Dopo le incandescenze delle passate settimane, alimentate anche dalle minacce del presidente americano Donald Trump di “devastare economicamente la Turchia” nel caso avesse attaccato i curdi nel nord-est della Siria, il dialogo costruttivo e la cooperazione hanno prevalso tra Stati Uniti e Turchia, rispettivamente primo e secondo esercito della Nato.

Gli attriti tra i due alleati iniziarono a formarsi lo scorso mese, quando Trump decise una volta per tutte di ritirare i 2.000 soldati americani presenti nel nord-est della Siria. Le truppe statunitensi in territorio siriano non solo hanno fornito supporto alle milizie curde nella loro guerra contro l’Isis; attualmente sono anche l’unica leva a disposizione di Washington per esercitare un minimo di influenza in Siria, limitatamente al nord-est del paese. Il governo turco interpretò l’annuncio del ritiro americano come un via libera per scatenare un’altra offensiva militare in territorio siriano mirata a scacciare i curdi, che Ankara considera collusi con il Pkk, dal confine. Tuttavia, l’unica conseguenza certa finora dell’annuncio di Trump è stata la creazione di una gran confusione, sia nei ranghi dell’amministrazione americana sia tra gli alleati curdi, i quali, esterrefatti, hanno iniziato a temere per la propria sorte. Il segretario alla difesa James Mattis si dimise in segno di protesta contro la politica del presidente mentre gli unici ad applaudire la decisione del tycoon furono i governanti di Mosca e Teheran. Nel frattempo, numerosi funzionari dell’amministrazione ed esperti di Medio Oriente hanno espresso le loro perplessità riguardo quella che considerano una decisione avventata e controproducente dal punto di vista strategico.

Visto il polverone di critiche sollevatosi, considerate le minacce di Ankara di attaccare i curdi, e data la rinnovata capacità dell’Isis di colpire mortalmente nel nord-est della Siria, il ritiro delle truppe americane è stato messo in stand by. Da quando Trump ha annunciato il ritiro non un singolo soldato a stelle e strisce ha lasciato il paese. A questo punto è legittimo parlare di presunto ritiro. Probabilmente, una delle condizioni necessarie affinché i soldati americani lascino la Siria è il raggiungimento di un’intesa con Ankara che garantisca l’incolumità dei curdi, in modo che il presidente siriano Bashar Al-Assad e i suoi protettori russi ed iraniani non allunghino i tentacoli anche sul nord-est del paese, dove i curdi, di fatto, da quando hanno scacciato l’Isis, si stanno autogovernando . Proprio per quanto riguarda il raggiungimento di un compromesso, nel corso di questo mese si sono fatti progressi. Dopo aver minacciato di “devastare economicamente la Turchia”, Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan hanno avuto una conversazione telefonica in cui hanno raggiunto una prima bozza d’intesa. I presidenti di Stati Uniti e Turchia sono d’accordo per la creazione di una “zona di sicurezza” (safe zone) lungo il confine tra Turchia e Siria, con una profondità di 32 chilometri in territorio siriano. In pratica una zona cuscinetto tra la Turchia e il territorio siriano controllato dalle milizie curde che permetterebbe ad Ankara di tenere quest’ultime lontano dal confine, teoricamente azzerando l’eventualità di contatti tra i curdi siriani e quelli turchi attraverso il confine.

Questo compromesso permetterebbe alla Turchia di tutelare la propria sicurezza nazionale e agli Stati Uniti di salvare i curdi dalle rappresaglie di Ankara. Il problema è che a parte questa intesa di massima non è stato deciso nient’altro: non si sa come e quando verrà creata la zona cuscinetto, non si sa a chi spetterà questo compito, non si sa chi la controllerà né chi ne garantirà la stabilità e non si sa come verrà delimitata. Insomma, tutti gli aspetti operativi e i dettagli sono da decidere. Pertanto, Erdogan ha messo in guardia gli Stati Uniti dal temporeggiare. Venerdì scorso il presidente turco ha fatto intendere che esige la creazione della zona cuscinetto nel giro di pochi mesi, altrimenti sarà la Turchia, in modo unilaterale, ad agire per crearla. Praticamente ciò comporterebbe un’operazione militare contro i curdi in territorio siriano. “Ci aspettiamo che la promessa della zona di sicurezza – una zona cuscinetto mirata a proteggere il nostro paese dai terroristi – venga mantenuta nel giro di qualche mese” ha dichiarato venerdì scorso Erdogan. Il presidente turco ha però mandato anche un avvertimento agli americani. Se la promessa non verrà mantenuta  “creeremo questa zona cuscinetto da soli. Ci aspettiamo solo che i nostri alleati forniscano supporto logistico all’iniziativa della Turchia” e ha aggiunto: “la nostra pazienza ha un limite. Non aspetteremo in eterno la realizzazione della promessa che ci è stata fatta”. Il giorno precedente il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarò la disponibilità del governo a cooperare con Stati Uniti, Russia e tutti gli altri paesi interessati alla creazione della suddetta zona cuscinetto, ma allo stesso tempo ha sottolineato che la Turchia dispone della forza sufficiente ad agire unilateralmente. Quindi, se le trattative non produrranno risultati soddisfacenti, Ankara si riserva il diritto di fare da sola per garantire la propria sicurezza nazionale.

Il dissidio tra Stati Uniti e Turchia sullo status dei curdi siriani si è momentaneamente placato ma non è stato risolto. Nonostante gli avvertimenti di Erdogan, finché i soldati americani saranno in Siria difficilmente i turchi intraprenderanno un’azione militare contro i curdi. Allo stesso tempo agli Stati Uniti non conviene forzare la mano con Ankara, né gli conviene abbandonare i curdi al loro destino. L’unica via percorribile in grado di mantenere in buona salute l’alleanza tra turchi e americani e allo stesso tempo soddisfare i rispettivi interessi è quella del compromesso. Molto probabilmente quindi le truppe statunitensi rimarranno al fianco delle milizie curde fino a quando non verrà raggiunta un’intesa dettagliata e condivisa con i turchi. Sembra proprio che l’annuncio di Trump relativo al ritiro dei soldati dalla Siria sia destinato a rimanere tale ancora per parecchio tempo. Un annuncio motivato unicamente dalle promesse fatte in campagna elettorale che non ha tenuto minimamente conto della situazione tattica e strategica nel nord-est della Siria e nel Medio Oriente in generale, e pertanto il ritiro non può essere realizzato in tempi brevi come il presidente e parte del suo elettorato auspicavano. Ancora una volta gli apparati dell’amministrazione sono dovuti intervenire per salvare l’affidabilità e la credibilità del paese, severamente minacciate da un presidente che fa della comunicazione propagandistica esasperata il suo marchio di fabbrica.