Lo scorso sabato 7 luglio si è tenuta a Roma l’assemblea nazionale del Partito Democratico. L’assemblea è stata l’occasione per dare voce alle innumerevoli anime del partito. Ha preso la parola anche Matteo Renzi, dopo mesi di silenzio, de facto segretario del partito almeno a giudicare dalla reazione entusiasta della platea che ha ascoltato il suo discorso. Imbarazzante notare come l’intervento del segretario Maurizio Martina sia stato invece costantemente disturbato da un fastidioso brusio di sottofondo.

Il “senatore di Scandicci” ha dato prova per l’ennesima volta di essere un politico bollito, già vecchio, rimasto ancorato al passato glorioso dei suoi tre anni di governo di cui continua  imperterrito a lodarne l’operato. Le “critiche post-voto” sono “banali” secondo Renzi, che offre la sua analisi della sconfitta elettorale: il Pd ha perso a causa dell'”ondata internazionale populista”, della “mancanza di leadership”, dei “tempi e toni della campagna elettorale”, del “tema della coalizione auto-imposta” e infine, ovviamente, delle “divisioni interne al partito”. Un disco rotto, la colpa è di tutti tranne che mia. Un bulletto drogato dal potere di Palazzo Chigi e della segreteria che è finito in overdose.

Il discorso di Martina è stato molto più articolato ed interessante rispetto a quello di Renzi. Il segretario del Pd ha dimostrato capacità analitiche migliori e non ha cercato scorciatoie tentando di scaricare la colpa sulle spalle altrui o attaccando gli avversari politici.

Ora bisogna soffermarsi un attimo su alcuni punti per noi centrali dei discorsi di Renzi e Martina. L’ex presidente del consiglio ha affermato che “l’Italia ha un’emergenza legalità” e “per il Pd la legalità è una cosa seria”. Il segretario ha annunciato invece che il partito deve ripartire dalla “rivoluzione dell’ascolto” perché “gli avversari hanno saputo interpretare la dimensione dell’ascolto” e per questo sono stati premiati alle elezioni. Per Martina è altresì importante rimodellare la struttura del partito collegando la dirigenza nazionale ai territori.

Bene. Il 6 luglio, il giorno prima dell’assemblea, è accaduto qualcosa di estremamente grave per il Pd. Un avvenimento che né Renzi né Martina, come anche Orlando e Cuperlo, hanno deciso di discutere. Il governatore della Basilicata Marcello Pittella del Partito Democratico è stato messo agli arresti domiciliari a causa del suo coinvolgimento nello scandalo riguardante la sanità regionale. Pittella è stato arrestato con l’accusa di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. La vicenda consiste nella falsificazione dei risultati dei concorsi indetti dalle Asl lucane per assumere personale. I risultati dei “raccomandati” sarebbero stati modificati “con precisione matematica” in modo da garantirne l’assunzione. Pittella sarebbe stato “il deus ex machina di questa distorsione istituzionale nella sanità lucana” e prendendo atto della necessità di “accontentare tutti” avrebbe deciso di falsificare numerosi concorsi. Pittella avrebbe fatto ciò “non solo per ampliare il proprio consenso elettorale ma anche allo scopo di “scambiare” favori ai politici di pari schieramento che governano regioni limitrofe, come è il caso di Campania e Puglia”.

Uno scandalo di corruzione e clientelismo ha colpito il Partito Democratico.

Matteo Renzi ha affermato che “per il Pd la legalità è una cosa seria” eppure non si è  minimamente sognato di discutere con i suoi colleghi questa grave vicenda. Martina, che sarebbe il “capo” del partito, ha detto tante belle parole. Il “lavoro nuovo” che spetta al Pd, il “gigantesco bisogno di idee nuove”, la “rivoluzione dell’ascolto”, la necessità di ristabilire i legami con i territori. Propositi bellissimi che sono svaniti nel momento in cui il segretario li ha pronunciati. Cosa intende fare il segretario Martina riguardo la vicenda di Pittella? Se Martina vuole davvero iniziare la “rivoluzione dell’ascolto” farebbe bene ad allontanare Pittella dal partito e innanzitutto dalla regione, esigendone le immediate dimissioni perché è questo che chiede un parte dell’elettorato disilluso di centro-sinistra. Se per il Partito Democratico la legalità è davvero una cosa seria come dice Renzi allora Pittella deve essere disconosciuto.

I dirigenti del Pd sbandierano ai quattro venti la necessità di dare un nuovo inizio al partito. Propongono ideali e princìpi da seguire che poi rinnegano immediatamente perché evidentemente preferiscono seguire la vecchia strada che li ha portati alla disfatta delle ultime elezioni. I capi corrente vogliono per una buona volta tornare sulla Terra e rendersi conto che la diaspora di voti del 4 marzo è dovuta, in parte, al fatto che il partito viene giustamente percepito corrotto e colluso nonché sponsor del clientelismo soprattutto al Sud?

I democratici non sanno ancora come ripartire perché sono dilaniati dalle loro divisioni interne. Risultato, i dirigenti nazionali sono ancora alle prese con le analisi post-voto. Di fatto il Pd è rimasto fermo al 5 marzo. In questi quattro mesi non è stato fatto nulla per concretizzare la rinascita del partito, il quale sta accumulando un ritardo organizzativo spaventoso.

Il Pd, essendo troppo impegnato a suicidarsi, ha perso il contatto con la realtà, dimostrando ancora una volta di non aver capito nulla dalla sconfitta del 4 marzo. Le faide interne lo logorano giorno dopo giorno e così si perde la capacità di fare un’opposizione seria e costruttiva.