A volte i bambini fanno cose eccezionali; a volte i bambini martiri fanno miracoli. Amal Hussein con la sua morte forse riuscirà a salvare i suoi fratelli, la sua gente. Amal aveva 7 anni, la sua foto ha fatto il giro del mondo solo un paio di settimane fa grazie al New York Times. Amal stesa su un letto d’ospedale da campo, il suo corpo scheletrico colpisce a primo impatto, ma la sua forza è nello sguardo. Gli occhi rassegnati, gli occhi adulti, gli occhi che biasimano un mondo che si fa sempre le domande sbagliate.

La prima domanda sbagliata è: dov’è lo Yemen? Geograficamente si trova a sud dell’Arabia Saudita, per intenderci è la porta di accesso al Mar Rosso sul versante orientale. La domanda è malposta ed ininfluente essendo sostanzialmente un campo di battaglia per il confronto militare tra sciiti e sunniti. Fosse anche in Antartide, la guerra che qui si consuma è tra Iran e Arabia Saudita per l’affermazione di una specifica corrente dell’Islam. Trattasi di un confronto che va avanti ormai da secoli e che ha raccolto più vittime di tutte le guerre religiose sul pianeta. L’avvento dello Stato Islamico ha ulteriormente complicato il quadro, essendo la corrente jihadista avversa principalmente agli sciiti, considerati eretici, ma che non può essere accolta dai sunniti, poiché tale corrente maggioritaria è anche quella più legata all’occidente, per definizione infedele e in netto contrasto con i salafiti.

Il quadro è ben complesso, per chi lo guarda dall’esterno e anche per chi è coinvolto direttamente. Per rispondere alla precedente domanda, lo Yemen è nella posizione ideale per un confronto a viso aperto tra le due correnti, senza l’intervento degli infedeli occidentali. È stato spogliato dalle sue risorse ed essendoci l’Arabia Saudita e l’Oman abbastanza vicini, anche l’interesse per le occupazioni militari è molto ridotto. Quindi, usciti dal bar per evitare di rompere tavolini e bicchieri, la comunità mondiale si è messa in cerchio senza intervenire mentre i due si scazzottano passando però armi di ogni genere e incitando ora l’uno ora l’altro col fine, forse, di far proseguire con la lotta libera. Di ring di questo tipo, il pianeta al momento è piena e questi scambi avvengono nel silenzio generale.

La seconda domanda sbagliata è: da quanto tempo va avanti la guerra? Ufficialmente dal 2015 come ennesima coda della Primavera Araba. Sappiamo bene che i vari focolai in Medio Oriente scaturiti dal vento della rivolta, non sono nati per caso e le relative popolazioni sono in condizioni disperate da molto tempo prima della rivolta. Volendo però restare in letteratura, nel 2015 le forze Huthi con il sostegno di Hezbollah e Iran (non ufficialmente) hanno preso possesso della capitale Sana’a e hanno attuato una serie di manovre di svalutazione della moneta per mettere in ginocchio la controparte yemenita sostenuta dall’Arabia Saudita. Questo ha scaturito un impoverimento della popolazione tale da causare 3,5 milioni di sfollati e un numero imprecisato di morti (nell’ordine delle centinaia di migliaia).

Uno di questi non è morto in Arabia, Oman o Yemen; costui è morto a Istanbul. Jamal Khashoggi è stato ucciso all’interno del consolato Arabo in Turchia. Khashoggi era un giornalista de The Washington Post come inviato e conoscitore del mondo islamico, dovette allontanarsi dal suo paese d’origine proprio per essersi opposto pubblicamente alla guerra in Yemen ed essendo molto critico con le politiche interne e estere di Arabia Saudita. Khashoggi si era recato presso il consolato per ritirare i documenti per il suo matrimonio e lì ha trovato la fine. Il tutto è avvenuto ad Istanbul in forma assolutamente premeditata secondo i PM, per metterlo a tacere. La Turchia fino al 2015 si era presentata come stato laico non interessata a prendere posizione nella diatriba secolare, pur essendo principalmente costituita da popolazione sunnita; fino ad allora quindi il corretto ponte tra occidente e oriente. Con il voltafaccia di Erdogan e la virata netta della Turchia verso uno stato dichiaratamente Islamico sunnita, il legame con l’Arabia Saudita si è consolidata e con essa la dichiarazione di guerra ufficiale a tutti i nemici della fede sunnita, dai curdi a giornalisti sciiti, dall’Iran alle minoranze Yemenite.

La domanda fondamentale, anch’essa sbagliata, è: perché non ci interessiamo della guerra in Yemen? Da un punto di vista umano la vicenda ha tutte le caratteristiche per affascinarci. Una sorta di giallo internazionale che coinvolge Consoli e giornalisti, un movente amoroso per il giallo stesso, il coinvolgimento della popolazione civile con tanto di reportage che riporta le condizioni scandalose in cui versano bambini, donne, anziani e uomini adulti ormai ridotti a scheletri. Abbiamo anche motivazioni legate all’autodeterminazione di un popolo con aiuti di forze alleate esterne, la lotta a Dahesh.

Da un punto di vista umano sembrano esserci tutti gli elementi narrativi necessari per interessare il singolo, ma la massa, il gregge, segue il bastone del padrone. Il bastone è rappresentato dall’impatto mediatico, quanto se ne parla; questa quantità è misurabile in numero di parole spese su un conflitto e su questo pesano molto gli interessi e il coinvolgimento diretto dei nostri eserciti che a loro volta intervengono se ci sono interessi economici, statali e privati.

Lo Yemen è stato spogliato e depauperato da tutte le proprie ricchezze anni fa, il prezzo dei beni alimentari di prima necessità è quasi raddoppiato (partendo dall’escalation del 2015) associato ad una ulteriore svalutazione della moneta interna, ossia minor potere d’acquisto;  immaginiamo quindi una popolazione disoccupata da tempo, bloccata lì dove la guerra ragna sovrana e arriviamo agli occhi di così tanti bambini che ben si rappresentano nello sguardo di rassegnazione di Amal Hussein che, senza parole, racconta tutto questo, una bambina che non ha mai conosciuto la vita senza la guerra e non sa cosa sia la sazietà. Amal si spegne e penso di poter dire con meno angoscia di quanta proviamo noi nel vederla su quel letto d’ospedale; ospedale che ha lasciato tre giorni prima di morire per dar posto ad altri; lei non ha tutta la nostra angoscia perché non sapeva che un’altra vita era possibile. Per assurdo la sua rassegnazione si trasforma in serenità quando i suoi occhi si spengono. Chissà se sarà così forte da spingerci a guardare e a indignarci per quello che succede in Yemen come nel mondo e non solo per i primi tre giorni dall’accaduto. Anche solo questo sarebbe un grande passo per poter sperare e dire che il miracolo è compiuto.

CONDIVIDI
Articolo precedenteMaltempo, il Veneto è in ginocchio
Prossimo articoloLavoratori esternalizzati ASL e gare regionali al massimo ribasso
mm
Nata a Monopoli, ha conservato il mare e il sole del Sud Italia nel sangue; ha vissuto, studiato e lavorato a Foggia, Roma, Lisbona, Pisa e Johannesburg. Specializzata nella cooperazione internazionale e management del non-profit; da sempre interessata alle diverse sfaccettature del sociale, si è immersa in esperienze internazionali lavorative e di volontariato.