Colpo di scena nell’iter legale che dovrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) sancire il divorzio tra Regno Unito ed Unione Europea il prossimo 29 marzo. La primo ministro britannica Theresa May ha deciso all’ultimo momento di posticipare la votazione del parlamento di Westminster sull’accordo per la Brexit prevista per oggi.

L’accordo raggiunto a fine novembre dal governo britannico e dalla Ue necessita del voto favorevole della Camera dei Comuni per poter entrare in vigore. In pratica, senza l’ok del parlamento britannico l’accordo non è valido.Tornata da Bruxelles dopo aver incassato l’approvazione da parte dei 27 capi di governo dei paesi Ue, Theresa May si trovò di fronte a sé un ostacolo apparentemente invalicabile: riuscire a convincere il parlamento ad approvare l’accordo per la Brexit negoziato dal suo esecutivo. Una missione considerata impossibile dal principio vista l’opposizione all’accordo dichiarata dal Democratic Unionist Party (Dup) nord-irlandese che con i suoi pochi ma fondamentali deputati garantisce al governo May la maggioranza parlamentare. Come se non bastasse la primo ministro ha contro di sé una buona parte del suo partito. Si tratta dei cosiddetti hard brexiteers, ovvero i conservatori euroscettici fautori di una hard Brexit. Scontato il no da parte dell’opposizione formata da laburisti, nazionalisti scozzesi e liberal-democratici.

Nonostante i numeri fossero contro di lei già da subito, May ha difeso strenuamente la bontà del suo lavoro cercando di convincere sia i parlamentari sia il popolo britannico che l’accordo da lei stipulato con i negoziatori dell’Ue è l’unico possibile. Nelle ultime settimane May ha intrapreso un tour che l’ha portata a visitare diverse città della Gran Bretagna con l’obiettivo di portare l’opinione pubblica dalla sua parte e influenzare il voto del parlamento. Tutti questi sforzi alla fine si sono rivelati vani. Dopo giorni di acceso dibattito in aula, ieri May e i suoi ministri si sono rassegnati rendendosi conto che l’accordo non sarebbe mai stato approvato. Non solo, molto probabilmente l’accordo non sarebbe passato con un largo margine di voti e ciò avrebbe delegittimato in modo pesante il governo May che si sarebbe trovato in un vicolo cieco.

La decisione del governo di rinviare il voto era già circolata alla stampa nella tarda mattinata di ieri ma nel pomeriggio Theresa May si è recata alla Camera dei Comuni per ufficializzarla. “Ho ascoltato con molta attenzione ciò che è stato detto dentro e fuori da quest’aula. È chiaro che sebbene vi sia un largo consenso sui punti chiave dell’accordo, su un punto in particolare, quello relativo al backstop nord-irlandese, continua ad esserci una larga e profonda divisione. Perciò se fossimo andati avanti con la votazione di domani (oggi, nda) l’accordo sarebbe stato respinto con un margine significativo” così la primo ministro ha giustificato la decisione del suo esecutivo di posticipare la votazione. Le parole di May sono state interrotte a più riprese da fragorose risate e grida provenienti dai banchi dell’opposizione in segno di derisione.

Non è ancora nota la data precisa di quando si terrà la votazione.

Theresa May ha allungato di un poco la sua permanenza a Downing Street pagando però un caro prezzo in termini di credibilità. Numerosi parlamentari dell’opposizione si sono messi a chiedere a gran voce le dimissioni della primo ministro o quanto meno l’indizione di nuove elezioni legislative. Le parole di May hanno fatto emergere la questione del confine nord-irlandese, di cui il backstop è un’affrettata ed incompleta soluzione, in quanto problema principale che impedisce di trovare un’intesa che possa essere condivisa e accettata dalla maggioranza del parlamento britannico. Ammesso che vi fossero ancora dubbi circa i grattacapi che il confine nord-irlandese ha creato (e continuerà a creare) alla Brexit. L’idea che serpeggia nell’aria è che May abbia semplicemente posticipato l’inevitabile, ovvero il naufragio del suo accordo e di conseguenza, probabilmente, della sua esperienza di governo. Annullando la votazione all’ultimo momento la primo ministro ha perso la faccia e una buona dose di credibilità di fronte al parlamento. Difficile pensare come possa ora trovare i voti necessari per far approvare il suo accordo. Se la questione nord-irlandese con annesso backstop continua a lacerare lo spettro politico britannico, al governo non rimangono tante opzioni se non quella di tornare a Bruxelles e rinegoziare un altro accordo. Ma l’Ue ha fatto sapere che l’accordo quello è e non si cambia. Allora non rimane che assumersi le proprie  responsabilità e farsi carico delle conseguenze di una no deal Brexit, a meno che Ue e governo britannico non decidano di posticipare la data di uscita di Londra dall’Unione. Insomma, ancora una volta la Brexit dimostra tutta la sua intrinseca incertezza, degna di un evento politico senza precedenti come essa di fatto è, dando spazio ai più disparati scenari.

Tuttavia, si può affermare che se l’accordo per l’uscita di Londra non verrà modificato, il rinvio della votazione sarà servito a poco. La Camera dei Comuni potrà votare tra una settimana, o tra due settimane, o tra un mese, ma se la sostanza del voto non cambia si sarà sempre punto a capo. Se l’accordo non viene rinegoziato non c’è alcun motivo per cui la maggioranza del parlamento britannico debba cambiare la sua posizione. Theresa May è arrivata al punto di non ritorno?