Il paese è in preda all’anarchia. I soldati disertano uno per uno.

Il ferreo controllo del regime sulle forze dell’ordine sembra sgretolarsi man mano che quest’ultimo perde popolarità ma la a linea di fermezza rimane in vigore chiudendo ogni possibile risoluzione pacifica della controversia.

In realtà non è rimasto nulla su cui governare. Nulla di valido sul suolo che possa ispirare un certo ordine. La percezione è quella di un Paese in rovina dal quale tutti quelli che possono continuano a fuggire in massa dalla scarsità e dalla violenza.

Il Venezuela resta sotto il mirino delle grandi potenze per il suo sottosuolo ricco di Petrolio, Oro, Diamanti, Coltan e altre maledizioni che, pur rappresentando delle potenziali fonti di arricchimento, costituiscono la rovina dei Popoli.

Sul suolo invece la situazione non può che peggiorare. La violenza e la criminalità sono all’ordine del giorno. La fame  e le malattie sono due bestie che continuano a divorarsi le persone. La Pubblica Amministrazione non esiste, è stata assorbita dalla macchina clientelare del Partito unico. Stessa sorte per tutti gli organi di uno Stato ucciso da un overdose di revoluciòn.

In ciò che rimane del Venezuela, vige la legge del più forte. Sia a livello economico, sia a livello umano, non può che sopravvivere un’élite sempre più ridotta che può permettersi di mangiare al tavolo degli oligarchi.

Si tratta di una nuova élite venutasi a creare  nel nome del ‘Socialismo del Siglo XXI’ e che nel giro di vent’anni ce l’ha messa tutto per svuotare le casse di uno Stato precedentemente ricco.

Nel frattempo, gli altri devono fuggire a queste condizioni oppure cercare di sopravvivere in mezzo a un economia iperinflazionata che è all’origine di un circolo vizioso nel quale, quando arriva il cibo non si hanno i soldi per acquistarlo o quando si hanno i soldi non c’è più nulla da acquistare.

La sfida, quindi, è quella di far coincidere il rifornimento degli scaffali con il possesso dei soldi. Questo non lo si può fare risparmiando perché la valuta perde il proprio valore con il passare delle ore.

Sebbene sia risorta una certa speranza con l’arrivo di Juan Guaidò, il quale conta sul sostegno di almeno il 70% della popolazione, la situazione non è ancora risolta e il Paese è tutt’altro che governato.

Mentre Guaidò rientra a pieno titolo nell’incarico di Presidente ad interim secondo l’art. 233 del testo costituzionale venezuelano, Maduro occupa de facto il Palazzo di governo. Stando le cose così, ci ritroviamo in uno stallo nel quale nessuno detiene il Monopolio legittimo dell’uso della forza sul territorio.

E quando il tutto sembrava combaciare a livello internazionale, Pechino e Mosca hanno deciso di porre il loro veto nel Consiglio di Sicurezza. Nel nome del Principio di non ingerenza, essi hanno bloccato la creazione di una coalizione che facesse arrivare dei soccorsi umanitari nel Paese.

Sempre Pechino e Mosca riconoscono Maduro come il “legittimo Presidente del Venezuela” nonostante quest’ultimo occupi illegalmente il Palazzo di governo dopo la scadenza del proprio mandato.

Ci ha provato anche l’Unione Europea proponendo la realizzazione di elezioni che risolvano una volta per tutte la controversia e, soprattutto, che sblocchino la crisi politica di un Paese in emergenza. Come sempre, Maduro ha respinto questa possibilità e, ancora una volta, Pechino e Mosca lo sostengono fino in fondo.

In conclusione, quando si parla del Venezuela si confrontano due dimensioni diverse: La superficie e il sottosuolo.

Mentre gli USA, i Paesi latinoamericani e l’UE si riferiscono a un’emergenza che ha luogo nella superficie senza però negare degli eventuali interessi verso quanto contiene il sottosuolo, Pechino e Mosca invece, negano la prima delle dimensioni.

Per loro, quando si parla del Venezuela non s’intende nient’altro che il sottosuolo nel quale hanno immerso i propri interessi e tutto il caos che possa avvenire al di sopra di esso conviene.

Nello specifico, a Pechino e Mosca può stare anche bene l’emergenza umanitaria – e continueranno a difendere il suo autore – nella misura in cui essa continui a produrre la decimazione di una popolazione la cui presenza non può che dare fastidio alle loro pretese neocoloniali.