In “Una Vita Violenta” (1959) Pier Paolo Pasolini descrive le vicende di Tommaso Puzzilli, giovane borgataro che vive di espedienti ai margini di una Roma caotica e torrenziale. Povero in canna, a Tommaso verrà data una abitazione da INA-Casa. Prima da giovane con simpatie missine insieme ai suoi compagni, subirà una evoluzione che lo porterà ad avvicinarsi al PCI, fino poi a morire di asma in un sanatorio presso il Gianicolo. Il romanzo si distingue dal precedente “Ragazzi di vita” del 1956, perché il protagonista questa volta non è la fiumana di ragazzini che impestavano le vie della Roma di periferia, ma un singolo personaggio, dove può meglio concentrarsi la psicologia lirica di Pasolini.  Alberto Asor Rosa, nel suo saggio “Scrittori e popolo” del 1965, fa la tara agli scrittori italiani che lui definisce “populisti”, e ne fa un quadro impietoso. Affetti da “apologia dei buoni sentimenti” questi scrittori finiscono, secondo l’analisi di Asor Rosa, per annacquare la scientificità marxista in un intruglio di buonismo, affiliazione per la vita contadina e crepuscolarismo d’accatto. Anche Antonio Gramsci, secondo Asor Rosa, non era immune a questo atteggiamento, anzi è da lì che partono molte delle storture che secondo il critico universitario affliggevano la narrativa letteraria italiana. Con Pasolini il caso è più complicato, non si può accusare lo scrittore bolognese/friulano di apologia dei buoni sentimenti, visto che i personaggi che descrive sono prossimi al sordido, al criminale e al ripugnante. Ma la critica di Asor Rosa si fa più pungente quando accusa Pasolini di cedere ai suoi impulsi sub-coscienziali, e di avvicinarsi a questi personaggi spinto da pulsioni oscure e malate che solo in lui agiscono ma che infettano e non devono essere confuse con una analisi scientifica solida e razionale della realtà che in quel periodo solo il marxismo sembrava possedere e rendere al mondo culturale.

Pasolini si difese da queste accuse, dicendo che solo guardando il mondo con lo sguardo di chi vede scomparire qualcosa che ama si può dare un quadro completo, che l’arido atteggiamento scientifico dimentica e non tiene in considerazione. Sarà sempre questo atteggiamento di nostalgia per qualcosa che si sta perdendo che gli farà affermare, perentorio, negli “Scritti Corsari” che i giovani romani da lui descritti nei suoi romanzi e nei suoi primi film (“Accattone”, “Mamma Roma”) non sono più gli stessi, sono dei fantasmi. Nell’articolo “Il mio “Accattone” in tv dopo il genocidio” (su “Lettere Luterane”, pubblicato postumo nel 1976) afferma che nessuno dei giovani romani di oggi riuscirebbe a recitare le battute dei protagonisti del suo film del 1960 nello stesso modo, perché ormai si è perso quel modo di parlare, di atteggiarsi, quell’allegria un po’ funebre è divenuta, nei giovani romani, indolente accidia e male di vivere. Sono stati tutti come deportati in massa in un lager e da lì non sono mai più tornati nelle loro case.

Nell’articolo “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”, «Corriere della Sera»,10 giugno 1974 (in Scritti corsari, 1975): “Ora che il modello sociale da realizzare non è più quello della propria classe, ma imposto dal potere, molti non sono appunto in grado di realizzarlo. E ciò li umilia orrendamente. Faccio un esempio molto umile. Una volta il fornarino, o cascherino – come lo chiamano qui a Roma – era sempre, eternamente allegro: un’allegria vera, che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro per le strade fischiettando e lanciando motti. La sua vitalità era irresistibile. Era vestito molto più poveramente di adesso: i calzoni erano rattoppati, addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Però tutto ciò faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un proprio mondo altrettanto valido. Giungeva nella casa del ricco con un riso naturaliter anarchico, che screditava tutto: benché egli fosse magari rispettoso. Ma era il rispetto di una persona profondamente estranea. E insomma, ciò che conta, questa persona, questo ragazzo, era allegro. Non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione? La condizione contadina o sottoproletaria sapeva esprimere, nelle persone che la vivevano, una felicità ‘reale’. Oggi, questa felicità – con lo Sviluppo – è andata perduta. […]

Nell’articolo “Abiura dalla Trilogia della Vita” (Lettere Luterane, prima in “Corriere della Sera” 9 novembre 1975) Pasolini ammette che gli intellettuali suoi colleghi non si accorgono “ che la televisione, e forse ancora peggio la scuola dell’obbligo, hanno degradato tutti i giovani e i ragazzi a schizzinosi, complessati, razzisti borghesucci di seconda serie”. E afferma perentorio che il crollo del presente implica anche il crollo del passato: “Se coloro che allora erano così e così, hanno potuto diventare ora così e così, vuol dire che lo erano già potenzialmente: quindi anche il loro modo di essere di allora è, dal presente svalutato. I giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano – che sono poi quelli che io proietto nella vecchia e resistente Napoli, e poi nei paesi poveri del Terzo Mondo – se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano: erano quindi degli imbecilli costretti a essere adorabili, degli squallidi criminali costretti a essere dei simpatici malandrini, dei vili inetti costretti a essere santamente innocenti, ecc.”.

Nell’intervento al Congresso del Partito Radicale (in Lettere Luterane, 1976), ultimo suo scritto conosciuto, Pasolini afferma che gli individui più adorabili sono quelli che non sanno di avere diritti. La marcia trionfale in difesa dei Diritti, che cavalcava come un’onda gli anni ’70, si sarebbe ingrossata e avrebbe trascinato con sé numerose scorie. I giovani degli anni ’50, i Tommaso Puzzilli, gli Accattoni, i Riccetti, le Mamme Roma, avrebbero invocato a gran voce anche loro i propri diritti, la casa, la proprietà, il televisore, più in generale un edonismo spicciolo e piccolo borghese, perdendo quella coscienza sociale moderata e umile che si era formata dopo il periodo della Resistenza.

La religione laica della democrazia avrebbe portato a forme totalitarie di edonismo e arroganza progressive. Scrive Pasolini: “il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione “creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili”.

Continua Pasolini, chiamando in causa i suoi colleghi intellettuali come gli Asor Rosa che lo accusavano un quinquennio prima: “tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.”

E conclude l’intervento: “ Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

Che è il monito che ogni intellettuale cosciente del proprio ruolo sociale dovrebbe sempre tenere a mente.