di Giuseppe Gallinella e Pino Guastella

Continua la nostra inchiesta sull’illustre giornalista sotto scorta, Paolo Borrometi, per essere stato più volte minacciato dalla mafia. La vicenda che lo rende protagonista in questa storia, riporta alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Borrometi riguardo ad un fallito attentato nei suoi confronti con un’autobomba.

Nel secondo articolo che riguarda l’inchiesta di cui vi stiamo parlando da qualche settimana, pubblicato il 22 agosto, vi abbiamo allegato una documentazione del Tribunale di Catania dove si evince chiaramente che non vengono menzionati attentati con autobombe. Ma nonostante questi atti redatti dal Tribunale di Catania che, ripetiamo sono atti riguardanti un processo di cui Paolo Borrometi non c’entra assolutamente nulla, contrastano il racconto dello stesso giornalista del fallito attentato a tutt’oggi non ancora smentito.

Anzi, casualmente nello stesso giorno della nostra seconda pubblicazione, subito dopo tutti i media principali pubblicano la notizia che Paolo Borrometi il 25 settembre sarà premiato con il premio internazionale Peter Mackler Award 2019, per il giornalismo coraggioso ed etico. Un premio che per la prima volta viene assegnato ad un giornalista europeo. Il prestigioso premio verrà assegnato sulla base del libro intitolato: ‘Un morto ogni tanto’.

La notizia ha suscitato, da parte di giornalisti e della stampa, una serie di congratulazioni attraverso i social nei confronti del noto giornalista. Persino il New York Times ha dedicato un articolo a Borrometi per il coniato premio. Infatti leggendo l’articolo del New York Times (leggi versione integrale) https://www.nytimes.com/2018/05/20/world/europe/italy-journalists-mafia.html si legge che Borrometi dichiara di essere stato vittima di un fallito attentato con un’autobomba: coincidenze?

Nonostante gli atti che smentiscono categoricamente l’esistenza di un fallito attentato con un’autobomba, c’è un’altro colpo di scena che ci lascia stupiti, e che francamente potrebbe avere dei risvolti imbarazzanti. A rendere questi risvolti imbarazzanti sulla vicenda di Paolo Borrometi è proprio Maurizio Inturri, di cui ve ne abbiamo parlato nell’articolo precedente.

Quello che ha dichiarato Inturri alla nostra redazione, dopo aver appreso la notizia del premio che verrà consegnato a Borrometi in settembre, ha davvero dell’incredibile e che confermano l’imbarazzo che si sta creando intorno allo stesso giornalista sotto scorta.

Inturri riporta riferimenti molto più precisi e ampie descrizioni che lo stesso giornalista antimafia non riporta nel suo libro “Un morto ogni tanto” e sul sito La Spia. A questo punto abbiamo visionato la “vera testimonianza scritta” e altri audio, messaggi, che Inturri ci ha fornito e abbiamo chiesto allo stesso se nel libro del giornalista Paolo Borrometi ci fossero riferimenti a suo nome o paragrafi che riguardassero le sue inchieste e non di esclusività del direttore de La Spia.

Ecco cosa dichiara Inturri a tal proposito

“Ho letto casualmente il libro del Borrometi, anzi, per essere sincero l’ho comprato in ebook solo ed esclusivamente perché una delle mie fonti, mi ha riferito che nel libro erano contenute le mie inchieste; quindi, come sempre, volevo accertarmene personalmente.
Le stupidate contenute in quel libro sono tante, si pensi che definisce nel cap.2 “Il mito sfatato”, la “Stidda”, come un’organizzazione mafiosa nuova e diversa da “Cosa
Nostra”, quando invece gli “Stiddari” erano appartenenti ripudiati dalla stessa mafia palermitana perché considerati confidenti e se il simbolo della “stidda” lo paragona ad una stella, allora abbiamo già detto tutto!”.

“La cultura mafiosa di quel testo è pari a zero, infatti sempre nello stesso paragrafo, a pag.36 afferma che la provincia “babba” fosse Ragusa; forse non ha letto e studiato bene le affermazioni del “primo collaboratore di giustizia di Cosa Nostra” Tommaso Buscetta, che al contrario, proprio a Falcone, affermò che “i siracusani” appartenevano alla “provincia babba”. Ma questo lo racconterò prossimamente, anche se in verità è tutto scritto nero su bianco nei miei articoli e…”

Continuando Maurizio Inturri…

“Nel cap.5 intitolato “Passaggio a Siracusa” dello stesso libro, chiunque nel siracusano percepisce che “la farina”, nelle pagine che seguono sono dettate dal collaboratore di giustizia Rosario Piccione, perché se è vero che il giornalista è sotto scorta dal 2004 e risiede a Roma, come poteva girare inosservato a Siracusa e sapere quello che scrive? Mentre io ho frequentato Siracusa e le zone della droga di Piazza Adda, Santa Panagia, la “Fontana delle Papere”, già dal 1987 fino al 1996, perché il mio istituto scolastico
(l’IPSIA) era a Siracusa, e tutti tra uomini e ragazzi ti raccontavano storie alla “Gomorra”…vogliamo confrontarle con quelle del Borrometi?”

“E’ sconcertante in questo paragrafo leggere di Salafia e del passaggio di Falcone e Buscetta; Salafia fu accusato di aver partecipato all’uccisione del Generale Dalla Chiesa e Giovanni Falcone fu il magistrato palermitano che si occupò della vicenda. Solo dopo, grazie a Buscetta, Salafia fu scagionato non solo dall’accusa di avere ucciso il Prefetto di Palermo ma anche da quella di aver fatto parte del commando armato che effettuò la strage della Circonvallazione, nella quale fu assassinato il boss catanese Alfio Ferlito e con lui furono trucidati l’autista del taxi ed i Carabinieri della scorta, tra cui il carabiniere siracusano Salvatore Raiti, appena diciottenne. Ma è chiaramente evidente che Borrometi non ama i “collaboratori di giustizia”, persone che ritengo importanti nella lotta alla criminalità. Tant’è che non parla del “collaboratore di Giustizia” Currau M’arrabbiu”, Corrado Ferlisi, persona di cui tutti i clan del siracusano hanno paura, una gola profonda “se parlasse”…. Nel cap.6 riprende racconti di Rosario Piccione, mentre a pag.23 dello stesso capitolo inizia a raccontare parti della testimonianza esclusiva e delle mie inchieste, facendo anche confusione.”

“Da qui continua ad arrampicarsi sugli specchi cercando di non riportare il mio nome e la testimonianza di persone che hanno subito attentati dinamitardi, estorsioni e minacce di ogni genere. Anche ad Avola le persone si sono piegate dalle risate, perché lo stesso non ha capito e non sa chi appartiene a una famiglia mafiosa e chi a un’altra, saltando gli anelli di giuntura. Addirittura a pag.38 dello stesso capitolo, riporta la falsità di un post pubblicato su Facebook mettendo in evidenza il mio nome: peccato che già a settembre del 2017 (dopo aver scritto diversi articoli) fui aggredito per la prima volta, poi la seconda volta a ottobre e prima ancora insultato e minacciato sempre tramite Facebook.”

“Nel cap.7 ”Mafia, imprenditoria e politica” esattamente a pag.12, inizia con la tarantella del voto di scambio che coinvolge l’On. Gennuso. Peccato che già in precedenza e nelle varie mie testimonianze avevo descritto per bene l’organizzazione ciclistica, nascondendo solo alcuni particolari che usciranno a breve. Le altre notizie in merito all’On. Gennuso… non saprei proprio dove le avesse prese, ma di certo manca un pezzo di ricostruzione e dei passaggi delicati che solo Borrometi può spiegare perché li ha censurati, altri a breve me ne daranno conto nelle sedi opportune. Il cap.8 è la fake per antonomasia, s’intitola ‘Picca n’avi. Bum bum, un murticeddu ogni tanto’… Qui Paolo Borrometi dimentica che le stragi fanno parte di un sistema criminale ampio; molte commissioni antimafia si sono chiesti il perché delle stragi di Capaci e di via D’Amelio visto e considerato che di Falcone e Borsellino “Cosa Nostra” conosceva ogni spostamento?”

“Dopo il cap.8 c’è l’epilogo finale e il libro di Borrometi termina con tanto di ringraziamenti e saluti a persone illustre e famose, per carità rispettabilissime, ma per le vicende menzionate nel libro su Avola, Borrometi non può fregiarsi del titolo di giornalista investigativo o d’inchiesta. Paolo Borrometi sarà pure un ottimo trascinatore e giornalista, non voglio giudicarlo come non avrei voluto essere giudicato. Rispetto le mie fonti e le persone che con coraggio denunciano “collaboratori e testimoni di giustizia” inclusi. Come io oggi, con coraggio, denuncio le inesattezze di Paolo Borrometi al quale sarà consegnato un premio che…” – ha concluso Maurizio Inturri.

Alla luce di queste nuove dichiarazioni alle quali, come riferisce lo stesso Inturri sono ampiamente documentate, susseguono una serie di domande che non trovano risposte dai diretti interessati e che potrebbero compromettere l’onorabilità professionale del giornalista fino ad ora mai messa in discussione. Resta da capire del perché Paolo Borrometi dice di essere stato vittima di un fallito attentato con un’autobomba nonostante non risulti in nessuno degli atti giudiziari e di polizia che vi abbiamo mostrato? E poi ci sono le dichiarazioni di Inturri, il quale ha contribuito materialmente alle inchieste menzionate nel libro; perché non viene nemmeno ringraziato nel libro?

Per ogni segnalazione, rettifiche o altro, potete scrivere a: redazione@ilformat.info