Una lista di cose da fare, ognuna debitamente spuntata. Email preventiva per rivendicare l’operazione: FATTO; fotografie agli strumenti: FATTO; Go-Pro montata in testa funzionante: FATTO. Individuati gli infedeli si può scendere dall’auto e cominciare a sparare. Il fucile, nero, riporta le scritte dei riferimenti in bianco. Si devono poter facilmente leggere. Dalla camera si deve vedere come si difende l’identità religiosa e laica, la futura libertà dei figli della razza, si deve vedere che è possibile andare oltre il semplice odio e si può agire. Che l’azione sia di esempio.

Gli altri, le vittime, non immaginano neanche cosa sta per succedere. Escono ed entrano dal loro centro di culto come in una qualunque altra giornata in cui si srotola la loro vita. Quando i colpi cominciando a fendere l’aria scappano, si nascondono, urlano, chiedono pietà. Le donne coprono con il corpo i loro figli, gli uomini si trasformano in scudi umani, altri piangono bloccati dalla paura. Il sangue macchia le camicie, i pavimenti, i muri.

La polizia arriva a sirene spiegate. Prima un mezzo da solo, due uomini che sentono urla e armi da fuoco. Pensano ad una rapina, una sparatoria ad armi pari. Si avvicinano agli spari e capiscono che si tratta di un vigliacco che spara su gente inerme. Allertano i colleghi che arrivano in pochi minuti. Sufficienti a proseguire la carneficina. Poi l’unico armato, oltre agli agenti, viene fermato, atterrato.

Eventi identici, trasportabili nel tempo e nello spazio. I colori sono gli stessi: il sangue rosso, il bianco dei cadaveri, il nero delle armi. I ruoli sono anche sempre gli stessi: il vigliacco, le vittime, la polizia. Occorre specificare altro per odiare l’aggressore, piangere per le vittime, ringraziare le forze dell’ordine? Occorre altro per definire l’aggressore vigliacco terrorista? Occorre specificare altro per definire il gruppo di sostegno del vigliacco come organizzazione terroristica?

Eppure c’è chi pensa che sia differente l’aggressore di Christchurch in Nuova Zelanda, pensa che siano diversi i morti in moschea rispetto a quelli in chiesa o in un centro commerciale. C’è chi pensa che i terroristi della supremazia bianca valgano meno dei terroristi islamici. Che i morti abbiano meno dignità in funzione della loro fede, che l’aggressore ora sia un pazzo da biasimare più che un assassino da condannare.

“L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico” dice il Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Quindi per lui è un problema qualitativo più che quantitativo. Con questa formula vale più una sola vittima “bianca” per mano di un islamico, che 50 vittime di un qualunque atto terroristico. Un utile esperimento di retorica potrebbe essere chiedergli se un eventuale terrorismo Maya potrebbe essere “attenzionato”.

Purtroppo però, ormai non è più tempo di accettare questo tipo di risposte che nella giornata di oggi hanno raggiunto l’apice di non-sense, ma che si applicano costantemente per bocca del Ministro e di un’Italia incattivita ai casi di tutti i giorni: dal voler ignorare la morte di Lala Kamara a Manchester poiché pur essendo italiana la sua pelle è scura, dal voler ignorare i video dei lager libici in cui il Ministro spinge i migranti, dal voler silenziare il fatto che sul fucile dell’assassino di Christchurch ci fosse il nome di Luca Traini, ex-candidato leghista e assassino vigliacco in quel di Macerata.

Detto che in Italia stiamo sperimentando prove tecniche di “inrazzimento” della popolazione, questo approccio è ormai diffuso su tutto il globo. Poche ore dopo gli eventi del Bataclan, di Berlino, di Nizza o Bruxelles, erano già partiti gli hastag di solidarietà; a distanza di 48 ore non sono pervenuti per questa strage. Anzi, il senatore australiano, Fraser Anning, eletto nel Queensland, ha dichiarato che tra le cause del massacro di Christchurch, nel quale ripetiamo 50 persone hanno perso la vita, ci sono le politiche migratorie ”che permettono a fanatici musulmani di entrare in NuovaZelanda”.

L’imbarbarimento della popolazione mondiale è figlia della cultura del contro, del cercare a tutti i costi il nemico e abbatterlo. L’uso di violenza verbale e fisica, l’uso della paura per indirizzare gli animi. Questa involuzione porta ad eventi di questo tipo, il legame con Traini è solo l’iperdidascalia a questa innegabile realtà. La volontà da parte dell’assassino di fare un video da pubblicare in diretta su Facebook (ci vorranno 3 ore per farlo sparire dalla rete in via ufficiale) è l’evidenza della ricerca di proselitismo e di protagonismo. La piena consapevolezza che l’emulazione sarà la forza di questo odio.

Sono le stesse e identiche forme usate da tutti i terroristi. Per chi è dal lato delle vittime, il risultato finale è la ricerca di rivalsa, di vendetta; chi è invece più vicino agli assassini indica gli stessi come folli, salvo poi aggiungere che bisogna comprendere le condizioni al contorno. Come detto in precedenza, gli scenari, i ruoli, la narrazione è la medesima, così come le reazioni secondo posizioni. Questo porta solo ad un’aspirale autodistruttiva.

Oltre all’utopica ricerca della pace del mondo, basterebbe innescare una cultura del pro, dell’essere a favore piuttosto che contro. Lo sforzo sarebbe minimo, ma abiliterebbe una crescita globale in termini di cultura e benessere. Purtroppo però, anche questo sembra faccia parte di una visione puramente utopica, se si continua a sottolineare le diverse declinazioni di Terrorismo e non si ha il coraggio di pronunciare la parola razzismo.

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Nata a Monopoli, ha conservato il mare e il sole del Sud Italia nel sangue; ha vissuto, studiato e lavorato a Foggia, Roma, Lisbona, Pisa e Johannesburg. Specializzata nella cooperazione internazionale e management del non-profit; da sempre interessata alle diverse sfaccettature del sociale, si è immersa in esperienze internazionali lavorative e di volontariato.