Referendum. Oggi i Macedonia si vota per il futuro del piccolo lembo di terra che sembra quasi contare più per gli interessi internazionali che per se stessa.
Ma le interferenze della Grecia persistono ancora.

Tre saranno gli spinosi quesiti referendari che il governo socialdemocratico di Skopje ha inserito:
1) Entrare nella NATO
2) Entrare nella UE
3) Accettare gli accordi di giugno con la Grecia (Tsipras – Zaev)

In pratica si decide se la Macedonia debba continuare ad essere la piccola Corea del Nord dei Balcani o se terminare il proprio isolamento confluendo nella sfera occidentale. Data la sua irrilevante statualità, tale scelta si pone come elemento necessario e imprescindibile.

La questione è quindi molto più internazionale di quanto possa sembrare, partendo dal nome stesso della piccola repubblica balcanica. Infatti la Macedonia ha una spinosa questione aperta fin dal 1995, anno in cui scelse un nome provvisorio per non infastidire la Grecia, che si fa piccola con i forti e forte con i piccoli. Ufficialmente la Macedonia si chiama FYROM, che sta per Former Yugoslavian Republic of Macedonia (Ex repubblica iugoslava di Macedonia). Da lì iniziò il lungo calvario del paese slavo che, capeggiato da una formazione sovranista, non ha inteso abdicare a una sua (infondata) rivendicazione storica sulle origini elleniche, scatenando l’ira funesta di Atene. Quest’ultima vedendo la nascente repubblica slava appropriarsi del proprio ellenismo, ha tenuto finora sotto scacco la Macedonia a suon di veti. Infatti, il vero nocciolo del referendum, sapientemente mascherato da Skopje, è proprio il nome. Questa è la condizione sine qua non per poter procedere con l’integrazione nella sfera Occidentale di cui la Grecia già fa parte dal 1972.


(L’area geografica transfrontaliera di Macedonia con i confini politici attuali)

Secondo il documento stipulato a giugno fra Grecia e Macedonia del Nord (così dovrà chiamarsi in futuro) all’articolo 7 del documento si trova messo per inciso che FYROM rinuncia a ogni tipo di aspirazione linguistica e storica ellenistica, abdicando definitivamente la paternità di Alessandro Magno, che nulla ha a che vedere con la Macedonia odierna. Infatti Atene è molto gelosa del buon Alessandro il quale, greco natio dalla regione di Thessaloniki (ellenica, chiamata però anch’ella Macedonia) che confina a nord con la repubblica di Macedonia (slava), poco aveva a che vedere, se non il nome, con la repubblica ex-iugoslava.


(Estensione dell’area geografica chiamata “Macedonia” nel 200 a.C.)

Questo referendum sarà anche importante per la Russia, che disimpegnandosi dai Balcani, vorrebbe un certo status quo nella regione. Status quo che potrebbe essere alterato con un voto affermativo al referendum.
Infatti i Balcani, polveriera per antonomasia, si caratterizzano per formare un mosaico etnico di scelte geopolitiche spesso totalmente opposte. Dalla forte ma ferita Serbia filo-Russa, alle europeissime Slovenia e Croazia, all’aspirante potenza albanese filo-USA, all’inconsistente Montenegro e Kosovo, alla Grecia filo-Cinese fino alla ancora fragilissima repubblica di Bosnia frastagliata al suo interno: la Macedonia dovrà ancora capire da che parte remare.


(Alexis Tsipras con la controparte macedone, Zoran Zaev)

Già dal 2019, entrambi i parlamenti potranno iniziare a ratificare l’esito del referendum Nord-Macedone, iniziando così una nuova fase per la regione.