La solita domanda, che ritorna ciclicamente nelle case di tutti gli italiani, è: ma quando andremo in pensione? Quali sono i requisiti di accesso e perché continuano a cambiarli, governo dopo governo?

Tutte domande esatte e lecite, soprattutto, in un periodo in cui la propaganda su questo tema ha, già, fatto molte vittime, ha messo gli uni contro gli altri e ha illuso troppi. Per poter meglio comprendere la “quota 100”, uno dei cavalli di battaglia dell’attuale governo, è necessario ripercorrere le tappe riformistiche degli ultimi 20 anni, partendo dal ’92, lo faremo, sicuramente in modo molto sintetico e semplificato, vista la circostanza, con l’obiettivo di mettere a nudo ciò che oggi viene presentato come rivoluzionario ed epocale ma che forse è un azzardo presentare come vera e propria riforma, al massimo possiamo parlare di “opzioni” temporanee (e anche molto costose).

Passiamo ora in rassegna, solo le riforme più significative, tralasciando i moltissimi aggiustamenti attuati negli anni.

La riforma Amato, D.Lgs 30 dicembre 1992, n.503, ha lo scopo di stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e Pil, introdurre forme di previdenza complementare e integrativa e cercare di garantire un adeguato trattamento pensionistico obbligatorio a tutti. L’età pensionabile passa da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 anni per le donne. La contribuzione minima richiesta passa da 15 anni a 20 anni di contributi (si noti che questo impianto pensionistico è molto simile all’attuale ed è stato pensato e realizzato, addirittura nel 1992).

La riforma Dini/Treu, Legge n.335 dell8 agosto 1995, cambia completamente il sistema di calcolo del quantum pensionistico: si passa dal sistema retributivo al sistema contributivo. Coloro che sono assunti dal ’96 in poi, vedranno la loro pensione calcolata interamente tenendo conto dei contributi effettivamente versati mentre coloro che fossero già assunti prima di tale data, se avessero già versato più di 18 anni di contributi avrebbero beneficiato, ancora, del sistema retributivo (percentuale max 80% della media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni). Coloro che, assunti prima del ’96 ma con meno di 18 anni di contributi avrebbero beneficiato di un sistema “misto” (abolito con la riforma Fornero).

Passiamo alla riforma Maroni, legge delega n.243 del 2004, e prestiamo molta attenzione a questa riforma perché ha in sé due “opzioni” reintrodotte dall’attuale governo con la legge di bilancio per il 2019. Questa riforma va’ a toccare la pensione di anzianità, cioè la possibilità di andare in pensione se si sono versati un tot di contributi massimi. Prima del 2004, bastavano 35 anni di contributi e si poteva accedere alla pensione a prescindere dall’età anagrafica. Con la riforma Maroni, i contributi richiesti sono passati a 40 anni (quasi quanto alla Fornero) oppure, con aggiustamenti anche fatti dallo stesso governo negli anni successivi, si poteva beneficiare di due “opzioni”: quota 97 e opzione donna.

Quota 97, significa che la somma di età anagrafica e contributi versati deve essere 97. Bisognava avere almeno 35 anni di contributi e 62 anni di età (praticamente come sarà attualmente la quota 100 che richiederà solo 3 anni in più di contributi);

Opzione donna, la possibilità per le donne di accedere alla pensione con 59 anni di età e 35 di contributi a patto che la pensione fosse interamente calcolata con il contributivo (quindi non un regalo alle donne ma un modo per risparmiare).

Poi ci sono state una serie di interventi sulle finestre per poter effettivamente accedere alla pensione che con Maroni furono dimezzate da 4 a 2 fino all’introduzione della “finestra mobile” che praticamente faceva slittare la pensione di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi (un altro modo per poter risparmiare).

Riforma Fornero, decreto legge n.201/2011, demonizzata ingiustamente per anni e che in realtà rispetto al passato ha “flessibilizzato” i requisiti di accesso alla pensione nella direzione di lasciare la decisione di quando andare in pensione al lavoratore tenendo, sempre presente, la sostenibilità dell’intero sistema.

Per poter accedere alla pensione di vecchiaia bastano solo 20 anni di contributi come previsto nel ’92 e 67 anni di età anagrafica (2019). Se invece si posseggono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, si può accedere alla pensione senza tener conto della reale età anagrafica. In questo modo chi aveva già maturato i contributi richiesti poteva scegliere di uscire dal mercato del lavoro senza aspettare di raggiungere l’età anagrafica.

Veniva abolita l’opzione donna e la quota 97.

Addirittura, con questa riforma, si può decidere di lavorare fino a 70 anni avendo poi un incremento sostanzioso dell’assegno di pensione.

È vero che a livello sociale molte categorie “svantaggiate” hanno incontrato seri problemi ed è per questo che è, ancora oggi, necessario intervenire su quelle categorie (anche se sono già previsti eccellenti sgravi per le categorie usuranti).

L’attuale governo ha dichiarato di superare la riforma Fornero con delle innovazioni straordinarie come la “quota 100” e “opzione donna” ma abbiamo già visto essere delle soluzioni esistenti in passato (e soprattutto usate per risparmiare in passato). È un vero ritorno al passato e questa volta creando anche delle ingiustizie sociali ancora maggiori rispetto a quelle prodotte dalla riforma Fornero. Sono quindi “opzioni” che vanno a vantaggio dei già “salvaguardati” e a svantaggio dei veri e propri “svantaggiati”. Inoltre, queste opzioni (inutili e ingiuste) sono solo temporanee e costano moltissimo quando magari si potevano investire per potenziare la categoria degli usuranti o prevedere nuovi strumenti sociali per permettere l’accesso alla pensione a coloro che fisicamente non possono continuare a svolgere il proprio lavoro. Per amor del vero, bisogna dire che con la riforma Fornero (senza opzioni) l’età media di accesso alla pensione è, fino ad oggi, di 63 anni, una delle più basse d’Europa.

Quanto ci costerà la propaganda becera e senza visione del futuro, senza progettazione e senza fine?

Ovviamente nell’articolo siamo stati abbastanza sintetici e semplificativi e per questo chiediamo perdono ma era necessario per non entrare in tecnicismi troppo complessi e difficili da capire per i non addetti ai lavori.