Nell’aprile del 1992 un ragazzo di una famiglia benestante degli Stati Uniti raggiunse l’Alaska in autostop. Pochi mesi mesi più tardi un gruppo di cacciatori d’alci rinvenne il suo corpo ormai in decomposizione. Il suo nome era Christopher Johnson MacCandless. Era cresciuto in un ricco sobborgo di Washington D.C., distinguendosi sia per gli ottimi risultati accademici sia per quelli sportivi. Appena conseguita la laurea con lode in storia nell’estate del 1990 sparì dalla circolazione e s’inventò una nuova esistenza ai margini della società, peregrinando attraverso l’America del Nord in cerca di un’esperienza pura e trascendentale.

La felicità è un’utopia?” Quando cozziamo con questo interrogativo avvertiamo la pelle d’oca, sintomo evidente di una “malattia” del vivere che tutti, prima o poi, come medici un po’ inesperti ci ritroviamo a diagnosticare in noi. Prima o poi, perché almeno una volta nella vita ci poniamo questo importante interrogativo. Più volte nei luoghi quotidiani, a casa, al lavoro, al ristorante, in quei posti gremiti di gente, quello che sentiamo è una voce cinica che afferma con sprezzo: “Si! Non esiste!”. Un cinismo che quasi si prendesse gioco di noi quando vogliamo non il mondo intero  ma  – come ci confessa caldamente Gaber nella “Canzone dell’appartenenza”- “… soltanto un luogo, un posto più sincero, dove magari un giorno io possa dire: questo è il mio posto”! E a questo punto sorge, una domanda spontanea: se la risposta alla domanda è negativa qual è l’autostrada per cui valga la pena pagare il biglietto al casello? Il cosiddetto “posto più sincero” di cui parla Gaber?

Alexander Supertramp, soprannome di Christopher MacCandless è l’eroe post-moderno alla ricerca di una felicità di cui ignora completamente la via. Ma inconsapevolmente è alla ricerca di una strada che lo riconduca a “casa”, casa che non è quella dei genitori che gli imbottiscono il cuore di cose e cose, dandogli denaro in abbondanza e promettendogli un’auto nuova post-laurea. Christopher risponde che gli va bene il suo “catorcio”. Non ha bisogno di un’auto ultimo modello. Christopher non necessita di cose per vivere, ma della verità di sé, quel ricercare incessantemente quella “casa”, quel “posto più sincero”. Infatti le uniche parole confortanti erano quelle dei suoi scrittori preferiti: Jack London, Tolstoj, Thoreau e Pasternak. I grandi scrittori ci conoscono, leggono la nostra anima. Dirà Christopher citando Thoreau “non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia…datemi solo la Verità”.

Christopher decide di fare una scelta drastica, che comporti un cambiamento totale nella sua vita. Il suo obiettivo è intraprendere un’avventura in Alaska per spegnere col freddo glaciale degli iceberg il fuoco del suo (mal)essere interiore. Distruggere i pilastri dei ponti di collegamento con la sua famiglia, con la società, con il mondo è l’unica alternativa al disagio esistenziale insito nel suo animo. È una campagna a favore della solitudine, dell’emarginazione sociale, dell’isolamento dal “Tu” che può compromettere questa “via di purificazione del sé”. C’è una polarizzazione in lui. Infatti, sfumata a un polo la voglia di cercare “un posto più sincero”, e dall’altro emerge il volersi emarginare dal mondo perchè le cose del mondo sono troppo effimere per “viverci dentro”. C’è il desiderio di fare l’impresa di sopravvivere in quel posto sperduto per anni, senza aiuti possibili e concreti, e ritornare più forte di prima.

Per questo un po’ come Mattia Pascal che muore e rinasce Adriano Meis, muore Christpher MacCandless e rinasce Alexander Supertramp. Il suo escludere la sua persona è all’interno del progetto e il piacere di poter riuscire nel suo intento è un’arma a doppio taglio nei confronti dei volti che incontrerà sull’asfalto della vita (prima di partire abbandona la sua auto, gettando la targa in un cassonetto e brucia i suoi ultimi contanti). Un taglio netto anche con le cose. Scambia discorsi con i viandanti della strada quali una coppia hippy, e la donna rivede in lui suo figlio scomparso. Incontra una diciassettenne innamoratasi di lui a cui non vuole concedersi perché sa che il tempo non renderà giustizia a quel rapporto e infine un signore anziano, pensionato, che vuole adottarlo e portarlo a casa sua. Questi visi ricevono tutti un secco no poiché Alexander Supertramp è fortemente risoluto ad andare in Alaska. E soltanto all’ultimo respiro della sua vita, ormai moribondo, Alexander Supertramp ritornerà ad essere Christopher MacCandless perché si accorgerà leggendo tra le righe di un libro di Tolstoj,  che “ la felicità è vera soltanto se condivisa” e lì allora la memoria lo assisterà nel proiettargli tutti i fotogrammi della sua famiglia e di tutte quegli uomini e donne che gli sono rimasti nel cuore dell’anima. E piangerà lacrime amare per avere scoperto una verità essenziale per la vita, troppo tardi. Troppo tardi. Grazie a Christopher, oggi, impariamo un lezione di vita tangibile: siamo noi stessi soltanto a contatto con tutto ciò che è umano.