La notizia dei primi 170 morti di quest’anno è rimbalzata su tutti i giornali e siti web, la fase dedicata alla pietà per queste persone si riduce sempre di più. Lo spazio è dedicato al rimbalzo di responsabilità, alle urla fuori misura utilizzando terminologie aggressive come assassini, sfruttatori, stupratori, terroristi. Stesse parole utilizzate dalla linea sovranista del governo e da chi invece difende le ragioni dell’accoglienza.

La comunicazione in merito alla questione “immigrazione” è ormai satura dal punto di vista retorico. L’utilizzo di una terminologia che punta a colpire con una singola parola ha fatto sì che si perdesse il focus della questione. Come accade nell’arena romana, si incita alla completa disfatta dell’avversario, dimenticandosi di quale fosse il punto di partenza.

Nella mattina di venerdì 18 gennaio un gommone carico di 120 persone ha cominciato ad imbarcare acqua nel canale di Sicilia. Come possiamo immaginare, l’acqua avrà cominciato a farsi strada tra i piedi scalzi dei migranti poco dopo la partenza. Sappiamo che sono scalzi, poiché le scarpe vengono tolte loro mesi prima, durante la permanenza nei Lager Libici. L’acqua bagna i piedi, le mamme prendono in braccio i loro piccoli per tranquillizzarli. Intorno è buio. All’ alba, i primi raggi di sole mostrano la tragica verità ai disperati: l’imbarcazione è già piena di acqua. Probabilmente qualcuno cerca di contattare imbarcazioni nei dintorni con un baracchino atto alle comunicazioni di emergenza. I cellulari sono spesso stati requisiti nei Lager, in cui queste persone hanno anche subito torture e sevizie di ogni tipo.

L’acqua continua a invadere la chiglia, il baracchino rimane muto. D’altronde il Mar Mediterraneo è stato liberato dalle navi delle ONG, che il Ministro dell’Interno dice essere collusi con gli scafisti. Nessuno può sentirli. I primi uomini cominciano a buttarsi in acqua. Le testimonianze dicono che sono i padri e mariti di donne che tendenzialmente non sanno nuotare, non hanno mai visto il mare prima di questo naufragio. A volte neanche questi uomini sanno nuotare, ma nella disperazione credono che il loro sacrificio possa aiutare la loro famiglia. Questa fase dura poco. Improvvisamente il gommone collassa e il mare si riempie di gente urlante che comincia ad affogare. Il Mare, una tavola, senza terra a vista d’occhio, una chiazza di corpi attorno ai resti dell’imbarcazione. I corpi, un po’ alla volta affondano.

Tre di questi uomini, su 120, sentiranno l’avvicinarsi di un elicottero partito dalla nave Duilio e riusciranno ad attaccarsi al verricello per salvarsi. A bordo riporteranno quanto descritto prima, compreso il tentativo di contattare qualcuno per il supporto, compreso il dichiarare che sarebbero partiti comunque perché “Meglio la morte che restare in Libia!”.
A parer loro la scomparsa delle navi non evita la partenza, che è dettata dalla disperazione della prigionia nei Lager. Se ti si offre la possibilità di libertà, benché minima, la prendi al volo se l’alternativa è continuare ad essere uno schiavo torturato e seviziato nel deserto.

Scenario simile è stato registrato a largo del Marocco con altre 53 vittime. Mentre Sea Watch è riuscita a salvare 47 persone, il Ministro Salvini li accusa di essere complici. Questa è una figura retorica che ignoro. Deve essere una sorta di ossimoro: divento assassino se allungo la mano per tirare in salvo persone. Sì perché il sillogismo secondo il quale le persone si imbarcano su gommoni fatiscenti verso l’Europa solo perché sanno che verranno salvati, vuol dire non avere gli strumenti per capire la natura del viaggio. Il Ministro Salvini e i suoi adepti, non devono immaginare la Libia come il Porto di Napoli in cui si formano le file per imbarcarsi per Capri; a volte il mare è mosso e la gente rinuncia alla gita fuori porta per un gelato a Megellina.

Prova ne è anche la storia di Nelson, un ragazzo di 14 anni rimasto nella chiglia di un peschereccio a 400 metri di profondità il 18 aprile 2015. Mille morti, il più grande naufragio civile avvenuto nel Mediterraneo nella storia del Dopoguerra. In quel periodo l’operazione Triton era la soluzione dell’Europa, ma non toccava la parte di mare in cui Nelson è morto. Quindi non c’erano ONG, eppure questi disperati si imbarcarono comunque.

Nelson in particolare, voleva salvarsi dalla fame e dalla guerra, veniva dall’Eritrea. Doveva essere una persona molto pragmatica: con sé non aveva portato terra o ricordi, documenti o soldi, ma la sua pagella scolastica. Sì, Nelson veniva a chiedere una vita nuova in Europa portando con sé le sue capacità attestate su un documento scolastico in cui dimostrava le sue conoscenze: Matematica, Francese, Storia. Ottimi voti. Aveva piegato attentamente il documento in quattro e lo aveva cucito all’ interno della fodera della giacca, era l’oggetto per lui più prezioso.  Si aspettava di dimostrare di essere un ragazzo, come un quattordicenne italiano, francese, tedesco. “Ho studiato” sembra dire “vi giuro che mi metto sui banchi e leggo, scrivo, faccio quello che volete: sono come voi! Io ho questo: i miei studi, io sono un uomo, questo è un documento legale giuro!” ecco che cosa avrebbe chiesto e detto, ma nessuno ha potuto ascoltarlo, nessuno ha conosciuto Nelson, il ragazzo dell’Eritrea pragmatico, che aveva studiato.

Nessuno conoscerà gli altri Nelson che ora dormono in fondo al mare, nessuno chiederà conto per loro; perchè non vengono considerate persone, ma “migranti”. Nessuna nave ha sentito la loro richiesta di aiuto. Questo non è un j’accuse, ma una semplice notazione dei fatti.

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Nata a Monopoli, ha conservato il mare e il sole del Sud Italia nel sangue; ha vissuto, studiato e lavorato a Foggia, Roma, Lisbona, Pisa e Johannesburg. Specializzata nella cooperazione internazionale e management del non-profit; da sempre interessata alle diverse sfaccettature del sociale, si è immersa in esperienze internazionali lavorative e di volontariato.