Da diversi giorni l’Algeria è sconvolta da proteste di massa contro il presidente Abdelaziz Bouteflika, che proprio ieri ha compiuto il suo ottantaduesimo compleanno.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutte le maggiori città del paese per manifestare contro il dispotico dominio di Bouteflika, che governa ininterrottamente il paese dal 1999. Le proteste sono scoppiate in seguito alla notizia, rivelata lo scorso 10 febbraio dall’agenzia di stampa algerina Aps, che Bouteflika correrà per il quinto mandato alle elezioni presidenziali del prossimo 18 aprile. Tale annuncio ha esasperato decine di migliaia di algerini che hanno deciso di scendere in strada per far sentire la loro voce.

Bouteflika viene criticato non solo perché è al potere da vent’anni, ma anche perché viene ritenuto inabile ad esercitare le sue funzioni. Infatti, il presidente versa in precarie condizioni di salute dal 2013, quando venne colpito da un ictus. Da allora il presidente è costretto su una sedia a rotelle e le sue apparizioni in pubblico si sono fatte sempre più sporadiche. Nonostante fosse stato pesantemente debilitato dalla malattia, Bouteflika decise di candidarsi alle scorse elezioni presidenziali del 2014. Tuttavia, il presidente, a causa della sua debolezza dovuta alle precarie condizioni di salute, apparve pochissimo durante la campagna elettorale. Venne rieletto con l’81 % dei consensi ma le opposizioni denunciarono brogli ed irregolarità di massa. L’Algeria non è un paese libero e le elezioni sono solo un’operazione di facciata, utilizzate dal governo come strumento di legittimazione. Nell’ex colonia francese le libertà fondamentali non sono rispettate e le istituzioni operano col fine di consolidare la permanenza al potere della stessa classe dirigente. Nel 2014 l’affluenza alle urne fu del 51 %, marcando un crollo gigantesco rispetto al 74 % del 2009, sintomo di una diffusa crisi di fiducia verso delle istituzioni incapaci di garantire un minimo di alternanza democratica.

Secondo i critici e gli oppositori, in realtà l’esercizio del governo sarebbe eseguito non dal presidente, in quanto debole ed infermo, ma da un ristretta cerchia di suoi fidati consiglieri e funzionari politici e militari, tra cui il sessantunenne fratello Said.

Negli ultimi giorni le proteste sono state corroborate dalla coltre di mistero che aleggia sulle condizioni di salute di Bouteflika.  Domenica sera l’aereo presidenziale è atterrato all’aeroporto di Ginevra. Il presidente si sarebbe poi diretto all’ospedale universitario della città per sottoporsi a dei controlli medici di routine. Il fatto è che l’aereo presidenziale non è più ripartito. Bouteflika si troverebbe ancora nell’ospedale universitario di Ginevra ma attualmente non è dato sapere quali siano le sue condizioni di salute. Se è vero che si diresse nella città svizzera per dei semplici controlli di routine, non è un azzardo eccessivo supporre che ci siano state delle complicanze.

La mancanza di notizie sulle condizioni di salute del presidente ha esasperato ulteriormente le proteste. L’Algeria è un paese giovane, in ascesa demografica, dove le donne fanno molti figli. Pertanto buona parte della popolazione non si sente rappresentata da un presidente molto anziano, malato, debole, che siede sul trono da vent’anni e di cui per giunta non si conoscono le condizioni di salute. In più, l’economia algerina ha risentito negli ultimi del calo del prezzo del petrolio, mentre la disoccupazione giovanile è molto alta. Tuttavia, nelle attuali proteste che stanno infiammando il paese, la condizione socio-economica della popolazione rappresenta, molto probabilmente, un aspetto secondario rispetto alla mancanza di legittimità del regime.

La tensione si è alzata notevolmente negli ultimi giorni, nel momento in cui si sono registrati duri scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, in particolare nella capitale Algeri. Venerdì un corteo composto da decine di migliaia di manifestanti ha protestato nelle vie centrali della capitale. Quando il corteo è giunto a circa un chilometro e mezzo dal palazzo presidenziale, sono scoppiati gli scontri con le forze dell’ordine in assetto antisommossa, determinate ad impedire ai protestanti di avvicinarsi ulteriormente alla residenza del presidente. Lanci di pietre, petardi, bombe carta a cui la polizia ha risposto con gas lacrimogeni. È stato un venerdì caldo e movimentato ad Algeri e non sono mancate le vittime. Secondo l’agenzia di stampa Aps, che cita il ministero della sanità, sarebbero 183 in totale le persone ferite durante gli scontri di venerdì, mentre, secondo le autorità, i manifestanti arrestati sarebbero quarantacinque. Gli scontri di venerdì hanno prodotto anche il primo morto: si tratta di Hassan Benkhedda, personaggio illustre in quanto era uno dei figli di Benyoucef Benkhedda (1920-2003), leader della lotta indipendentista contro la Francia e capo del governo provvisorio algerino dall’agosto 1961 al luglio 1962. Le circostanze della morte di Hassan Benkhedda non sono ancora chiare e dovranno essere accertate. Il fratello Salim ha accusato gli “scagnozzi” del regime di aver ucciso suo fratello.

Ieri è stata una giornata tranquilla ad Algeri ma non è affatto da escludere che nei prossimi giorni e settimane la tensione scoppi nuovamente, con altri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti insofferenti per la permanenza al potere di un presidente eterno di cui non si conosce nemmeno lo stato di salute.