Sono già passati quattro anni dall’inizio della guerra nello Yemen. Nonostante il silenzio dei mezzi d’informazione, la guerra nel paese più povero del Medio Oriente continua. E a quattro anni dal suo inizio ancora non si vede la luce in fondo al tunnel.

La guerra dello Yemen, iniziata come guerra civile che vede contrapporsi i miliziani sciiti zaiditi di Ansar Allah (meglio noti come Houthi) ai lealisti fedeli all’ex presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, smise di essere tale fin da subito. D’altro canto, raramente le guerre civili sono tali per davvero, in quanto frequentissimo è l’intervento di almeno un attore straniero.

L’immediato intervento militare dell’Arabia Saudita nel marzo 2015 a fianco dei sostenitori di Hadi (che nel frattempo fuggì a Riad) catapultò lo scontro militare interno allo Yemen nell’arena internazionale del Medio Oriente. Un’arena caratterizzata da un’aspra rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, potenze regionali in lotta per estendere le rispettive sfere d’influenza, che si combattono “per procura” laddove scoppiano guerre civili, proprio come in Siria e nello Yemen, supportando fazioni contrapposte.

Teheran appoggia gli Houthi mentre Riad i lealisti. Bisogna però precisare che gli iraniani non sono intervenuti così massicciamente come i sauditi, che con i loro bombardamenti aerei indiscriminati hanno ucciso migliaia di civili e distrutto le già fatiscenti infrastrutture yemenite.

Durante questi quattro lunghi anni di guerra solo una volta le fazioni belligeranti si sono sedute attorno a un tavolo con l’intenzione di negoziare un vero cessate il fuoco, seppur limitato alla sola città portuale di Al-Hudaydah, affacciata sul mar Rosso.

Si tratta tuttavia di una città dall’inestimabile valore strategico, poiché attraverso il suo porto passa la maggior parte degli aiuti umanitari di cui la popolazione civile ha un disperato bisogno.

Lo scorso dicembre, in Svezia, Houthi e lealisti, con la mediazione delle Nazioni Unite, giunsero a un accordo per evacuare Al-Hudaydah e in particolare il suo porto, in modo da garantire che le operazioni belliche non mettessero a repentaglio il transito degli aiuti umanitari. In pratica, la guerra sarebbe stata spostata dalla città alle zone circostanti.

Alla fine quell’accordo si è rivelato un nulla di fatto e le timide speranze di pace sono state travolte rapidamente. L’Onu non dispone dei mezzi esecutivi per assicurarne l’adempimento e le parti non si fidano l’una dell’altra.

Il risultato è che ad Al-Hudaydah, come nel resto del paese, si continua a morire. E quando non sono le bombe o i proiettili ad uccidere, ci pensano fame e malattie.

Ecco, la fame. Protagonista, insieme a carestia e malattie, di questa terribile guerra che ha causato quella che le Nazioni Unite hanno più volte definito come la più grave crisi umanitaria al mondo.

La gravissima crisi umanitaria che coinvolge milioni di yemeniti è indubbiamente il dato più rilevante e il risultato più tangibile di questi primi quattro anni di guerra.

Eppure, nonostante gli effetti devastanti di questa crisi sulla popolazione, dello Yemen se ne sente parlare sempre pochissimo.

“Oggi venti milioni di yemeniti – pari al 70 % della popolazione – soffrono di insicurezza alimentare, segnando un aumento del 13 % rispetto allo scorso anno” ha dichiarato nei giorni scorsi la portavoce del World Food Programme (Wfo) Herve Verhoosel. “Di questi, quasi dieci milioni sono a un passo dalla fame” ha aggiunto.

Secondo un rapporto stilato lo scorso mese dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Ocha) 14,3 milioni di yemeniti hanno “disperato bisogno” di assistenza umanitaria. “Con due terzi della popolazione che soffre di insicurezza alimentare – si legge nel rapporto – quella dello Yemen è la più grave crisi alimentare al mondo. Questo non è un risultato dovuto alla scarsità di cibo o a disastri naturali. Stime confermano che la guerra è la causa principale, con le zone più colpite dalla fame che sono quelle che l’anno scorso hanno visto i combattimenti più feroci”.

Nel rapporto si segnala anche che “fattori economici” come “i limiti al rifornimento e alla distribuzione dei beni, la diminuzione del potere d’acquisto e la volatilità dei tassi di cambio” stanno giocando un “ruolo importante” nell’attuale crisi umanitaria. Tale crisi si caratterizza anche per la diffusione di malattie come il colera, che ha già ucciso migliaia di persone.

La proliferazione delle malattie è favorita dalla scarsità di acqua potabile, dall’assenza di strutture sanitarie adeguate (perché distrutte dai bombardamenti) e dalla debolezza fisica di cui soffrono milioni di yemeniti.

Nel rapporto dell’Ocha si legge anche che “i bambini sono tra i gruppi più vulnerabili e subiscono gli effetti della guerra in modo sproporzionato. Si stima che 7.4 milioni di bambini necessitino di assistenza umanitaria, segnando un aumento del 12 % rispetto al 2017”.

I bambini, ovviamente, sono la categoria più esposta alla fame e alle malattie, e quindi sono le prime vittime della guerra civile yemenita.

A proposito di bambini, proprio ieri un bombardamento aereo ha colpito un ospedale di Save The Children: il bilancio è di sette morti, di cui quattro bambini, almeno otto feriti e due dispersi. 

Secondo Save The Children, ieri mattina un missile ha colpito la stazione di servizio che si trovava a cinquanta metri dal suo ospedale nella città di Kitaf, nel nord dello Yemen. La grande esplosione seguita all’impatto ha investito l’ospedale causando morti e feriti.

“Siamo scioccati e atterriti da questo attacco oltraggioso. Bambini innocenti e operatori sanitari hanno perso la vita in quello che sembra essere stato un attacco indiscriminato a un ospedale in un’area densamente popolata. Attacchi come questi sono una violazione delle leggi internazionali” ha commentato l’amministratore delegato di Save The Children International Helle Thorning-Schimdt.

Lo scorso novembre l’organizzazione non governativa aveva lanciato l’allarme ammonendo che dall’inizio della guerra sarebbero ben 85.000 i bambini yemeniti morti di fame (per saperne di più vi consigliamo di leggere questo articolo).

A quattro anni dallo scoppio della guerra, osservando la situazione dello Yemen possiamo prendere atto di tre desolanti certezze:

il paese continua ad essere devastato dalla più grave crisi umanitaria al mondo, che si aggrava giorno dopo giorno; non c’è possibilità alcuna che la guerra termini nel breve periodo; l’opinione pubblica continua a rimanere all’oscuro delle atrocità inedite di questa guerra poiché i media mainstream non se ne occupano.

In particolare, relativamente a quest’ultimo punto, a volte sembra che i mezzi d’informazione puntino ad indignare l’opinione pubblica invece che informarla. Come fu nel caso di Amal Hussain, bambina di 7 anni il cui corpicino scheletrico venne fotografato dal premio Pulitzer

Tyler Hicks lo scorso novembre. Amal morì di fame pochi giorni dopo lo scatto della foto. Si sa, l’immagine strappalacrime di una bambina che sta per morire di fame colpisce dritto al cuore catturando l’attenzione del pubblico.

Il vero problema è che Amal non era altro che una goccia in un oceano di morte, disperazione e sofferenza. E se al posto di porre l’accento su questo punto si decide di focalizzare l’attenzione su una foto strappalacrime, allora i mezzi d’informazione cessano di essere tali e diventano mezzi d’indignazione di massa.