Il conflitto d’interessi tra Stati Uniti e Turchia sullo status delle milizie curde nel nord-est della Siria si è acuito nelle ultime ore. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato il presidente americano Donald Trump con uno dei suoi soliti post molto diplomatici su Twitter. “Devasteremo economicamente la Turchia se attaccherà i curdi” ha tuonato il tycoon. Sebbene in un post successivo dichiari di non volere che i curdi provochino la Turchia, l’affronto verso l’alleato mediorientale della Nato è stato lanciato. Ciò segna, apparentemente, un irrigidimento del confronto tra Washington e Ankara sulla questione delle milizie curde siriane, nell’ambito del ritiro, annunciato da Trump lo scorso mese, delle truppe di terra americane schierate in appoggio dei curdi ancora impegnati nella guerra contro Daesh.

Il governo turco non si è fatto intimorire dalla provocazione del presidente americano. “La Turchia si aspetta che gli Stati Uniti onorino la nostra partnership strategica” ha scritto su Twitter Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco, mentre il ministro degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato che la Turchia non si spaventa né si farà intimidire da nessuna minaccia. Poi il ministro degli esteri ha lanciato una frecciata allo stile comunicativo, da sempre molto discusso, dell’inquilino della Casa Bianca: “i partner strategici, alleati, non discutono su Twitter, sui social media”. È però il portavoce Kalin a sottolineare con fermezza la posizione di Ankara nei confronti delle milizie curde siriane: “non c’è differenza tra Daesh, Pkk, Ypd e Ypg. Continueremo a combatterli tutti”. I miliziani curdi che negli ultimi anni hanno versato il sangue per scacciare l’Isis dalla Siria sono dei terroristi affiliati con il Pkk secondo il governo turco. Pertanto, l’affermazione di una regione curda autonoma nel nord-est della Siria, proprio al confine con la Turchia sud-orientale a maggioranza curda dove il Pkk è molto attivo, è qualcosa di inaccettabile. Ankara ha dimostrato la sua determinazione a scongiurare un’eventualità del genere facendo ricorso più volte alla forza militare, invadendo con l’esercito il nord della Siria. Dell’ultima operazione militare turca in territorio siriano, risalente agli inizi dello scorso anno, nome in codice Ramoscello d’Ulivo, abbiamo scritto un articolo che potete leggere cliccando qui.

La Turchia non ci sta a piegare la testa di fronte agli Stati Uniti. Per Ankara è in ballo una questione di sicurezza nazionale della massima urgenza e perciò viene da supporre che il governo turco non sia tanto disposto a fare molte concessioni per raggiungere un compromesso. Sebbene faccia parte della Nato, il fatto di confinare con la Siria, in particolar modo con il Kurdistan siriano, impone alla Turchia di agire in modo solitario nell’ambito dell’alleanza nord-atlantica per tutelare la propria sicurezza, cercando di accordarsi con Russia e Iran, complice anche il disimpegno americano. La tutela della sicurezza nazionale è prioritaria rispetto all’intesa con l’alleato americano. Per questo Ankara e Washington sono in rotta di collisione sui curdi: i loro interessi sono divergenti e per i turchi la priorità è tenere le milizie Ypd e Ypg il più lontano possibile dal confine. Evidentemente, Mosca e Teheran sono più propense a garantire alla Turchia libertà d’azione per tutelare i suoi interessi, poiché non hanno alcun legame con i curdi. Anzi, all’Iran, che all’interno dei suoi confini ha una minoranza curda, non può che far piacere un indebolimento delle milizie del Rojava.

Gli americani si trovano davanti a un bivio: abbandonare i curdi al loro destino significa, dal punto di vista tattico, condannarli a dover subire una molto probabile e violenta rappresaglia turca. Dal punto di vista strategico, significa cedere la Siria intera all’Iran e, in particolar modo, alla Russia. A dirla tutta, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la vittoria (non ancora definitiva) del presidente Bashar Al-Assad, che è stata resa possibile proprio dal tempestivo intervento russo, ha permesso a Mosca di assicurarsi il mantenimento di un’alleanza di lunga data, grazie alla quale può proiettare la sua forza militare nel Mediterraneo orientale. Quindi, l’eterogenea opposizione al regime siriano ha perso, e con essa pure gli Stati Uniti. Tuttavia, l’opzione scelta dall’amministrazione americana, in particolar modo dal presidente Trump, pare essere quella di procedere con il ritiro delle truppe. Trump ci tiene a mantenere fede alla promessa fatta in campagna elettorale: “basta guerre infinite”, la priorità è riportare a casa i soldati riducendo l’impegno militare americano all’estero. Tale decisione ha comprensibilmente suscitato seri malumori tra i funzionari di alto rango dell’amministrazione, come dimostrato dalle recenti dimissioni dell’ex segretario alla difesa James Mattis, che temono un accrescimento dell’influenza iraniana nella regione come conseguenza del prematuro ritiro americano.

A proposito, il tanto discusso ritiro è iniziato, ma per il momento è limitato agli equipaggiamenti. Nessun soldato americano ha lasciato la Siria anzi; pare che il numero di truppe a stelle e strisce possa addirittura aumentare leggermente, anche se solo temporaneamente. Ulteriori soldati potrebbero essere necessari per garantire lo svolgimento in piena sicurezza (per quanto ciò sia possibile in zona di guerra) delle operazioni di ritiro. Ad ogni modo, su una cosa non ci sono dubbi: sulla vicenda del ripiegamento dei 2.000 soldati americani dalla Siria l’incertezza fa da padrona. La scorsa settimana il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva dichiarato che il ritiro americano dalla Siria è “condizionato”, facendo supporre tempi più lunghi del previsto. Poi, appena una manciata di giorni dopo, le forze armate americane hanno rivelato, a sorpresa, l’avvio del ritiro degli equipaggiamenti. Insomma, la confusione regna sovrana, a conferma della strutturale inaffidabilità che caratterizza l’attuale presidenza americana in politica estera.