Gli ultimi decenni si sono caratterizzati dall’euforia dei teorici della globalizzazione di stampo occidentale. Dagli anni ’90, nell’immaginario collettivo si diffondeva l’idea che gli Stati fossero moribondi e che da lì a poco avremmo celebrato il loro funerale.

S’intende per globalizzazione, il “termine adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo” (Treccani).

La presenza di nuovi soggetti che mettono in discussione la centralità degli Stati è stata determinante nella condivisione di questa idea nell’Opinione Pubblica. La governance multi-livello offerta da entità come le Nazioni Unite o la stessa Unione Europea, l’ingombrante potere di Corporazioni Multinazionali oltre all’attivismo politico di primo piano esercitato da Organizzazioni Non Governative sembravano minare irreversibilmente il primato degli Stati nell’ordine mondiale. Allo stesso tempo, la libera circolazione dell’informazione e degli individui a una velocità mai vista prima sembravano decretare la fine del predominio degli Stati sul proprio territorio.

Tutti questi fattori mettevano in dubbio la funzionalità e l’efficacia degli Stati e la Globalizzazione sembrava aprire le porte ad una narrazione universalistica in cui il libero mercato sarebbe bastato per estendere la cultura dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali

Scommettendo sempre sulla globalizzazione come un processo irreversibile, gli Stati Occidentali hanno esercitato un’egemonia aperta basata sulla preponderanza. L’allocazione di beni e servizi nel resto del mondo avrebbe influenzato la cultura dei diversi popoli fino ad omologarli alle diverse forme, modelli e istituzioni liberaldemocratiche.

I fautori della Globalizzazione proseguivano sulla loro strada mentre l’arroganza li rendeva sordi e insensibili alle domande che sorgevano dal basso, sottovalutando alcuni problemi e minacce che sono diventati sempre più complessi con il trascorrere del tempo. Ma nessuno poteva dire nulla: qualcuno pensava di avere la situazione in pugno e di garantire il proprio primato allocando beni e servizi agli altri e influenzando la loro cultura in modo egemonico. Si credeva fossimo in presenza de “La fine della Storia” di Francis Fukuyama.

D’altronde, l’ironia ha permesso che gli altri Stati imparassero a usare nel loro favore i mezzi che l’Occidente – e particolarmente gli Stati Uniti – mettevano a disposizione per consolidare la propria egemonia. Dal libero mercato alla Tecnologia, dall’informazione di massa alla libera circolazione delle persone, gli strumenti che l’Occidente aveva messo sul tavolino erano diventati armi letali nelle mani di altri Stati con altri interessi.

Nella Politica Mondiale si sono fatte presenti altre potenze che, senza assumere gli stessi vincoli dell’Occidente, si ritagliano una sempre più ampia sfera d’influenza laddove le Potenze Occidentali cedono il proprio spazio.

Il caso più eclatante è quello della Cina, che a livello economico e finanziario è riuscita a prendersi una fetta sostanziale del mercato globale, sostituendosi agli europei nell’Africa e agli Statunitensi nell’America Latina, godendosi il vantaggio dell’arretratezza e facendo disperare gli stessi Stati Uniti. Allo stesso modo, gli Stati Uniti non sono più soli nell’arte di pilotare l’opinione pubblica ma trovano nella Russia un rivale sempre più ostile e capace di costruire messaggi che mettono a rischio la stessa legittimità politica dei propri avversari. In mezzo a loro sorgono anche l’India e altre potenze minori che non sono omologate al pensiero Occidentale ma hanno una propria visione del Mondo.

Tutto questo sta ad indicare che siamo in presenza del declino di un’egemonia e dell’ascesa di altre Potenze sfidanti. Altro “fine della Storia”, il gioco è appena iniziato.