Viviamo in un era immersa completamente nel digitale, nonostante quei pochi scettici rimasti che impavidamente si sottraggono al sistema di vita così avanzato, il digitale presenta ancora delle lacune di carattere educativo che, purtroppo, non riesce a porsi delle regole ben precise.

Regole tra l’altro che dovrebbero essere state trasmesse dall’era analogica e che, per motivi sconosciuti, non riescono proprio a trovare una collocazione educativa adeguata. Insomma, la verità è lì sotto gli occhi di tutti. In quello che tutti da anni, ormai, chiamiamo ‘social’. Proprio così i ‘social’. Chapeau!

Il rovescio della medaglia

Eppure dietro questo status di interazione sociale si nascondo insidie molto pericolose tanto quanto fastidiose. Dove il giudizio collettivo è diventato una sorta di disturbo al dialogo e l’offesa un diritto incondizionato. Per carità, la libertà di parola è un diritto innegabile – tra l’altro noi ne siamo i promotori (ndr) – ma in questa giungla mediatica dove, appunto, i social sono entrati di prepotenza nella nostra vita, hanno consentito ad alcuni individui di attaccare il pensiero senza mostrare realmente la propria identità.

Questa è una pratica molto diffusa in un mondo mediatico così avanzato da nascondersi dietro profili creati prevalentemente per reprime il libero pensiero di ognuno di noi. Una pratica che sconvolge non solo l’esistenza di chi interagisce ma che destabilizza la libertà, quella libertà che in certi frangenti sembra quasi utopia.

Oggi se non sei visivo sui social non sei nessuno, non hai valenza in questa società digitale. La tua persona diventa automaticamente una figura astratta, inesistente, il tuo profilo resterà per sempre nell’oblio dell’anonimato. Per alcuni una scelta per disturbare, per incidere negativamente sul pensiero di altri attaccando anche con l’offesa.

Il fake

Questa forma di vigliaccheria che permette di interagire tramite profili fake, comunemente chiamati, creati apposta per legittimare l’insulto, l’offesa, nei confronti della libertà di espressione. Sonia Tumino, Matteo Lamberti, Manuel Camedda, questi sono alcuni nomi di personaggi inclini a costruirsi identità fake per insultare e disprezzare tutto quello che non rispecchia la loro scialba vita sociale; ammesso e concesso che ne abbiano una!

Ad esempio Manuel Camedda, alias Silvio Richieri, un signorotto di quarantasei anni torinese, ha avuto la brillante idea di costruirsi un’identità fake sui social per legittimare squallide esternazioni offensive nei confronti di altre persone. Il Camedda, anzi precisamente il Richieri, evidentemente ricco solo di idee contorte, al momento della creazione del suo profilo falso ha avuto la brillante intuizione di anteporre al suo vero cognome quello di sua madre. Un vero genio della tastiera!

Premesso che la gogna mediatica non è contemplata nello stile di questa testata giornalistica anch’essa digitale, l’intento è quello di smarcherare questi temerari avventurieri del web i quali si divertono alle spalle di chi un profilo e una faccia ce la mette per davvero. Allora caro signor Camedda o Richieri, come preferisce, diffondere odio sui social per poi addirittura gioire e infierire nella vita di una famiglia che ha perso la propria figlia per cancro, francamente è demenziale.

Ma la cosa che rabbrividisce più di tutto, e francamente ci lascia anche molto perplessi, è che il signor Camedda alias Richieri sia un “volontario” presso un’associazione che contrasta la violenza di genere. Allora non si comprende come questa associazione non prenda le distanze da costui, che con una moltitudine di account fake adibiti a diffondere odio sui social. Ai social ardua sentenza.