Quando si tennero i funerali di Fabrizio De André il 13 gennaio di 20 anni fa a Genova, e non a Milano dove era morto, ad accompagnarlo c’erano oltre diecimila persone, così tante da suscitare l’invidia di Villaggio, che lo rinonimò Faber, e di non pochi altri. In gioventù, De Andrè l’aveva detto, se amammo in cento l’identica donna e partimmo in mille per la stessa guerra, non c’era da consolarsi perché quando si muore, si muore soli. Nella canzone si parlava di un testamento che non avrebbe lasciato contenti gi eredi.

Come il testamento fantasma di cui si vociferò ossessivamente in quei giorni, a favore di deboli, bimbi ed indigenti, che avrebbe nei fatti diseredato il figlio Cristiano e la moglie Dori. Che invece da allora sono eredi permanenti, l’uno cantante deandrologo, l’altra custode della Fondazione, tornata in pista e sulla scena per il film Il principe libero dell’anno scorso. Come con Coppi e Bartali, Mazzola e Rivera, l’Italia era divisa tra i due romantici considerati di destra e di sinistra, Lucio Battisti e appunto Faber, morti uno a pochi mesi dall’altro, nel ’98 e nel ’99. E da allora maturi, giovani e meno giovani pensano ai due come ai sommi poeti innarivabili. Eppure nessuno dei due aveva una voce regolarmente melodica, né scriveva i testi delle canzoni (che per De Andrè erano di Piovani, Fossati, Bubola e Pagani), né aveva un aplomb di accattivante simpatia. Entrambi furono lanciati al grande pubblico dall’interpretazione di Mina, che non affascinò mai i clan di destra o di sinistra (ma in compenso dei gay, trav e trans, si).

Della musica gli interessava poco, delle idee sì, messe in rima da altri ed i temi funzionavano però, come il pacchetto completo, gli occhi languidi da fattone, un bicchiere ed una sigaretta, uno ed una dietro l’altra. De Andrè cantava di bassifondi, di ubriachi, di puttane, di nemici degli sbirri cui non avrebbero mai fatto la spia, di sconfitti della vita. Sembrava il cantore del riscatto sociale ma era un misunderstanding. Il figlio del Presidente della Eridania Zuccheri, già amico di quel Pacciardi implicato nel golpe bianco, ogni tanto si stufava dei soliti lussi ed ori (quelli contro i quali si lanciava armi in vista Guccini) degli appartamenti di Villa Paradiso, bella antica magione genovese ricordata anche da Foscolo e si rifugiava nel mondo opposto, che per lui era una gran bella novità.

Per nascita e ricchezza era ben al di sopra della comune buona educazione borghese, che non disprezzava ma semplicemente ignorava. Nei bassi poteva far comunella con i beoni con cui condivideva l’adorazione della bottiglia cui promise di rinunciare solo in occasione di punto di morte del padre. E’ una gran bella cosa essere ribelle e libertario ed è un gran lusso poterlo fare veramente; indifferente sempre e comunque al popolo vicino, per esempio attaccato alla bottiglia tutto il tempo dei viaggi aerei, o cadere sul morbido aiuto familiare magari sistemato al peggio come vicepreside di una scuola privata, durante il tempo da vivueur, quando il playboy Piroddi gli presentò la buona, bella e ricca Puny, l’Enrica, madre di Cristiano, che ha preso dal padre a guardarne gli amori con la Parietti.

La trovata dei vangeli apocrifi de La buona novella, fu il modo di strizzare l’occhio, pur provocatorio e libero, al mondo religioso che all’epoca, tra marxismo, permissivo, femminismo si vergognava della propria reazione. In fondo per il canta(non)autore, che si prese un’unica denuncia in vita proprio per danneggiamento ad una chiesa, il Cristo era uno che all’alcolizzato offriva un altro cicchetto. Storia di un impiegato, sesto LP del Faber, originò dai racconti di Villaggio sui coevi Fracchia e Fantozzi, figure della genovese Italiampianti che l’attore, all’ufficio personale aveva potuto conoscere bene. Il musicista non scendeva tra le meschinità e emozioni quotidiane e rese l’impiegato come un terrorista, anarchico e bombarolo, più vicino alla lotta armata del secolo precedente, più simile ai destri che ai sinistri. Le Brigate Rosse che a Genova avevano una colonna che l’anno dopo nel capoluogo ligure avrebbe rapito il magistrato Sossi, espostosi contro la genovese della XXII Ottobre, avevano finalmente il loro cantore.

A lungo si è irriso, definendoli paurosi deficit di cultura democratica dei  rapporti segnaletici della polizia che dipingevano De André come fiancheggiatore e finanziatore delle BR. Faber, però, era veramente universitario fuori corso in giurisprudenza (non si laureò mai), veramente vicino all’estrema sinistra, agli anarchici, ai filocinesi, al sovietico PSIUP ed all’idea di creare una comune hippy nei 150 ettari dell’Agnata, tenuta gallurese di boschi, pascoli, coltivazioni, allevamenti, ruscello e vecchio casale, a Tempio Pausania (Sassari) acquistata nel ‘75 e divenuta residenza nel ’79 del Genovese, oggi boutique hotel. Non era il solo; all’epoca centinaia di migliaia di persone tifavano per il terrorismo e milioni si collocavano, come si diceva allora, né con le BR, né con lo Stato, area sfiorata addirittura pericolosamente dallo stesso Corrierone di Ottone. Il circolo Due Porte, sospettato di copertura dei brigatisti e dove Faber, come altri, andò a suonare, era un’anticipazione dei centri sociali e occupati che si sono trascinati fino ai giorni nostri.

Lo stile ambiguo e allegorico, il linguaggio allusivo, involuto ed ermetico, il dire e non dire fecero poi attraversare al De Andrè incolume diverse epoche; dopo il successo popolare si fece, a seconda dei momenti, socialisticamente prima, e giustizialisticamente dopo, psicologicamente verdiglionesco, ai limiti dell’incomprensibile, sempre due metri in aria sopra lo sporco selciato che mai poteva toccarlo, tanto da sopportare all’inglese anche il rapimento sardo ed i 600 milioni di lire di riscatto, quasi fossero fenomeno naturale della terra dove si era trasferito.

Cantò dei secondini napoletani, che un tempo aveva irriso, cantò regionalisticamente dei sardi che l’avevano rapito e poi di altri popoli in continui esperimenti mentre i concerti si facevano sempre più monumentali ed  i concetti più sottili, quasi invisibili con orchestre sempre più grandi, lui che aveva cominciato con pochi accordi di chitarra ed un filo di voce nello stile delle semplici ballate alla Brassens. Mai collettivamente però ed inizialmente neppure molto dal vivo. Gli era consono solo il religioso silenzio, l’aura poetica, la rivoluzionaria, seppure distante, individualità, poi l’occhio di bue, ad incorniciarne il genio.

Un ruolo cui il Nostro si adeguò subito benissimo e che gli permse di mostrarsi come non era; quanto fingesse in pubblico, solo gli amici intimi lo sapevano. Le donne ce ne lasciano il ricordo più umano, più italiano; l’amore con Dori, biondona del mondo disimpegnato, fu l’ennesima cosa, complice il Malgioglio, che ai tempi della Storia di un impiegato, che a lungo evitò di cantare in pubblico, il suo Nome gli permise di avere, senza meraviglie e critiche del mondo alternativo. Nelle sue canzoni, le Princese sono quasi sempre puttane o amori di un momento, da Bocca di Rosa all’incontro di Re Carlo, da Nina, a Marinella e le passanti. Le donne di oggi si sdilinquiscono per il suo ossimoro della lealtà del tradimento, Di fronte al bello sono disposto a qualsiasi infedeltà; giustificano come solo loro sanno fare, appellandosi alla femminilità del Poeta. Le poteva avere tutte, perché in fondo era uno di loro donne.

Di lui Gaber scettico forse perché bruttino, non si capisce se De Andrè sia liberale o comunista; infatti divenne vate perfetto per gli anni ’90 del centrosinistra americaneggiante che gli diedero unanimi tributo formale. Antesignano del laboratorio del gusto nel ristorante dell’Agnata, fosse vivo, oggi ce lo troveremmo monumento di se stesso, protagonista di trasmissioni di musica e cucina. La morte ne ha salvato il ricordo.

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Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.