Nel 2016 iniziano le indagini sulle ONG tramite la procura di Catania sulla presunta associazione a delinquere delle stesse nel Mediterraneo e quindi la vicinanza da parte delle stesse con gli scafisti e i trafficanti di vite. Nell’aprile del 2017 il Generale Stefano Screpanti (capo del III reparto Operazioni del Comando generale della GdF) affermò di fronte alla Commissione Difesa del Senato che non vi fossero evidenze investigative tali da far emergere collegamenti fra ONG e organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti”. Al di là di queste dichiarazioni le intercettazioni non hanno dato materiale probatorio in ambito giudiziale. Le ONG lasciarono il Mediterraneo e non ci fu più molto da registrare. Ad ogni modo, le inchieste furono avviate anche dalla procura di Trapani, Ragusa e Palermo

Per essere precisi, la procura di Trapani non ha contestato l’operato delle ONG, ma dei singoli volontari che, rispetto alle eventuali violazioni del codice penale, sottolinea come erano motivate esclusivamente da fini umanitari.

Nell’estate del 2017 il procuratore Carmelo Zuccaro ipotizzava il reato di associazione a delinquere delle ONG finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Il tribunale del Riesame di Ragusa ha stabilito che là dove ci sia stata disobbedienza da parte delle ONG nella cooperazione con le autorità libiche, queste erano dovuti allo stato di necessità insito nelle operazioni di soccorso dei naufraghi. Nell’inchiesta della procura di Trapani, pur avendo adoperato infiltrati a bordo, non è emerso nessun elemento utilizzabile in aula. A Palermo, i pubblici ministeri hanno ottenuto l’archiviazione delle accuse, anche grazie alle indagini svolte anche dagli investigatori che segnalarono le “irregolarità”.

Successivamente tutte le inchieste sono state archiviate e si è provveduto al dissequestro delle navi ONG, come quella spagnola Proactiva Open Arms che era ferma nel porto di Pozzallo.

Di conseguenza, i magistrati sono stati accusati da esponenti della LEGA di essere di buon cuore o a loro volta coinvolti nell’immigrazione illegale. Tante le speculazioni, ma come commentò l’avvocata della difesa Rosa Emanuela Lo Faro per l’inchiesta di Ragusa “Il giudice si è reso conto che il comandante ha agito in uno stato di necessità, perché la Libia non ha un porto e posto di sbarco sicuro. Non c’è assolutamente fumus commissi delicti e cioè la probabilità effettiva del reato, proprio perché è accertato lo stato di necessità nel quale si è agito […] il giudice ha riconosciuto che il fatto di non aver chiesto di sbarcare a Malta non rappresenta la violazione di una norma, ma solo di un accordo amministrativo, che non ha precetto normativo”.

Per Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) l’importanza di questa sentenza è nell’analisi giuridica condotta dal gip di Trapani: “L’ONG ha operato in uno stato di necessità, che giustamente è stato ricondotto non tanto all’immediatezza dei soccorsi quanto alla situazione in Libia. Cioè il soccorso dei libici avrebbe comportato che le persone salvate sarebbero state portate in un paese in cui non è possibile garantire loro sicurezza e nessun diritto sicuro. Non esiste un porto libico che può essere considerato sicuro ai sensi delle normative internazionali”.

Movimento 5 Stelle e Lega nel dare l’allarme, avevano già iniziato il processo a livello mediatico gridando alla truffa e infangando pregiudizievolmente il lavoro di molte persone dedite al soccorso in mare, in primis delle ONG, ma anche della Guardia Costiera e della Marina Militare, perchè?
In queste forti situazioni di emergenza ogni nave è tenuta a comunicare la propria posizione, le nostre forze militari sono tenute a intervenire in diversi casi e la collaborazione tra ONG e Militari è stata continua.

All’epoca delle accuse, il processo mediatico è stato molto più rapido e inquietante dei fatti stessi. Alcuni esponenti politici quali Di Maio o Salvini si sono fatti giudici e carnefici di una situazione altamente delicata e a loro probabilmente sconosciuta. In seguito non si sono preoccupati di riscattare e affrancare nuovamente il nome di chi hanno scelto di affondare. Non si sono preoccupati di chiarire a noi italiani se e chi avesse sbagliato. Non si sono preoccupati di spiegare agli italiani la vera situazione di partenza di queste persone, soggette ad uno stato che non rispetta nessun tipo accordo e che in Libia, ad esempio, nessun porto può essere considerato sicuro da un punto di vista normativo internazionale, indi per cui è compromesso anche il dialogo con la zona di partenza.

Ieri, 20 Gennaio 2019, all’alba dell’ennesima situazione di emergenza per salvare vite a largo delle coste libiche, Malta risponde, ma non interviene, la Guardia Costiera Italiana recupera gli ennesimi morti. Il rimpallo di responsabilità è forte. I PM, questa volta, si interrogano se ci sono ritardi nei soccorsi a causa dei continui battibecchi tra Governi per la responsabilità di intervento. Mentre si ribadisce che i porti non possono essere chiusi poiché implicherebbe la violazione dei diritti umani, Salvini di fronte a nuovi morti che cercavano solo un futuro esclama “meno gente parte, meno gente muore”. Affermazione da brivido e che ribadisce una chiara ignoranza in merito.

Di Maio intanto si schiera contro la Francia come presenza coloniale in molti paesi africani. Lo fa non sottolineando che tutto l’occidente, compreso l’Italia, non ha mai realmente lasciato l’Africa imponendo edilizia e strutture imponenti e non gestite dagli autoctoni, speculando a favore dei propri interessi occidentali.

Nel processo mediatico tra Salvini e Di Maio in questi anni (prima all’opposizione e poi al governo), tanti sono stati i complimenti ai PM e tanti sono stati i verdetti emessi fuori dalle aule di tribunale, peccato che nessuno di loro si sia ricordato di riferirci anche il verdetto del Tribunale competente. Sembra quasi, che la poca trasparenza da parte dei nostri politici sia dovuta ad una tragica disumana strategia politica che tra la confusione e il dubbio ha installato un regime di paura che tra una denuncia e un grido omette le conclusioni scomode per i propri fini.

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Nata a Monopoli, ha conservato il mare e il sole del Sud Italia nel sangue; ha vissuto, studiato e lavorato a Foggia, Roma, Lisbona, Pisa e Johannesburg. Specializzata nella cooperazione internazionale e management del non-profit; da sempre interessata alle diverse sfaccettature del sociale, si è immersa in esperienze internazionali lavorative e di volontariato.