Sono questi i pilastri portanti delle nostre forze dell’Ordine.

Valori imprescindibili, senza ombra di dubbio. Anche a costo della loro vita: vittime del dovere, quindi.

Rischiano la loro incolumità per garantirci ordine e sicurezza. Lottano contro ogni genere di criminalità, e lo fanno consapevoli del fatto che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo per loro. Hanno le mani legate. Ed è anche per questo motivo che, purtroppo, a volte capita che ci rimettano la propria vita.

Il 23 maggio ricorre il triste anniversario della strage di Capaci. È trascorso più di un quarto di secolo da quel sabato maledetto del 1992. Il ricordo di quel terribile attentato – in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani – è più vivo che mai.

Proprio per non dimenticare, da diversi anni il 23 maggio è la Giornata mondiale della legalità, istituita in nome della lotta contro tutte le mafie.

Un traguardo, questo, nato dall’intuizione di Giovanni Falcone che, quarant’anni fa, comprese l’irrinunciabilità della cooperazione giudiziaria e investigativa tra gli Stati contro mafie ormai globali.

‘Legalità’ significa che tutti gli individui sono tenuti ad agire secondo la legge, rispettando le regole della vita sociale e i valori della democrazia per l’esercizio dei propri diritti di cittadinanza.

Tutte le vittime mietute da terrorismo, mafia e criminalità di ogni genere, non possono cadere nel dimenticatoio. Meritano di essere ricordate, almeno in segno  di riconoscenza. Ma non solo. Il loro ricordo mira a sollecitare i nostri legislatori a istituire nuove norme, che garantiscano una maggiore sicurezza di chi, per garantirla agli altri, mette a repentaglio la propria. Chiedono di arrivare alla verità, perché senza di essa non ci può essere giustizia.

Ed è per questo che, prima ancora della triste ricorrenza della strage di Capaci, lo scorso 21 maggio è stata celebrata a Roma una commemorazione con deposizione di una corona d’alloro al sacello del Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, in onore di tutte le vittime del dovere.

Organizzata dal Sindacato Autonomo di Polizia – rappresentata per l’occasione dal Segretario generale Stefano Paoloni – e dall’Associazione culturale Memorial Day Sap, la cerimonia si è svolta alla presenza dei sottosegretari all’Interno e Difesa – Stefano Candiani e Angelo Tofalo – del segretario della Commissione antimafia Gianni Tonelli e di Luciano Tirindelli, un agente superstite della scorta del giudice Falcone.

La commemorazione si è svolta nell’ambito del Memorial Day, insieme di manifestazioni che il Sap organizza dal 1993 – anno successivo alle stragi di Capaci e via D’Amelio – per l’intero mese di maggio. Scopo del Memorial Day: ricordare chi non c’è più, organizzando eventi e commemorazioni su tutto il territorio nazionale, per portare vicinanza alle famiglie di quanti, con la propria vita, hanno pagato per gli ideali di legalità e giustizia. Perché non sia mai dimenticato il loro sacrificio.

Memoria, verità e giustizia. Sono questi i valori a cui quotidianamente rispondono i nostri tutori dell’ordine. Non sempre, però, a questi nobili obiettivi corrispondono atteggiamenti di coerenza da parte di chi dovrebbe tutelarli.

Sono ancora troppi gli ‘angeli custodi’ della nostra sicurezza che ogni giorno, per compiere il loro dovere, rischiano la propria incolumità. Risultato: purtroppo, anno dopo anno, continuiamo a contarne le vittime.

Le norme sull’autodifesa sono ancora troppo rigide nei loro confronti.

Uomini e donne al servizio della nostra sicurezza: ma con quale sicurezza per loro?

Lo abbiamo chiesto al sottosegretario all’Interno, Stefano Candiani.

“Se parliamo di eventi delle ‘vittime di dovere’, naturalmente vorremmo che non ce ne fossero. L‘obiettivo è quello di considerare qualsiasi condizione – un po’ come lo stesso principio della legittima difesa – che consenta di svolgere il proprio compito di difesa della sicurezza dei cittadini senza dover rischiare la vita o, quanto meno, nelle condizioni di minore rischio possibile. Su questo obiettivo c’è anche un impegno di Governo. Il Ministro Salvini ha particolarmente a cuore questo argomento e su questo ci stiamo impegnando. Vedremo anche con le organizzazioni sindacali di trovare le migliori proposte, ma soprattutto le migliori condizioni. Sapendo bene che ci sono dei limiti che non possono essere travalicati. Ci sono anche delle condizioni di sicurezza nelle quali i nostri uomini devono essere messi per poter operare.”.

Tornando indietro a 27 anni fa, abbiamo incontrato Luciano Tirindelli, un uomo della scorta del giudice Falcone, scampato all’attentato per un segno del destino.

Presidente dell’Associazione Scorta Falcone, Tirindelli ricorda quel giorno come se fosse oggi. Quel sabato in cui i suoi tre colleghi della ‘Quarto Savona Quindici’ (nome in codice della tutela personale assegnata al magistrato antimafia Falcone) Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani persero la vita nell’attentato di Capaci.

Presidente Tirindelli, rivivere questa situazione dopo tanti anni trascorsi, dev’essere ancora molto doloroso, vero?

“Sicuramente fa effetto trovarsi qui. Dopo 27 anni ho ancora i brividi. Ogni volta mi commuovo al ricordo di quello che è successo quel sabato 23 maggio. Oltre a questo giorno, però – in qualità di presidente dell’Associazione Scorta Falcone – ripropongo nel corso dell’anno convegni nei confronti di studenti e cittadini che non conoscono bene questa storia o non ne sanno nulla”.

Come mai i giovani non ne sanno nulla?

Si sa soltanto quel poco che viene letto sui giornali, quello che è passato attraverso i media. Ma sulla scorta, su come i ragazzi della scorta hanno vissuto quel giorno… su come era il loro rapporto con l’uomo magistrato Falcone, non lo sa nessuno. Ed è quindi per me un piacere, un onore, e credo anche un dovere portare questa storia alla conoscenza di tutti. Soprattutto degli studenti, che sono delle spugne e accolgono questa storia con vero entusiasmo. Con mia grande sorpresa, perché le nuove generazioni del ‘90 e del 2000 non sanno praticamente niente della strage di Capaci”.

È necessario e giusto che la sicurezza sia tutelata e che tutte le vittime del dovere, sia di atti terroristici che non, vengano sempre ricordate. Per non dimenticare?

“Non solo per ‘ricordare’. Nei miei convegni dico sempre che non è una commemorazione. Dev’essere un input a voler pretendere la verità. E non mezze verità, o verità spostate. Le verità che ancora ci mancano. Il che è dovuto ai cittadini italiani, alla nostra patria, alla nostra nazione. Per un senso di giustizia e di onore. Anche nei confronti di chi ha perso la vita, come i due magistrati – Falcone e Borsellino – e i ragazzi delle loro scorte”.

Lei, Luciano, faceva parte della scorta di Giovanni Falcone. Quel sabato non era di servizio?

“Il giorno prima ho approfittato di un giorno di riposo, sapendo che l’indomani sarei dovuto essere di servizio nel pomeriggio, dalle due fino a notte fonda. Ma, senza che io lo sapessi, Antonio Montinaro (il capo della scorta Falcone, N.d.r.), quel venerdì sera telefonò in ufficio per spostarmi al turno di mattina, decidendo di fare lui quello pomeridiano. Montinaro si era sposato da poco e aveva due bambini piccoli. Io poi ho aspettato il magistrato quel sabato mattina, alle due non era ancora arrivato. Ho salutato Antonio chiedendogli come mai facesse il pomeriggio, me lo spiegò. Poi rimanemmo d’accordo di rivederci il lunedì successivo. E invece poi non ci siamo più visti.”

Come e quando ha appreso la notizia della strage?

“Ero andato a casa e poi a fare un giro in centro a Palermo. Dipendevamo dalla squadra Mobile. Ero in macchina con un amico ed eravamo incolonnati in coda fino a quando, nella corsia alla mia sinistra, è passata una macchina in borghese della squadra Mobile che mi ha riconosciuto. Era un momento di caos – pensavano che io fossi dentro la macchina di Falcone – e mi hanno fatto accostare per fermarmi perché dovevano dirmi una cosa. Da lì ho capito che cosa era successo. Poi ho atteso il corpo di Giovanni all’ospedale civile di Palermo.”

L’attentato era avvenuto molto tempo prima che lei ne venisse a conoscenza?

“Era successo alcuni minuti prima. Mi ero accorto del via vai di macchine a sirene spiegate: polizia, carabinieri, guardie di finanza, ambulanze. Erano tutti diretti verso l’autostrada. Avevo avuto un presentimento, poi i colleghi me lo hanno confermato”.

«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini», sosteneva Giovanni Falcone. E affinché ciò possa verificarsi, non si deve dimenticare il sacrificio di questi umili servitori dello Stato.

Ecco perché, quattro anni fa, è stata istituita la Giornata nazionale per la legalità e il contrasto alla criminalità mafiosa, destinata soprattutto a far conoscere nelle nostre scuole la verità sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

È stata prescelta la data del 23 maggio per questa giornata – in cui in ogni istituto scolastico vengono anche esposte le immagini di Falcone e Borsellino – poiché l’anniversario della strage di via D’Amelio ricorre il 19 luglio, in piena estate, a scuole chiuse.

Perché, come diceva Paolo Borsellino: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo».