Già durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016, Donald Trump si fece promotore di un riappacificamento tra Stati Uniti e Russia dopo che le relazioni tra le due potenze precipitarono durante l’amministrazione Obama, nel 2014, in seguito all’annessione russa della Crimea e al coinvolgimento di Mosca nella guerra del Donbass.

Ma già pochissimo tempo dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il rapporto tra la Russia e il presidente Trump divenne oggetto di osservazione speciale da parte della giustizia, della stampa e dell’opposizione democratica. Lo scandalo Russiagate, riguardante le presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, esploso pochi mesi dopo l’inizio del mandato di Donald Trump, attirò sul presidente i sospetti di collusione con i russi. Già questo doveva essere un buon motivo per mantenere la cautela riguardo la normalizzazione dei rapporti con la Russia. In poche parole, cercare insistentemente di riappacificare i rapporti con il Cremlino avrebbe potuto attirare su Trump ulteriori sospetti di collusione. Meglio mantenere lo status quo con la Russia così da non irritare stampa, opposizione, giustizia ed opinione pubblica.

Invece, durante il summit di Helsinki dello scorso 16 luglio con il presidente russo Vladimir Putin, Trump ha dimostrato di andare molto d’accordo con l’inquilino del Cremlino, lodandolo con elogi e complimenti. Inoltre, il presidente americano, nonostante gli avvisi dei consiglieri, ha incentrato la conferenza stampa tenutasi al termine del vertice proprio sulla questione Russiagate. Non solo, Trump dichiarò di fidarsi maggiormente delle parole di Putin piuttosto che dell’operato della giustizia e dell’intelligence americane, che vennero così pesantemente screditate e delegittimate dal loro stesso presidente. Per la classe dirigente americana questo fu un oltraggio, anzi un “tradimento” secondo quanto affermato dall’ex capo della Cia John Brennan. Vista la bufera scatenatasi, Trump ritrattò in fretta e furia le sue dichiarazioni fatte durante la conferenza stampa di Helsinki.

Il maggiore ostacolo che impedirà al presidente Trump di normalizzare i rapporti con la Russia è l’ostilità degli apparati alle sue intenzioni pacificatorie. Le reazioni al summit di Helsinki ci permettono di capire che già il partito repubblicano è ostile alla politica del presidente. “La Russia non è nostra alleata” affermò Paul Ryan, presidente della Camera dei Rappresentanti e membro di spicco del Grand Old Party (Gop) commentando le esternazioni fatte da Trump a Helsinki. Mitch McConnell, capogruppo repubblicano alla Camera, e Ryan dichiararono che Vladimir Putin non sarà benvenuto al Campidoglio se accetterà l’invito di Trump di venire a Washington questo autunno.

Non sono soltanto i vertici del Gop ad essere contrari alla politica riconciliatoria del presidente. Nel Congresso l’opposizione alla Casa Bianca sul dossier Russia raccoglie ampissimi consensi bipartisan. Repubblicani e democratici si sono uniti in parlamento per fare muro contro i tentativi di pacificazione del presidente. Ciò è dimostrato dall’approvazione del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Caatsa) che diventò legge quasi all’unanimità. Il Caatsa, approvato nel luglio 2017, imponeva sanzioni ad alcuni stati considerati ostili dall’amministrazione americana. Oltre alla Russia, anche Iran e Nord Corea.

Quindi, Trump ha contro di sé il partito repubblicano e il Congresso. Ma il presidente trova opinioni contrarie anche all’interno del suo stesso gabinetto. Il più tenace oppositore della normalizzazione dei rapporti con la Russia è il Segretario alla Difesa James Mattis. Si è già detto che Mattis definì la Russia “competitor strategico” degli Stati Uniti. Ma il capo del Pentagono ha usato parole severe anche nei confronti di Putin. Lo scorso giugno Mattis affermò che il presidente russo “tenta di minacciare l’autorità morale degli Stati Uniti” e “cerca di frantumare la Nato”. Ancora più esplicativo in merito è il Sommario della Strategia di Difesa Nazionale 2018 dove si legge a chiare lettere che “la competizione di lungo termine con Cina e Russia è la principale priorità del Dipartimento”. Per il Dipartimento della Difesa la Russia è un avversario. Inoltre, Mosca e Washington si trovano  su fronti opposti in un numerosi contesti geopolitici, dalla Siria all’Ucraina passando per il trattato sul nucleare iraniano. Perciò la normalizzazione delle relazioni è fuori discussione.

Il Dipartimento del Tesoro ha recentemente imposto nuove sanzioni contro due aziende e due cittadini russi che avrebbero tentato di eludere le regole americane sugli attacchi cibernetici. Sanzioni anche per due aziende russe del settore delle spedizioni che non avrebbero rispettato il regime sanzionatorio imposto alla Corea del Nord. È evidente che anche il Dipartimento del Tesoro non condivide le intenzioni di Trump.

Inutile aggiungere che anche le agenzie di intelligence (Cia, Nsa, Fbi tra le tante) non vedono di buon occhio la politica del presidente in quanto proprio loro sono coinvolte nelle indagini del Russiagate.

Infine, in seguito al caso Skripal, che ha fatto deteriorare ulteriormente le relazioni tra Occidente e Russia, una riconciliazione tra Stati Uniti e Russia si è fatta praticamente impossibile. Proprio l’America fu il paese ad espellere il maggior numero di diplomatici russi.

Nonostante i suoi buoni propositi, Trump è da solo. Perciò la riappacificazione tra Russia e Stati Uniti non avverrà. Per contrarietà degli apparati e con il consenso degli alleati europei (Regno Unito, Polonia e paesi baltici sopratutto). Gli eventi degli ultimi anni (dal 2014 in poi) hanno provocato una rottura tra Occidente e Russia che al momento pare irreparabile. La seconda guerra fredda è la nuova normalità. Quando, se e come le relazioni tra Occidente e Russia torneranno a migliorare non è dato saperlo. Per ora l’unica certezza è uno stato di tensione latente, preoccupante e dalle conseguenze imprevedibili.