Dopo il primo articolo, (clicca qui), continuiamo con le dichiarazioni rese proprio da Fiammetta Borsellino dopo che la Commissione Antimafia e Parlamento avevano deciso di desecretare “atti delle Commissioni parlamentari antimafia dal 1962 al 2001”.

Ecco cosa dichiara la figlia del giudice (fatto saltare in aria da una vera autobomba insieme alla sua scorta):

Molti si pavoneggiano di avere desecretato quegli atti. Loro, (Commissione Antimafia e Parlamento ndr) puntano agli anniversari per fare vedere che lavorano. Loro, il Csm e la Commissione antimafia, lo fanno il 19 luglio nell’anniversario della morte di mio padre e degli uomini della sua scorta e hanno il sapore della strumentalizzazione mediatica”. La dichiarazione è del 19 luglio scorso pubblicata su Adnkronos.

Il collegamento sulle varie dichiarazioni di Fiammetta Borsellino – oltre a quella sopra – e i vari tentativi di censurarla, furono riprese dal quotidiano Il Dubbio nella trasmissione di Fabio Fazio, Che Tempo che Fa, in cui la Borsellino rispondendo alla domanda sollevata dal conduttore che gli chiedeva “cosa c’era di così di occulto tanto da ammazzarlo e attuare un depistaggio”, la stessa rispose:

«A mio padre sicuramente stavano a cuore i temi degli appalti, dei potentati economici: eppure il dossier su mafia e appalti fu archiviato il 20 luglio, a un giorno dalla strage. Ci saranno sicuramente state delle ragioni, ma io non le ho mai sapute».

Precisiamo che Il Dubbio stava iniziando a scrivere sulla famosa inchiesta che Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino dopo seguivano come filo conduttore per arrivare all’intreccio “mafia e appalti” e che era collegata alla “nota informativa Caronte” che i Carabinieri del Ros, Mori e De Donno, conclusero in circa 890 pagine di rapporto, ma poi lo stesso quotidiano, Il Dubbio, interruppe il continuo della pubblicazione…

Perché?

Guarda caso, l’informativa Caronte fu oggetto di una richiesta di archiviazione già il 13 luglio, cioè il giorno dopo la strage di Via d’Amelio e dopo vari visti archiviata il 14 agosto 1992. (vedi allegato)

Anche perché nella stessa trasmissione di Fazio Fazio, la Borsellino rievoca alcuni punti “molto dolenti del depistaggio”, dichiarando:

C’è stata una grande mole di anomalie e omissioni che hanno caratterizzato indagini e processi. Le indagini furono affidate a Tinebra, appartenente alla massoneria. E poi i magistrati alle prime armi che si ritrovarono a gestire indagini complicatissime tanto che dichiararono di non avere competenze in tema di criminalità organizzata palermitana. La Procura di Caltanissetta – aggiunse Fiammetta Borsellino – non ha mai ascoltato un testimone fondamentale dopo la morte di mio padre: il procuratore Giammanco. Colui il quale conservava nel cassetto le informative dei Ros che annunciavano l’arrivo del tritolo. Fino a quando Giammanco, poco tempo fa, è morto”.

Per la cronaca: Pietro Giammanco, scomparso nel dicembre 2018, ex capo della Procura di Palermo dal 1990 al 1992 poi dimessosi e trasferitosi in Corte di Cassazione qualche mese dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, quando otto sostituti procuratori avevano lanciato un appello minacciando le dimissioni dalla Procura se lui non se ne fosse andato. Al suo posto, il 15 gennaio del 1993, arrivò Giancarlo Caselli, che si insediò proprio nel giorno in cui venne catturato Riina grazie ai Ros guidati dal generale Mario Mori ed alla sezione Crimor del famoso Capitano Ultimo, ovvero l’attuale tenente colonnello dell’Arma Sergio De Caprio.(fonte Il Dubbio)

Noi sappiamo bene che una serie di collegamenti, scritti anche da altri quotidiani, riportano alle dichiarazioni e testi scritti del giudice istruttore Ferdinando Impositato il quale cercarono di censurargli diversi libri tra cui quello su “Aldo Moro”, in cui il giudice scrive non solo che Giovanni Falcone si era informato con l’allora magistrato Alessandrini delle varie stragi, ma che era a conoscenza della famosa “Gladio”, la stessa di cui il pm Nino Di Matteo si occuperà parzialmente durante l’intero processo sulla “Trattativa Stato-Mafia”.

Il 26 maggio c.a. lo stesso pm Di Matteo viene espulso dal pool, come riporta Antimafia Duemila che scrive quanto segue:

“con un provvedimento ‘immediatamente esecutivo’ il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha deciso di rimuovere dal pool che indaga “entità esterne nei delitti eccellenti di mafia” il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo. Il motivo? Perché rilasciando un’intervista ad Andrea Purgatori, conduttore di “Atlantide” (a cui ha partecipato anche il giornalista e scrittore Saverio Lodato), andata in onda su La7 lo scorso 18 maggio, avrebbe risposto a delle domande con delle analisi che ricalcano le piste di lavoro riaperte sulle stragi, su cui si starebbe discutendo in riunioni riservate, e, così facendo avrebbe interrotto il “rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia” impegnate nelle indagini sulle stragi».

Ricordiamo, sempre per la cronaca dei fatti, che la prima sentenza sulla “Trattativa” sarà pubblicata da tutti i giornali intorno al 20 luglio 2018, mentre la sentenza d’appello sarà pubblicata intorno al 20 aprile 2019 con un piccolo ma “importante dettaglio” che capovolge la prima, e cioè:

l’assoluzione dell’ex ministro della DC Mannino che era, al contrario, scrive Salvo Palazzolo: Nella ricostruzione dell’accusa, Mannino era il primo anello della trattativa”.

A questo punto l’espulsione, la censura, il fermo inchiesta de Il Dubbio, le accuse di Fiammetta Borsellino e le troppe casualità che girano su molti “collaboratori di giustizia” che erano vicino da una parte a Riina e Matteo Messina Denaro e la ‘ndrangheta, ci offrono un quadro molto più largo.

Proprio l’ex pm Grasso, oggi esponente politico di LEU, durante la sua dichiarazione alla Commissione Antimafia in parte secretata dichiara:

«E`lì che inizia un discorso diverso, che parte sempre dall’intuizione di Falcone sulle menti raffinatissime. Il punto non sono tanto le menti raffinatissime; Falcone completa la frase parlando di centri di potere occulto che ormai sono collegati con la mafia, che è qualcosa di diverso. Non si tratta solo di menti particolari; parlare di centri di potere occulto collegati con la mafia vuol dire che ci sono interessi convergenti, già dall’attentato all’Addaura, sull’eliminazione di Falcone e di quello che Falcone rappresenta. Falcone non è solo il nemico numero uno di Cosa Nostra, non è solo quello che è riuscito a capirne i segreti e la struttura, che è riuscito a far collaborare Buscetta e quindi a fare il maxiprocesso. Non è solo quello. Quella certamente è una fase importante; però c’è anche un mondo che gira intorno all’economia criminale, di cui Cosa Nostra è parte integrante, ma che non è composto solo da Cosa Nostra. Quindi, il fatto che abbia potuto colpire, magari senza saperlo, o toccare dei nervi scoperti o degli interessi ancora da scoprire (cui si era avvicinato) certamente può rappresentare un’ipotesi da continuare a valutare come un filo rosso che parte dall’Addaura e prosegue successivamente».

Ma non solo. Infatti sempre Grasso, a proposito della “nota informativa Caronte”, riferirà incalzato dal presidente Pisanu quanto segue:

La domanda si riferisce al valore che lei assegna, nel contesto generale, al famoso rapporto dei Carabinieri su mafia e appalti”Ovvero l’informativa CaronteProprio questo sistema criminale, fatto non soltanto dal criminale tagliagole o dalla mafia militare, che più volte è emerso dalle indagini, certamente è portatore di interessi notevoli. Non penso che nei fatti di mafia ci sia o si possa individuare un movente o una causale unica e specifica. Spesso cosa nostra è stata usata come braccio armato per difendere questi interessi” – così rispose Grasso ex procuratore nazionale.

Continuando affermerà:

Quello che si può intuire è che certamente interessi economico-imprenditoriali, soprattutto dell’alta imprenditoria, risultavano minacciati da un’indagine che proprio Falcone aveva avviato insieme al ROS. Tale indagine in una prima fase si era conclusa in maniera non visibile. Avrete sicuramente acquisito gli atti. Ho visto una relazione molto articolata della Procura di Palermo sulle successioni di questo rapporto mafia-appalti.

Peccato che dopo continuerà dicendo:

C’è stato un primo rapporto molto minimalista, in cui si rappresentava il fenomeno quasi come se si volesse vedere come si atteggiava la procura e che voglia aveva di approfondire e di andare avanti. C’è stato poi un secondo rapporto, che interviene in un secondo momento, che porterà alla cattura di Angelo Siino, il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici’, che però è una sorta di scudo rispetto a cose molto più interessanti che si sarebbero potute scoprire. Quando viene indicato, in un’intercettazione, «quello con la S», si crede di identificare Siino, mentre poi si scoprirà che era l’imprenditore Salamone che era il centro di tutto un tavolino di appalti con cui si dividevano i grossi appalti siciliani tra le grosse imprese e la mafia, con uno 0,8 per cento per la cassa di Cosa Nostra tenuta da Riina».

Grasso nella testimonianza resa in Commissione Antimafia sembra affossare la posizione del “collaboratore di Giustiza Siino”, ma già nel 2006 una sentenza rende le testimonianze dello stesso collaboratore affidabili e non – al contrario da quanto dichiarato dall’ex procuratore – di Salamone.

La sentenza della Corte d’Assise di Catania del 22 aprile 2006, afferma a proposito del movente della strage di via D’Amelio:

“la possibilità che il dottor Borsellino venisse ad assumere la Direzione Nazionale Antimafia e, soprattutto, la pericolosità delle indagini che egli avrebbe potuto svolgere in materia di mafia e appalti. A questa si aggiunge un’altra sentenza, quella della Corte d’Assise di Caltanissetta relativa al processo Borsellino-ter, in cui viene riportata la testimonianza di Angelo Siino, il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici’ di Totò Riina, il quale disse che la mafia era preoccupata circa l’interesse di Falcone e Borsellino per l’indagine mafia- appalti.

Siino e Brusca

Ma chi è Angelo Siino e perché è rilevante?

“Tratto in arresto nel luglio del 1991 nell’ambito di un’indagine su “mafia ed appalti” condotta dal R.O.S. di Palermo sotto la direzione della Procura locale – Giovanni Falcone, all’epoca ancora Procuratore aggiunto aveva ricevuto nel febbraio di quell’anno, alla vigilia della sua partenza per Roma, ove doveva assumere la carica di Direttore Generale degli Affari Penali presso il Ministero della Giustizia, il rapporto informativo dalle mani del Capitano DE DONNO, rapporto poi consegnato al Procuratore GIAMMANCO – il Siino riportò in primo grado la condanna a nove anni di reclusione per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa finalizzata alla gestione dei pubblici appalti ed altri reati in materia di Pubblica amministrazione, condanna ridotta ad otto anni nel giudizio di appello. Scarcerato nel giugno del 1997, venne nuovamente arrestato il 10 luglio di quell’anno in relazione agli illeciti collegati all’appalto dei lavori per la Pretura di Palermo, chiamato in causa dai collaboranti Lanzalaco Salvatore e Crisafulli. Da quel momento il Siino iniziò a collaborare con l’A.G., spiegando la sua scelta sia con l’intento di sottrarre se stesso ed i suoi familiari alle angherie cui l’organizzazione mafiosa aveva preso a sottoporlo sia con la volontà di chiarire le accuse che gli venivano mosse. Sotto il primo profilo il Siino ha riferito che nel breve periodo di circa un mese in cui era stato libero nel corso del 1997 era stato assalito da una serie di richieste di pagamento di ingenti somme di denaro,per lavori pubblici che le sue imprese si erano aggiudicate, da parte di Vitale Vito, persona che doveva la sua recente importanza in COSA NOSTRA a BRUSCA Giovanni, nonché da parte del DI MAGGIO e di alcuni gruppi catanesi. Gli si richiedeva, inoltre, di tornare ad occuparsi dei pubblici appalti, ricacciandosi in un tunnel che a quel punto, data l’attenzione degli investigatori nei suoi confronti, sarebbe stato per lui senza alcuna via di uscita. Sotto il secondo profilo il collaborante ha asserito che pendevano sul suo capo accuse che non tenevano conto del suo reale ruolo di gestore del rapporto con politici ed imprenditori per conto di COSA NOSTRA, nonché dei limiti dello stesso, trascurandosi i livelli più alti che erano stati gestiti da altri personaggi. Nel corso della sua collaborazione il SIINO è stato anche in grado di riferire in ordine ai rapporti tra COSA NOSTRA ed esponenti politici in occasione delle competizioni elettorali, dichiarando tra l’altro che in occasione delle elezioni politiche del 1987, circa due – tre mesi prima delle medesime, aveva avuto un incontro con l’Onorevole MARTELLI che si presentava candidato in Sicilia, in vista di un sostegno elettorale e che da parte di BRUSCA Emanuele, fratello di Giovanni, gli era stato detto chiaramente che occorreva impegnarsi a favore del Partito Socialista Italiano, che effettivamente riportò nella circoscrizione di Palermo un successo senza precedenti e non più ripetuto successivamente, essendo stata eletta una quartina di candidati rappresentata dallo stesso MARTELLI, REINA, FIORINO ed ALAGNA. Al riguardo si rileva che risulta effettivamente accertato dalla documentazione trasmessa dal Ministero dell’Interno – Direzione Centrale per i servizi elettorali che nelle elezioni della Camera dei Deputati del giugno 1987, nell’ambito della XXIX circoscrizione di Palermo – Trapani – Agrigento, il P.S.I. conseguì quattro seggi e risultarono eletti MARTELLI Claudio con 116.984 voti, REINA Giuseppe con 64.242, FIORINO Filippo con 62.065, ALAGNA Egidio con 57.910. Nel presente processo il contributo del SIINO, adeguato alla posizione dallo stesso rivestita e che ha trovato per ampie parti significativi riscontri nelle dichiarazioni di altri collaboranti, è apparso rilevante per la ricostruzione dei rapporti del sodalizio mafioso con settori del mondo politico ed imprenditoriale, tematiche queste la cui analisi deve essere effettuata in relazione alla ricerca dei moventi della strage per cui è processo e della più ampia strategia nella quale tale crimine si è inserito”.

Ecco che spunta il procuratore Giammanco, colui che firmò l’archiviazione richiesta dai pm Scarpinato e Lo Forte già inviata in data 13 luglio 1992, il giorno dopo la strage di Borsellino, facendo scomparire, poi non si sa da chi, la così denominata e importante “nota Informativa Caronte”.

Naturalmente qualcuno ne trasse profitto della nota informativa, infatti sin dall’inizio è stata contrastata oltre che dai mafiosi, dai politici e dagli imprenditori, perfino da diversi elementi della procura stessa di Palermo. Una volta arrivata a Roma fu data per intero agli avvocati degli indagati, a loro volta passata sottobanco ai politici e mafiosi e di conseguenza a tutti gli interessati, tant’è che di 45 richieste di custodia cautelare di per associazione mafiosa e per associazione per delinquere finalizzate alla spartizione degli appalti pubblici, ne furono eseguite solo a 5 personaggi.

Ma i collaboratori di giustizia sono stati e sono davvero protetti come voleva Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?