Serbian military members render salutes to the guests of honor Sept. 3, 2009, during the conclusion of the opening ceremonies for Combined Endeavor 2009 at Kozara Barracks, Banja Luka, Bosnia-Herzegovina. Combined Endeavor 2009 is a Headquarters U.S. European Command-sponsored communications and information systems interoperability test between and among Partnership for Peace and NATO nations. (U.S. Air Force photo by Tech. Sgt. William Greer/Released)

C’è poco da fare, i Balcani sono la polveriera d’Europa. “Producono più storia di quanta ne possano digerire” disse una volta Winston Churchill. Un modo per dire che i fatti politici che avvengono in questa regione spesso hanno riverberi drammatici nel resto del continente e non solo.

A dimostrazione del carattere fortemente destabilizzante di questa regione basta ricordare un paio di eventi storici. La miccia che fece scoppiare la Grande Guerra venne accesa proprio nel cuore più instabile dei Balcani. A Sarajevo, oggi capitale della Bosnia-Erzegovina, all’epoca città dell’impero Austro-Ungarico, l’uccisione dell’erede al trono della casata d’Asburgo avvenuta il 28 giugno 1914 da parte del terrorista serbo-bosniaco Gavrilo Princip si rivelò il casus belli di una guerra che divenne mondiale nel giro di una manciata di mesi. La stessa Sarajevo fu poi vittima di un terribile assedio durato tre anni nel corso della guerra di Bosnia, la più brutale delle guerre jugoslave che insanguinarono i Balcani durante gli anni Novanta e che furono caratterizzate da massacri, genocidi e pulizie etniche che causarono decine di migliaia di morti.

L’ultima delle guerre jugoslave fu quella del Kosovo, regione situata all’estremità meridionale della Serbia e a maggioranza albanese, combattuta tra 1998 e 1999, che vide contrapporsi da un lato la Serbia e dall’altro i secessionisti kosovari, questi ultimi appoggiati dall’aviazione della Nato. La guerra si risolse con la vittoria dei secessionisti e il Kosovo proclamò l’indipendenza nel febbraio 2008. Da allora la questione del riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente spacca letteralmente in due la comunità internazionale. Circa 111 dei 193 Stati rappresentati alle Nazioni Unite riconoscono il Kosovo. Tra gli Stati che non lo riconoscono vi sono, oltre alla Serbia ovviamente, Bosnia-Erzegovina, Russia, Cina, India, Iran e Brasile ma anche Stati dell’Unione Europea come Spagna, Grecia, Romania e Slovacchia.

Insomma, come si può ben evincere la questione del Kosovo è altamente divisiva mentre i rapporti tra la Serbia e la sua ex regione meridionale sono caratterizzati da uno stato di tensione latente per cui vi è sempre il rischio di una escalation. Ed è proprio questo che sta accadendo nelle ultime settimane. Alla fine di novembre il governo kosovaro ha imposto dazi sull’importazione di merci serbe per il 100 % del loro valore come ritorsione per l’ostruzionismo serbo volto ad impedire l’ingresso del Kosovo nell’Interpol.

Ma la guerra commerciale non è affatto l’ultimo focolaio di tensione tra i due paesi, né il più grave. La primo ministro serba Ana Brnabic ha affermato che l’opzione dell’intervento militare è sul tavolo nel caso in cui il Kosovo decida di dotarsi di un esercito. Le parole minacciose di Brnabic traggono origine dal voto che il parlamento kosovaro dovrà esprimere il 14 dicembre per decidere se istituire o meno un esercito. Belgrado teme che Pristina potrebbe usare l’esercito per annientare la minoranza serba presente nel Kosovo. “Spero che non dovremo mai usare l’esercito ma questa è una delle possibilità attualmente sul tavolo e non abbiamo intenzione di stare a guardare questa….pulizia etnica” ha affermato la premier serba.

L’eventualità di una seconda guerra del Kosovo sembra poco probabile secondo gli analisti. Per almeno due motivi: un’offensiva militare serba renderebbe del tutto vani gli sforzi fatti finora nell’ambito del processo di integrazione della Serbia nell’Unione Europea e scatenerebbe una dura ritorsione militare da parte della Nato. In realtà se i serbi volessero davvero fare gli spavaldi e agire in modo irrazionale potrebbero forzare la mano per vedere fino a che punto i russi sono disposti ad appoggiarli (vi ricorda qualcosa?). Tuttavia, questa possibilità sembra davvero remota poiché anche un completo appoggio russo non impedirebbe alla Nato di far piovere missili su Belgrado come nel 1999.

Per calmare le acque è dovuto intervenire il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha avuto un colloquio telefonico con il presidente serbo Aleksandr Vučić e il primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj. Stoltenberg ha criticato il governo kosovaro e ha detto che l’intenzione di istituire un esercito è “inopportuna, va contro i consigli di molti alleati della Nato e può avere ripercussioni negative sulle prospettive di integrazione euro-atlantica del Kosovo”. Il segretario generale ha chiesto “calma e moderazione” invitando Belgrado e Pristina a “evitare qualsiasi azione o dichiarazione provocatoria”.

L’escalation sembra per il momento scongiurata anche se bisognerà osservare il voto del 14 dicembre e le conseguenti reazioni. Ad ogni modo, la tensione latente tra Serbia e Kosovo ci ricorda che la polveriera d’Europa è sempre pronta a esplodere creando situazioni altamente destabilizzanti. L’integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione Europea e nella Nato dovrà essere portata avanti con estrema cautela e lungimiranza, a differenza di quanto è stato fatto con i paesi baltici e dell’Europa centro-orientale.