Con un discorso pronunciato di fronte all’ingresso del numero 10 di Downing Street, la premier britannica Theresa May ha annunciato che si dimetterà dall’incarico di leader del partito conservatore il prossimo 7 giugno.

Subito dopo le sue dimissioni il partito conservatore avvierà le procedure tese ad eleggerne il successore, che la sostituirà anche nel ruolo di primo ministro. I giorni di Theresa May a Downing Street sono quindi contati e di fatto la sua esperienza da capo dell’esecutivo britannico è conclusa. Non sarà Theresa May a traghettare il paese fuori dall’Unione Europea.

Inutile dire che il motivo principale delle dimissioni risiede nella Brexit, o meglio, nel fatto di non essere riuscita a portare a compimento la Brexit entro la data prestabilita, cioè il 29 marzo 2019. È questo il più grande rimpianto di Theresa May, che con queste dimissioni riconosce di aver fallito nel suo compito più importante.

Theresa May prese la residenza al numero 10 di Downing Street poche settimane dopo il famigerato referendum del 23 giugno 2016. Andò a sostituire David Cameron, il primo ministro conservatore in carica dal 2010 che decise di indire il referendum sulla Brexit nel tentativo di arginare l’ascesa dello Ukip di Nigel Farage.

Missione fallita sotto ogni punto di vista poiché Farage è ritornato in grande stile con il suo nuovo Brexit Party, che molto probabilmente ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti alle paradossali elezioni europee tenutesi proprio ieri nel Regno Unito, mentre per i conservatori si prospetta una Caporetto.

Theresa May, seconda donna a ricoprire il ruolo di primo ministro del Regno Unito dopo Margaret Thatcher, la lady di ferro che governò il paese dal 1979 al 1990, dovette caricarsi sulle spalle tutte le responsabilità di un compito straordinario, emergenziale: accompagnare il paese fuori dall’Unione Europea riducendo al minimo i rischi di contraccolpi per l’economia e per il mercato del lavoro.

Nella primavera del 2017 May volle ampliare la propria maggioranza parlamentare in vista delle cruciali trattative con l’Unione Europea. Annunciò quindi le elezioni anticipate che si tennero nel giugno di quell’anno. Ironia della sorte, dopo una campagna elettorale disastrosa, il partito conservatore finì per perdere la maggioranza alla Camera dei Comuni. Il secondo governo May, nato malfermo, dovette appoggiarsi a un drappello di deputati nord-irlandesi per assicurarsi l’esistenza.

Iniziato male e finito malissimo, il secondo governo May di fatto si è concluso oggi. Il discorso di stamattina è l’epilogo della storia di una premier che già da parecchi mesi era svuotata di tutta la sua autorevolezza politica.

La corsa per la successione è iniziata. Il più favorito è probabilmente Boris Johnson, ex ministro degli esteri e fautore di una hard Brexit. Tra gli altri candidati papabili vi sono Dominic Raab, ex ministro per la Brexit, e Jeremy Hunt, attuale ministro degli esteri.

“La seconda donna primo ministro ma di certo non l’ultima. Ho ricoperto il mio incarico senza ostilità ma con enorme e durevole gratitudine per aver avuto la possibilità di servire il paese che amo”. Con queste parole Theresa May ha chiuso il suo discorso, la voce rotta come chi è sul punto di scoppiare a piangere, gli occhi gonfi di lacrime.

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