Silvia Romano è stata rapita in Kenya il 20 Novembre attorno alle 20:00, secondo le ricostruzioni ormai certe fatte dalla polizia grazie alla collaborazione dei testimoni oculari. La 23enne si trovava sulla costa sud orientale del Kenya, nella contea di Kilifi, impegnata a lavorare con l’organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all’infanzia.

Il commando armato ha attaccato il villaggio con dichiarata volontà di rapire la giovane italiana. Superata la fase in cui si supponeva una matrice islamica, è ora pressoché appurato si tratti di un gruppo di criminali locali la cui unica finalità è la richiesta di un riscatto. La polizia locale ha effettuato un totale di 17 arresti per isolare i rapitori. L’ottimismo prende piede in Kenya su una pronta liberazione della ragazza, la Farnesina comprensibilmente conserva una certa cautela, mentre la famiglia chiede riserbo sulla vicenda.

La posizione della famiglia è più che comprensibile, sia per permettere il lavoro degli investigatori, sia per proteggerla a distanza dalla valanga di fango che sta ricevendo, nonostante stiamo parlando di una ragazza di una certa caratura culturale (laureata in mediazione linguistica a febbraio scorso presso l’Università Ciels di Milano) e di certo di un impegno sociale attivo, insegnando ginnastica artistica presso la palestra Pro Patria 1883 di Milano.

La tesi più diffusa su quel mondo immondo dei social è che non è corretto da parte sua mettersi in condizioni pericolose, tali per le quali poi lo Stato Italiano deve impegnare risorse e tempo per salvarla. Definita buonista, comunista, zecca rossa, viene denigrata per “essersela andata a cercare”, per essersi esposta per pura voglia di mettersi in mostra, per andare alla ricerca di qualcosa di diverso, per essere un’artista. Francamente per eleganza e decenza evito di sottolineare anche i più beceri riferimenti alle sue attività in Somalia e Kenya, evito di sottolineare quanto in basso alcuni esseri umani possano arrivare.

Mi stupisce anche chi di lavoro fa il giornalista o politico e sposa tesi simili, anche se esposte in maniera più elegante. Colui di cui si è discusso maggiormente è Gramellini, di solito penna impegnata e lucida, si è infilato in una spirale di luoghi comuni e di sottolineature che “si può far del bene anche all’interno dei confini nazionali”. Prendo Gramellini come riferimento per tutti, poiché è il caso che ha fatto più scalpore, ma sono in tanti che hanno sottolineato che “si può far del bene anche dando da mangiare alla Caritas”.

Quindi, ora, aiutiamoli a casa loro, non va più bene.

Quindi, ora, per me è difficile contenere lo sdegno mentre sottolineo che io per prima faccio parte di coloro i quali ritengono sia giusto rimboccarsi le maniche che sedere comodamente sul divano e ridere dei barconi che affondano, insultare chi difende gli ultimi, ignorare le richieste di aiuto. Io per prima, ho preso un aereo per recarmi in Africa e non in un villaggio di vacanze ovattato e lontano dai proiettili, dalla fame e financo dalle mosche e dalle zanzare, sì perché ci sono le mosche e le zanzare. Mentre sei nei centri di supporto la prima attività che ti chiedono e di distribuire le zanzariere e spiegare alle donne come usarle per proteggere i bambini e non per farne vestiti. Perché una zanzara, nel momento giusto può uccidere un bambino, o un adulto

Quando si va nel continente Nero, non si va per buonismo, per gusto dell’avventura o per dimostrare qualcosa a qualcuno. Non resisti. Non resisti quando vedi le ossa dei bambini e non resisti quando conosci le loro storie. Le storie non te le raccontano loro, la maggior parte delle volte non si comunica parlando, ma con abbracci, carezze e sguardi. E con gli sguardi capisci che un ragazzo di 2 metri è stato tante volte torturato e abusato che quando tu piccola e incazzata alzi il braccio per scacciare una di quelle zanzare mentre parli con lui, Lui da 2 metri occupa uno spazio di 50 centimetri rannicchiato e pronto a prendere schiaffi, trema e tu, tu cominci a piangere come una stupida perché non sai cosa ha subito, ma è troppo.

Non mi soffermo sulle problematiche logistiche per avere un bicchiere d’acqua o per andare in bagno. Per queste cose, un qualunque partecipante di reality ce la fa, ma capire queste persone è un compito arduo, impossibile se non lo vuoi davvero, se non sei forte e pronta almeno in parte.

Quindi chiederei ai mezzi uomini che continuano ad offenderla di piantarla perché di certo non comprendono il valore di Silvia Romano o di chiunque altro, si rimbocchi le maniche e va ad aiutare esseri umani che hanno bisogno del nostro aiuto per cambiare, per utilizzare tutte le loro risorse e per ottenere ciò che è doveroso, ciò che è un diritto e magari, un giorno non aver più bisogno di bussare alle porte di un’Europa che è sempre più un contenitore di stereotipi riprorevoli.

Forza Silvia, ti aspettiamo!