Defense Secretary James N. Mattis, the Chairman of the Joint Chiefs of Staff, Marine Gen. Joseph F. Dunford, Jr., brief reporters on the current U.S. air strikes on Syria during a joint press conference at the Pentagon in Washington, D.C., Apr. 13, 2018. (DoD photo by U.S. Army Sgt. Amber I. Smith)

L’amministrazione Trump ha perso un altro pezzo. Ciò di per sé non è una novità. Ormai infatti si è perso il conto del numero di funzionari dell’amministrazione o addetti della Casa Bianca che si sono dimessi oppure sono stati licenziati durante questi primi due anni di presidenza del tycoon. Ma in questo caso vale la pena parlarne poiché si è dimesso un pezzo da novanta della squadra di Trump. Il segretario alla difesa James Mattis ha deciso di abbandonare l’incarico a causa delle divergenze in materia di politica estera con il presidente.

Mattis ha comunicato la sua decisione al comandante in capo con una breve lettera in cui spiega anche le motivazioni principali che l’hanno portato a fare questa scelta drastica. L’ex capo del Pentagono non concorda con l’atteggiamento tenuto da Trump nei confronti degli alleati, specialmente quelli della Nato. “Mentre gli Stati Uniti rimangono la nazione indispensabile del mondo libero, non possiamo proteggere i nostri interessi o svolgere il nostro ruolo senza mantenere forti alleanze e rispettare i nostri alleati” scrive Mattis nella sua lettera di dimissioni. “Allo stesso modo – continua – credo che dobbiamo essere chiari e risoluti nel nostro approccio con quei paesi che hanno interessi strategici che sono in crescente tensione con i nostri” come Russia e Cina, per esempio. Mattis riconosce che il segretario alla difesa dovrebbe avere idee più in linea con quelle del presidente e perciò è giunto alla conclusione che è meglio per tutti se lascia l’incarico. Tuttavia, Mattis rimarrà a capo del dipartimento della difesa fino al 28 febbraio 2019. A partire dal 1° marzo del prossimo anno il Pentagono avrà un nuovo capo.

La tempistica della decisione di Mattis non lascia spazio a dubbi sul fatto che all’origine di questa scelta non vi è soltanto l’atteggiamento di Trump nei confronti degli alleati e dei competitor strategici. Proprio pochi giorni fa infatti l’inquilino della Casa Bianca ha deciso di ritirare le truppe americane dalla Siria (si tratta di circa 2.000 soldati). Delle possibili ricadute strategiche di questa decisione abbiamo parlato in un precedente articolo che potete leggere cliccando qui. La scelta di Trump, che per la verità era nell’aria già da parecchi mesi, è stata criticata da molti analisti ed esperti di Medio Oriente ma anche da diversi funzionari dell’amministrazione. Evidentemente tra questi vi era anche Mattis, il quale è noto per essere fortemente ostile nei confronti della Russia. Il ritiro delle truppe americane dalla Siria faciliterà l’accrescimento dell’influenza russa ed iraniana su Damasco e nel Medio Oriente in generale. Per Mattis e per molti esperti questo fatto rende la decisione di Trump totalmente incomprensibile.

Inoltre, Trump avrebbe stabilito anche il ritiro di buona parte delle truppe americane dall’Afghanistan dove gli Stati Uniti sono impegnati militarmente dalla fine del 2001, in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Finora non c’è stato alcun annuncio ufficiale da parte del presidente. La notizia è stata rivelata agli organi di stampa americani da alcuni funzionari dell’amministrazione. Trump vorrebbe rimpatriare 7.000 dei circa 14.000 soldati impegnati sul fronte afghano. La lunga guerra in Afghanistan è a un punto morto con i talebani che controllano ancora diverse aree del paese. Gli americani sono il gruppo più numeroso di un contingente internazionale incaricato di addestrare ed assistere le forze armate afghane e a cui partecipano anche soldati italiani. Il ritiro di circa metà delle truppe americane non sembra impensierire il governo afghano. “Se alcune migliaia di truppe straniere che consigliano, addestrano e supportano le forze armate afghane se ne vanno ciò non impatterà sulla nostra sicurezza” ha scritto in un post su Twitter Fazel Fazly, consigliere del presidente afghano. Perplessità sono emerse invece all’interno dei confini americani. Secondo alcuni politici, tra cui il senatore repubblicano Lindsey Graham, un ritiro prematuro dall’Afghanistan potrebbe portare a nuovi attacchi terroristici negli Stati Uniti.

Le dimissioni di Mattis giungono al termine di una settimana parecchio tribolata per l’amministrazione americana. Oltre alle tanto criticate decisioni di politica estera riguardanti il Medio Oriente, sul fronte interno c’è il rischio di un parziale shutdown, ovvero il blocco dei fondi all’amministrazione federale. È in corso un braccio di ferro tra la Casa Bianca e il Senato poiché quest’ultimo non vuole stanziare nella legge di bilancio i fondi per la costruzione del famigerato muro al confine col Messico. Insomma, Trump si trova per le mani parecchie gatte da pelare, tra le quali vi è la necessità di dover trovare un nuovo segretario alla difesa.