Nel tardo pomeriggio di ieri il Tribunale di Milano ha emesso la sentenza relativa allo scandalo della cosiddetta rimborsopoli Lombardia, nota anche come spese pazze del Pirellone, dal nome del grattacielo in cui ha sede la Regione Lombardia. Lo scandalo ha a che fare con il peculato, ovvero l’appropriazione indebita ed ingiustificata di denaro pubblico. I 57 imputati erano tutti, tranne uno, consiglieri o assessori regionali durante il periodo a cui si riferiscono i fatti contestati, ovvero tra il 2008 e il 2012.

La sentenza ha stabilito la condanna per peculato di 52 dei 57 imputati. Tra questi spiccano nomi importanti, tra cui parlamentari ed europarlamentari. Il pezzo più grosso è senz’ombra di dubbio Massimiliano Romeo, che attualmente ricopre la carica di capogruppo della Lega al Senato, condannato a un anno e otto mesi di reclusione e a cui sono state contestate spese ingiustificate per ben 22 mila euro. Stefano Maullu, europarlamentare di Fratelli d’Italia, in passato appartenente a Forza Italia, è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Condannato a due anni e due mesi Alessandro Colucci, deputato del gruppo misto, mentre per il deputato leghista Jari Colla la condanna è di un anno e otto mesi. Un altro deputato leghista ad essere stato condannato è Fabrizio Cecchetti. Tra gli eletti condannati figura anche l’europarlamentare leghista Angelo Ciocca (un anno e sei mesi). Quest’ultimo ha dimostrato tutta la sua rispettabilità lo scorso ottobre, quando strappò dalle mani del commissario europeo Pierre Moscovici la relazione che bocciava la manovra finanziaria del governo italiano e la calpestò con la suola della sua scarpa. Una sceneggiata di cui nemmeno un bambino dell’asilo nido sarebbe degno, che ha umiliato l’Italia di fronte all’Europa intera. Purtroppo, molte persone invece che vergognarsi lodarono Ciocca per il suo gesto. Per molti dei parlamentari ed europarlamentari la pena è sospesa e non vi sarà menzione nel casellario giudiziario.

Tra i condannati vi sono anche Renzo Bossi (due anni e sei mesi) figlio di Umberto Bossi, soprannominato il Trota, all’epoca dei fatti consigliere regionale leghista, e Nicole Minetti    (un anno e otto mesi) che fu consigliera regionale per il Popolo delle Libertà (Pdl) tra 2010 e 2012, alla quale sono contestate spese per 16 mila euro. Con quei soldi, oltre che numerose cene costose, Minetti avrebbe acquistato anche il libro Mignottocrazia di Paolo Guzzanti.

La pena più grave è stata inflitta a Stefano Galli (quattro anni e otto mesi), ex capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale lombardo. Quest’ultimo, con denaro pubblico, avrebbe pagato il matrimonio della figlia Laura Verdiana e avrebbe fatto assumere in Regione il genero Corrado Paroli (condannato a due anni e sei mesi) come consulente, con uno stipendio di 196 mila euro lordi per 19 mesi di lavoro.

La cifra totale dei denari pubblici rubati per spese private è esorbitante: 3 milioni di euro.

La rimborsopoli lombarda non può che suscitare una profonda indignazione e un’irrefrenabile rabbia. Tale vicenda non è altro che l’ennesima riga nella lunghissima lista di casi di malapolitica italiana. Il fatto che il capogruppo leghista al Senato sia stato condannato è particolarmente sorprendente, se già non fosse deprimente e vergognoso. Con la condanna di Romeo ora Matteo Salvini potrà vantarsi di un primato unico: la Lega è quel partito che ha entrambi i capigruppo in Parlamento condannati per peculato. I milioni di italiani che votano Salvini, o che lo voterebbero secondo quanto riportano da mesi i sondaggi, sono a conoscenza di questo fatto? Gli adulatori del Capitano sono consapevoli che egli è il capo di un partito che nel giro di sei mesi è stato coinvolto in più vicende giudiziarie che hanno a che fare con l’appropriazione indebita di denaro dei contribuenti? Lo scorso luglio infatti, nell’ambito dello scandalo rimborsopoli Piemonte, la Corte d’Appello di Torino condannò in secondo grado per peculato, tra gli altri, l’ex governatore leghista Roberto Cota e l’attuale capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, all’epoca dei fatti consigliere regionale. Sulla vicenda scrivemmo un articolo che vi consigliamo di leggere cliccando qui.

Molinari e Romeo non hanno in comune solo il fatto di ricoprire il ruolo di capogruppo della Lega, ma anche l’incontrollabile propensione ad appropriarsi di denaro pubblico per acquisti privati.

Poi è arrivata la famosa sentenza sui 49 milioni di euro. La Lega ha truffato lo Stato e deve restituire il maltolto. La sentenza sui 49 milioni, a differenza di quelle relative alle rimborsopoli in Piemonte e Lombardia, è di terzo grado. In un paese dove l’appropriazione di denaro pubblico e la truffa ai danni dello Stato sono reati intollerabili da parte dell’opinione pubblica, tale sentenza sarebbe stata sufficiente a distruggere tutto il capitale politico della Lega e del suo leader, che avrebbe perso la faccia e la credibilità. Evidentemente ciò non avviene in Italia. Ed è qui che sta il fatto davvero sconvolgente. Nonostante parlamentari, europarlamentari ed un ex governatore siano stati condannati per peculato e nonostante il partito sia stato condannato in terzo grado per truffa ai danni dello Stato, i consensi della Lega negli ultimi mesi non hanno fatto che aumentare a vista d’occhio, giorno dopo giorno. Sempre secondo i sondaggi. L’opinione pubblica italiana si dimostra indifferente verso casi giudiziari di questo tipo e gli scandali di malapolitica, di cui le vicende delle spese pazze in Lombardia e Piemonte sono gli esempi più calzanti, sono così diffusi e numerosi perché vengono largamente accettati e rimangono eticamente impuniti. Lo dimostra appunto l’ascesa della Lega nei sondaggi nonostante i gravi casi giudiziari in cui è stata coinvolta negli ultimi mesi. Per la larga parte dell’opinione pubblica italiana se un politico si appropria indebitamente di denaro pubblico, se truffa lo Stato, se evade le tasse, se è corrotto o corrompe, non vi è alcun problema. Anzi, molto probabilmente quel politico verrà ricompensato con un aumento dei consensi alle successive elezioni.

Abbiamo la classe dirigente che ci meritiamo.