Il rock è in lutto da giorni, adesso più che mai.

Dall’inizio dell’anno i decessi nell’ambito di cantanti e musicisti rock, internazionali e non, si sono succeduti senza sosta. Nell’arco di dieci giorni ne sono morti fin troppi, altrettanto famosi a livello internazionale. A dare il via al triste elenco funesto di decessi rock è stato Mark Hollis, il vocalist e fondatore dei Talk Talk, venuto a mancare a 64 anni lo scorso 25 febbraio. E’ stato uno di cantanti simbolo degli anni 80, fondatore della band nel 1981 insieme a Paul Webb e Lee Harris. Spopolarono in tutto il mondo con due brani rimasti ancora oggi nella storia della musica: It’s My Life e Such a Shame e The Colour of spring. I Talk Talk hanno avuto una delle carriere più interessanti degli anni ’80: dopo il grande successo di It’s My Life e The Colour of spring, Hollis guidò la band verso territori più sperimentali. Spirit of Eden, l’album successivo, è un disco imprescindibile che ha contribuito alla nascita di tutta la corrente post rock. Hollis, che aveva deciso di abbandonare il pop per cercare suoni diversi, decise poi di ritirarsi dalla musica pubblica.

E’ morto anche Andy Anderson, ex Cure con i quali

aveva suonato la batteria dal 1983 al 1984. 68enne, aveva lavorato anche con Iggy Pop e Peter Gabriel.  Lo scorso 11 gennaio è stato stroncato da un infarto Paul Mellory – all’anagrafe Paolo Comini- musicista e regista, incarnazione bresciana del rock and roll. La notizia della sua morte è stata subito commentata da molti musicisti della scena anni 80, tra cui i Duran Duran, Matt Johnson dei The The e Holly Johnson dei Frankie goes to Hollywood.

La musica contemporanea è stata scossa dalla morte di

Keith Flint, il cantante eclettico e ballerino dei Prodigy, suicidatosi a 49 anni all’inizio di questo mese. Lo hanno trovato il 4 marzo scorso, quando non c’era più niente da fare. Morte per impiccagione: è questa la conclusione della polizia britannica sulla base degli accertamenti preliminari di medicina legale rispetto alle cause del suo decesso. Flint, assurto alla notorietà internazionale con i Prodigy negli anni ’90, aveva alle spalle una storia di tossicodipendenza.

La serie di decessi nel mondo rockettaro avvenuti negli ultimi dieci giorni ha fatto tornare in mente la scomparsa un lustro addietro di Lemmy Kilmister, bassista e leader dei Motorhead, un gruppo metallaro per antonomasia, di nome e di fatto. Il rocker, fondatore dei Motorhead, nel 1975 e all’anagrafe Ian Fraser Kilmister era venuto a mancare a causa di un tumore. Era il potente bassista della sua band, la sua voce era forte e vigorosa. Sembrava non conoscere limiti, Lemmy. La notizia scosse l’intero mondo della musica e dello spettacolo, incredulo che quel Lemmy Kilmister, tanto hardrock, così tosto e inossidabile, proprio non ci fosse più. Come molti rockers, anche lui non aveva badato a risparmiarsi in quanto a vizi ed eccessi.

Se ne sono andati protagonisti dei Talk Talk, Cure e

Prodigy, tra la fine di febbraio e i primi di marzo, cantanti, batteristi, fondatori di famosi complessi rock. Lasciano un vuoto incolmabile, sia per il gruppo di appartenenza, sia per la musica internazionale, sempre più impoverita da scomparse improvvise di interpreti simbolo del rock.

Anche in Italia un paio di giorni fa si è tolto la vita il

chitarrista piemontese, Massimo Arminchiardi, disperato perché non riusciva più a tirare avanti senza suonare. Aveva lanciato appelli drammatici sui social, Non ho più un posto dove andare, scriveva disperato. Era molto conosciuto Max anche perché, diversi anni fa, aveva suonato al seguito di Joy Tempest e degli Europe in giro per il mondo. Accompagnatore di Alexia al festival di San Remo, Arminchiardi aveva anche fondato una scuola di musica per ragazzi a San Carlo Canavese.

Le tristi coincidenze richiamano le scomparse di eccellenti artisti, da Freddy Mercury, ultimamente celebrato con il film Bohemian Rapsody, per proseguire con l’improvvisa scomparsa di Michael Jackson, alla quale si sono succedute, una dopo l’altra morti eccellenti come quella del Duca bianco David Bowie, di Witney Huston, di Amy Winhouse, di Prince, di Aretha Francklin e di tanti altri.

Si è parlato della cosiddetta età maledetta, quella dei 27 anni, che ha visto scomparire numerosi artisti di fama mondiale: Robert Johnson, Brian Jones (Rollling Stones), Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison , Kurt Cobain ed Amy Winehouse. Li hanno chiamati cantanti maledetti, in quanto forse vittime di se stessi, della propria fama e dei propri vizi nonché di dipendenze compulsive, tristezza e persino solitudine.

È un mondo, quello della musica rock, inquieto e

frastagliato di oscure realtà. Non è tutto oro quello che luccica. Dietro la patina dorata che sembra ricoprire star mondiali e geni anticonformisti, spesso si cela un’altra faccia della medaglia, quella oscura e inquieta determinata da problemi personali e caratteriali a volte di difficile soluzione. Pensiamo che in molti, quasi tutti, fanno uso di stupefacenti, si impasticcano, bevono a volontà. Sembra che vogliano dimenticare chissà che cosa. Che vadano alla ricerca di qualcosa che non sanno nemmeno loro di che cosa si tratti. Ma come? Hanno sfondato nella vita.

La loro notorietà li ha resi ricchi e famosi in tutto il mondo grazie alle loro doti innate, che con un pizzico di fortuna sono riusciti a far fruttare all’inverosimile. Eppure non tutti sono felici. Sentono un vuoto intorno a sé che li corrode, li macera e li tormenta ogni giorno di più. Il male oscuro non risparmia neanche le rockstar, si insinua nella loro vita determinandone duramente l’andamento e, a volte, la tragica definitiva conclusione. Suicidi, dipendenze, Hiv. Tristezza e solitudine interiore.