salman in occasione del G20 di Buenos Aires. “Ho richiesto, anche a nome degli altri partner europei, che l’accertamento della verità sia pieno, completo e che vi sia da parte del tribunale locale un processo secondo standard internazionali” ha detto il premier, che ha aggiunto: “dobbiamo assolutamente ottenere un accertamento della verità costi quel che costi”.

Le stragi di civili yemeniti compiute dall’aviazione militare saudita e il brutale assassinio di Jamal Khashoggi hanno formato un connubio che ha fatto emergere numerose voci critiche nell’arena della politica internazionale nei confronti di Riad per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, gli Stati Uniti, principali alleati e fornitori dei sauditi, continuano la vendita di armi, così come il Regno Unito. In realtà, il Congresso americano vorrebbe adottare una linea più dura nei confronti dello storico alleato mediorientale, mettendo definitivamente fine al supporto americano ai sauditi nella guerra civile yemenita. Al contrario, il presidente Donald Trump è più morbido e si è rifiutato di riconoscere la responsabilità di Mohammad bin Salman nell’assassinio di Khashoggi nonostante quanto rivelato dai servizi segreti.

Negli ultimi mesi Finlandia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Germania hanno messo fine alla vendita di armi all’Arabia Saudita. A questa lista potrebbe aggiungersi anche l’Italia in futuro, forse. Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo posti di lavoro e petrolio.