A un anno di distanza dall’insediamento del governo gialloverde domandarsi quale sia la sua politica estera suona scontato e banale. O meglio, in teoria dovrebbe essere così.

Nella pratica le cose stanno diversamente. L’attuale esecutivo sembra avere due politiche estere ben distinte; pertanto non ne ha nessuna.

La giornata di lunedì 17 giugno ha mostrato chiaramente l’ambigua politica estera del governo Conte. Quel giorno il ministro degli interni Matteo Salvini si è diretto a Washington dove ha incontrato il segretario di Stato americano Mike Pompeo e il vicepresidente Mike Pence.

Salvini, per la prima volta in visita ufficiale negli Stati Uniti, si è schierato dalla parte degli americani in tutti i dossier più caldi di politica estera. Dalle attuali tensioni con l’Iran al presunto pericolo per la sicurezza nazionale rivestito dalla tecnologia cinese passando per la crisi venezuelana e il comune scetticismo nei confronti dell’Unione Europea.

Salvini non ha sprecato l’occasione per esprimere la propria ammirazione nei confronti dell’operato del presidente Donald Trump e in particolare per la sua politica di abbassamento delle tasse, che vorrebbe emulare. Il titolare del Viminale ha anche dichiarato che vorrebbe fare dell’Italia il più solido alleato degli Stati Uniti nell’Unione Europea.

Nelle stesse ore in cui Salvini era a Washington, il presidente del consiglio Giuseppe Conte si trovava a Milano per partecipare alla cena di gala organizzata dalla Fondazione Italia-Cina per presentare in anteprima il nuovo rapporto sulle relazioni commerciali tra i due paesi.

All’evento erano presenti in duecento tra soci, consiglieri della Fondazione, imprenditori e vertici di importanti aziende italiane e cinesi. Era presente anche Li Junhua, il nuovo ambasciatore cinese in Italia. Durante l’evento il premier ha sottolineato che “l’Italia vede nella Cina un interlocutore ormai a pieno titolo quale global player ed è determinata a coltivare il fruttuoso percorso”.

In poche parole, secondo Conte è necessario approfondire i legami tra Cina e Italia in modo da sfruttare le sempre maggiori potenzialità del mercato cinese. Egli ha difeso inoltre l’adesione italiana alla Belt and Road Iniative (Bri). Nel tentativo di scacciare sospetti di uno spostamento a Oriente della politica estera italiana, Conte ha ribadito che “la nostra fedeltà euro-atlantica è confermata ai massimi livelli”. Ciononostante, la firma del memorandum d’intesa suscitò critiche pubbliche da parte dell’amministrazione americana.

Da un lato il ministro degli interni si inchina al cospetto degli americani, dall’altro il presidente del consiglio parla di aumentare i legami con la Cina sebbene contemporaneamente proclami totale lealtà al campo euro-atlantico. Ecco quindi che appare tutta la contraddittorietà della politica estera dell’attuale governo.

Sebbene l’Italia rimanga saldamente nel recinto della sfera d’influenza americana – dov’è sempre stata dal 1945 a oggi – è chiaro che l’attuale governo guardi con favore a Oriente. In realtà lo stesso si può dire anche dei due governi precedenti, i quali decisero di avvicinarsi a Mosca e Pechino con maggior convinzione rispetto agli altri partner occidentali. Tuttavia, il governo gialloverde ha dimostrato le sue simpatie orientali in modo inequivocabile.

L’attuale governo esprime due indirizzi di politica estera ben diversi tra loro. Quello leghista è filoatlantico, pur essendo gravato dai sospetti di legami tra il partito e la Russia. Salvini infatti si mostrò molto più cauto dei colleghi 5 Stelle sull’adesione italiana alla Bri.

Quello pentastellato invece guarda alla Cina e converge meno con la politica estera americana. Un esempio su tutti è quello del Venezuela dove a causa dell’ostilità dei 5 Stelle il governo non ha riconosciuto l’autoproclamato presidente Juan Guaidò.

Il governo gialloverde sembra voler essere amico di tutti; sia degli Stati Uniti sia di quelle grandi potenze che Washington percepisce come competitor strategici.

Risultato: la credibilità e l’affidabilità dell’Italia sullo scacchiere internazionale si riducono. Gli alleati dubitano della nostra fedeltà mentre Russia e Cina sanno bene che, al di là delle dichiarazioni d’intenti dei nostri governanti, il nostro paese ha uno spazio di manovra limitato.

Leghisti e pentastellati sembrano convergere solo su due dossier: Unione Europea e Libia. Per quanto riguarda il primo, i due vicepremier sembrano intenzionati ad isolare il paese adottando un atteggiamento tutto meno che costruttivo. Essi vogliono sfidare lo status quo europeo rappresentato dai vincoli di bilancio e in alternativa ad esso propongono slogan elettoralistici privi di una visione d’insieme lungimirante.

Sulla Libia non sono emerse alla luce del sole spaccature in seno alla maggioranza. Almeno in questo caso Lega e Cinque Stelle agiscono sulla base di un interesse nazionale e non di partito: difendere gli interessi energetici italiani in Tripolitania e quindi sostenere il governo che controlla quella regione.

Anche in politica estera quindi, la coalizione gialloverde mostra tutte le sue contraddizioni, palesando ancora una volta le notevoli differenze tra la Lega e il Movimento 5 Stelle. Ciascuno propone la propria politica estera conforme ai programmi di partito mentre sembra mancare completamente la capacità di individuare l’interesse nazionale e stabilire una strategia per perseguirlo in ciascun ambito di politica estera.