Nella grigia Milano d’inizio anni ’90 quattro giovani studenti liceali trascorrono le loro giornate in maniera ordinaria.

Renè è il capo branco, abita nella periferia meneghina, è di origine meridionale, e tutti i giorni finita la scuola aiuta i genitori nella gestione del bar di famiglia.Davide è il migliore amico di Renè, e Marco è il più schivo e taciturno. Tutti e tre sono dei ragazzi apparentemente normali di estrazione medio borghese. Giorgio è il nuovo arrivato nel gruppo, figlio di un noto professionista, abita in una villa alle porte della città. Lui proviene da una famiglia molto agiata ed è il soggetto con la personalità più disturbata. Luisa è la sua ragazza, ma lei è completamente all’oscuro della doppia vita condotta da lui. Ma una volta terminate le lezioni questi quattro ragazzi si trasformano. Passano i pomeriggi derubando anziane sole il casa, la notte borseggiano ragazze, adescano, rapinano e rubano l’auto di un omosessuale. I vialoni di periferia, le discoteche, luna park, distributori di benzina, sono i luoghi dove svolgono le loro azioni violente. A scuola il Professor Franchini con scarsi risultati cerca in tutti i modi di spronarli e sensibilizzarli alle tematiche sociali, sforzandosi di fargli uscire dall’indifferenza, dall’odio e dalla xenobofobia. Il burattinaio del branco è “Marcione” un magnaccia che ricicla la refurtiva del gruppo, gli procura la droga da spacciare, e gli sfida con scommesse pericolosissime.

Questi “quattro bravi ragazzi” sembrano avvolti in una spirale delinquenziale senza limiti. Ma presto o tardi dovranno fare i conti con la realtà e quando toccheranno il fondo dovranno pagare le conseguenze delle proprie azioni.

Il regista Claudio Camarca  riesce bene nel suo intento. Descrive in maniera credibile le vicende di questi quattro ragazzi disadattati in una Milano “iperrealista”degli anni’90. Un po’ meno credibile è l’ambientazione all’interno del liceo, con pareti aereografate ovunque, ma l’atteggiamento irrispettoso e saccente degli alunni nei confronti dei docenti rispecchia purtroppo una realtà sociale scolastica presente nelle grandi metropoli già nel 1993. Rispecchia la realtà anche l’interpretazione di Riccardo Salerno, nei panni di Giorgio Molteni, il ragazzo più ricco del gruppo, estremamente sadico e pericoloso che perfettamente cosciente del suo stato di privilegiato commette azioni delinquenziali convinto di farla sempre franca. Decisamente sopra le righe l’interpretazione di Michele Placido nei panni di “Marcione”, un “Pappa” fiolosofeggiante decisamente ambiguo, il personaggio più carismatico di questo film. Anche se brevi ma comunque di gran pregio sono le interpretazioni di Tony Sperandeo nei panni del Prof.Franchini e di Giancarlo Dettori nei panni del padre di Giorgio.

Molto “Synth” la colonna sonora che si integra perfettamente nell’atmosfera  vagamente “dark” e “underground” della Milano notturna. L’intento sociologico-morale del film è meritevole. Gli anni 90 del secolo passato sono stati segnati dalla nascita di bande giovanili, inizialmente nelle grandi metropoli e successivamente si sono diffuse a macchia d’olio in tutte le realtà urbane italiane. Queste “gang” sono composte da ragazzi con alle spalle situazioni familiari difficili, ma non di rado si trovano all’interno elementi appartenenti a ceti sociali più elevati. Bisogna comunque tenere sempre conto che le condizioni di devianze sono legate in larga parte da situazioni di svantaggio legati alla marginalità delle periferie, dai fattori economici, relazionali e sociali. Il disagio adolescenziale è anche figlio di una società che ha avuto dei cambiamenti negativi all’interno delle famiglie per ciò che concerne i ruoli sociali e familiari dei membri che ne fanno parte, quindi è sempre più tangibile un senso di provvisorietà. Oltre alla svalorizzazione del nucleo familiare ci sono anche altri elementi aggiuntivi che aggravano le devianze giovanili, ad esempio l’impossibilità di prevedere il futuro e la precarizzazione del lavoro, una semplificazione dei rapporti sessuali ridotti al puro piacere consumistico, e anche la grande influenza dei mass media e della tecnologia che crea una realtà virtuale che non corrisponde mai al mondo reale. La famiglia ha un ruolo centrale per la strutturazione della personalità individuale.

La legge del più forte

Cosa succede quando i sistemi fondamentali dell’educazione (Famiglia e Scuola) sono carenti o assenti?? I giovani in assenza di regole di comportamento prendono come punto di riferimento i propri coetanei. Quindi gli amici e i compagni di scuola diventano un punto di riferimento. Il sistema scolastico non riesce a colmare il vuoto creato all’interno della famiglia, e i ragazzi ci creano da soli regole e gerarchie. Dentro al gruppo vige la “Regola del più forte” che comporta l’interiorizzazione di una cultura dominante carica di valori di aggressività.

Quindi la violenza giovanile è il frutto di vari fattori concatenanti che variano a seconda dei contesti culturali ed economici. Si da per scontato che una condizione economica familiare molto precaria associata a una situazione familiare disastrata porti un individuo a delinquere. Ma questi comportamenti aggressivi spesso vengono attuati per una questione di sopravvivenza in un ambiente che sollecita comportamenti violenti. Cosa succede invece quando un individuo assume comportamenti criminali ma fa parte di una classe sociale più agiata????

“Questa storia finisce qui. Ti consegno a tua madre e a tua padre. Io spero che tu abbia imparato qualcosa, hai tutto quello che si può desiderare, non ti manca niente. Tieni sempre a mente che sei un ragazzo privilegiato” (Discorso del magistrato a Giorgio Molteni)

La povertà familiare è un fattore scatenante per i problemi comportamentali e che i figli di genitori più poveri mettono in atto comportamenti devianti legati dalla necessità di proteggersi (possesso di armi). I figli delle famiglie abbienti invece assumo comportamenti devianti anche a causa della pressione del successo. Dai ragazzi delle famiglia benestanti si pretende sempre il massimo e devono eccellere in tutto ciò che fanno, e una carriera di successo è obbligatoria. I problemi scaturiscono quando il senso del valore personale è strettamente legato al successo professionale, e l’individuo tende ad avere comportamenti antisociali, commettendo furti, azioni violente, abuso di alcool e droghe, comportamenti sadici e autolesionisti diventando vittime della trappola “posso quindi devo”.

Se “Quattro bravi ragazzi” avesse avuto un finale positivo sarebbe terminato in un modo troppo ordinario, ma la vita ci offre spaccati di negatività che devono riportarci alla realtà delle cose, altrimenti sarebbe come vivere in una “favoletta” dal lieto finale.
Ma dobbiamo costruire un mondo migliore, dove non esistano differenze e che venga dato spazio a tutti, e dove non esista il disprezzo per il prossimo. La solidarietà deve essere un valore condiviso sia per i ragazzi delle periferie sia per quelli dei “quartieri alti”.
Ma se quel grande organismo pedagogico che è la società genera “mostri”, sarà difficile di aspettarsi di meglio.