Il 16 Aprile 1631

Può non dirci niente di significativo; non è facile collegarlo a qualche evento di grossa portata. Non è così per i Cappuccini di via Vittorio Veneto, a Roma. A quella data, infatti, risale il trasferimento dalla precedente chiesa di San Bonaventura, vicino Fontana di Trevi, nello stabile all’epoca appena costruito dai Barberini, stabile di cui oggi rimangono soltanto la chiesa e la cripta cimiteriale.
Nello scambio, i resti mortali dei Cappuccini del cimitero di San Bonaventura furono trasportati in Via Veneto e le loro ossa, assieme a quelle di frati, di poveri e perfino di qualche principino Barberini morto precoce, furono usate per ornare le inquietanti cripte oggi visibili al pubblico. 1631. Trecento viaggi per portare tutti i teschi, le tibie, i bacini, le falangi, i peroni, gli omeri.

Cos’è il Seicento a Roma?

Intanto è la stagione del Quietismo e del gran contagio mistico: a parlarcene sono soprattutto i libri di teorizzazione spirituale e le agiografie. E’ il momento d’ascesa della dottrina di Miguel de Molinos, che fu condannato al carcere a vita come eretico verso la fine del secolo. La sua Guida Spirituale era stata un successo travolgente che aveva sparso a Roma la sua semenza di mistica ed estasi, penetrata in tutti gli strati sociali in maniera trasversale, fenomeno particolarmente contrastato dalla Chiesa ufficiale.
Le descrizioni estatiche ci mostrano quanto la ricerca di Dio si sia interiorizzata grazie a questa stagione e come il cammino verso l’Assoluto sia dettato da uno stato di quiete fiduciosa e non dal rigorismo.

Di contro, oltre la barricata, l’autorità ecclesistica vive

l’età Barocca come il trionfo della morte e del pensiero della morte, è l’ansia della comparsa a fine vita di fronte Cristo Giudice, implacabile; è l’era delle vanitas, dell’uso del simbolo polivalente del teschio.
Il teschio appare in raffigurazioni dei santi e dei servi di Dio. Pensiamo  solo al San Francesco in meditazione di Caravaggio (guarda caso ospitato proprio in Via Veneto); è sulla scrivania di Antonio Barberini, fratello del papa Urbano VIII; il successore di quest’ultimo, Alessandro VII, pare tenesse una bara sotto al letto. Tutto alimenta l’angoscia che avrebbe dovuto operare una conversione del cuore del penitente, per placare il Cristo Giudice giustamente adirato.
Altre spoglie mortali, le reliquie, sono sempre state un elemento pregnante non solo della devozione, ma anche della storia romana: erano lì secondo Ottavio Panciroli ne I tesori nascosti dell’alma città di Roma per convertire al cristianesimo la Caput Mundi dei tempi antichi ed è lì in tempi moderni per mostrare come Roma sia unica, per patrimonio storico e presenza di santi, rispetto a qualsiasi altra città del mondo; simbolo imperiale e capitale della respublica cristiana. Le reliquie, in particolare il corpo di San Pietro in Vaticano, danno a Roma il primato anche sull’orientale Costantinopoli; il culto dei martiri rimarrà molto sentito nella devozione romana perfino nel secolo dei lumi.
Nel Barocco l’ansia della morte porta a interrogarsi sulla salvezza eterna di quanti vivono nella città dei Papi e a loro risponde Roberto Bellarmino in un opuscolo del 1617, Chi si salverà? Molti i chiamati, pochi gli eletti.

I Cappuccini hanno trasformato la propria cripta funeraria

in una vera e propria pagina di diario dell’epoca: sulle croci, sulle tibie, sui bacini, sulle colonne vertebrali possiamo leggere passo per passo tutti i sentimenti della pietà romana nel Seicento. I memento, i moniti, le angosce. Nelle cripte di via Veneto ogni pezzo è stato usato per un unico grande messaggio e sono i morti stessi a darcelo, con un cartello, nella prima stanza: noi eravamo come voi e voi sarete come noi.
C’è il quadrante di un orologio, composto come tutto il resto da ossa, sotto cui i visitatori devono per forza passare e ancora una volta il tempo che scorre, la caducità e la brevità della vita gravano sulla nostra coscienza.
Perfino il corpicino della principessa Barberini è stato inserito in una mandorla fatta di ossa, sulla volta, e usato per rappresentare una morte recante falce e bilancia. E una domanda molto più terrena di quanto vorrebbero i fautori di questo trionfo si affaccia nella nostra mente, chissà se la principessa è contenta dell’uso che è stato fatto delle sue spoglie.