Lo sport contribuisce al benessere psico-fisico e ad avere uno stile di vita corretto, grazie alla passione e alla costanza sviluppiamo forza, resilienza, accettazione e socializzazione. Inoltre, ci orienta cioè ci permette di conoscere noi stessi i nostri limiti e le nostre tolleranze, forgia la nostra personalità e ci permette di riconoscere i nostri stati d’animo. Una delle importanti conseguenze del fare sport è la comprensione e l’assimilazione del concetto di rispetto: verso sé stessi, i compagni e gli avversari non escludendo il mero rispetto delle cose, la tenacia e la forza di volontà che servono per mettersi in gioco e superare noi stessi, ci prepara per la sconfitta e la possibilità di vivere positivamente anche un insuccesso. Sicuramente, tutto ciò non si limita al mondo sportivo, ma viene riportato nella vita quotidiana e nella crescita personale all’interno della società.

Se tutto questo non basta sappiate che fa di più. Lo sport deve essere alla base delle nostre vite perché facilita e coadiuva l’apprendimento degli schemi motori di base, quali per esempio rotolarsi, saltare, afferrare… la continuità ci permette di riadattare questi schemi in tutte le fasi di crescita dove bisogna necessariamente continuare a conoscersi. Nel periodo definito come infanzia è importante per la globalità dei movimenti anche in rapporto allo spazio, dando i giusti input per mettersi alla prova, per scoprirsi a tutti i livelli; in seguito il fanciullo passa dalla imprecisione motoria alla socializzazione e ad un maggiore autocontrollo. L’attività fisica condivisa e vissuta consapevolmente allontana anche il fenomeno degli hikikomori, cioè la tendenza ad isolarsi e vivere il mondo solo attraverso il computer, quindi una vita virtuale fittizia che non permette la costruzione di relazioni reali e solide. Questo disagio è avvertito anche dai giovani volti all’uso costante dei videogames e del cellulare.
Il problema, tutto italiano, è che il momento più importante di apprendimento è l’infanzia dove siamo “spugna”, ma purtroppo la vecchia educazione fisica o sport in generale non è contemplato normativamente nonostante la sua importanza per lo sviluppo di ogni bambino ma è lasciato alla libera scelta dell’asilo e scuole elementari che spesso chiamano un esterno o liberamente scelgono di non fare attività adatte all’età. La specializzazione nello sport, come il calciatore, il ciclista, il pallavolista è un qualcosa che dovrebbe sempre venire dopo, verso l’adolescenza perché senza la base, come in tutte le cose, non si sviluppa concretamente nulla di realmente buono. Il rispetto della fascia d’età e quindi delle giuste attività ludico-sportive da affrontare è fondamentale per la formazione e il rispetto del proprio corpo e delle fasi di crescita.

Un bambino che ha avuto la fortuna di sperimentare, di provare le diverse funzioni del corpo, di mettersi alla prova con tutto il corpo e con la mente, sarà quel ragazzo che affronterà la specializzazione come un ulteriore sviluppo di sé stesso senza essere limitato nei movimenti e nella propria consapevolezza ad un unico sport e unici movimenti. Sarà quel ragazzo con maggiori probabilità di successo. Per esempio saper afferrare una pallina è propedeutico al saper tenere una penna in mano… afferrare lanciare giocare in gruppo ci permette di organizzare il proprio movimento nello spazio in relazione a sé agli oggetti ed agli altri. Le capacità coordinative e condizionali pongono le loro basi nella tenera età e lo sport ci permetterà di sviluppare un’ampia gamma di abilità motorie partendo dalle non specifiche approdando solo in età adolescenziale all’apprendimento tecnico e specifico. L’Italia purtroppo non cura e non provvede ad una adeguata e corretta crescita dei bambini, la commissione europea in “educazione fisica e sport a scuola” riporta come l’italia sia l’unico paese europeo che non ha l’obbligo dell’eduzione fisica con insegnanti qualificati all’interno delle scuole elementari. Circa nel 75% delle altre nazioni europee, il monte ore alle elementari è superiore a quello obbligato nelle medie e nelle superiori. Se consideriamo le percentuali di record giovanili stabiliti dopo il 2000, secondo la Federazione Italiana Atletica Leggera, notiamo come l’Italia abbia una percentuale bassissima rispetto, per esempio, agli USA che si attesta con il 75% di record maschili e il 90% di record femminili, o la Gran Bretagna che riscuote un 50% per quanto riguarda sia la sfera femminile che maschile, l’Italia si attesta su un 35% per quanto concerne record maschili e 25% per il mondo femminile.

Ultimamente anche Papa Francesco ha dichiarato che “il fenomeno sportivo stimola ad un sano superamento di sé stessi e dei propri egoismi, allena lo spirito al sacrificio e, se ben praticato, suscita la lealtà nei rapporti interpersonali, l’amicizia, il rispetto delle regole … questo è possibile perché l’evento sportivo si esprime con linguaggio universale, che trascende confini, lingue, razze, religioni ed ideologie. Pertanto, possiede la capacità intrinseca di unire le persone, favorendo il dialogo e l’accoglienza”

Il CONI più volte ha cercato di portare l’attenzione sulla polisportività nelle scuole e la sua importanza e insieme al Centro Sportivo italiano in questo mese hanno concluso il corso di formazione a Tirrenia(PI), “educare con lo sport, educare per lo sport” per educatori sportivi con la dottoressa D. Cavallini e il dottor L. Cagetti, al centro della formazione l’importanza del rispetto dei tempi di crescita, di come lo sport sia educazione e il gioco sia alla base di tutto ciò

L’invito è di aprire gli occhi, di rendersi conto di quanti ragazzi non sanno giocare e stare in gruppo, di quanto non siamo in grado di ascoltare e rispettare il prossimo e lo sport in questo è fondamentale. La multilateralità è alla base di uno sviluppo a 360 gradi. L’invito è non obbligare i propri figli a cercare di essere campioni a 6 anni in uno sport specifico come il calcio che tanto attira nonostante i suoi limiti, ma di dar loro la possibilità di crescere e svilupparsi per poter diventare, ognuno a proprio modo, campioni nella vita.

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Nata a Monopoli, ha conservato il mare e il sole del Sud Italia nel sangue; ha vissuto, studiato e lavorato a Foggia, Roma, Lisbona, Pisa e Johannesburg. Specializzata nella cooperazione internazionale e management del non-profit; da sempre interessata alle diverse sfaccettature del sociale, si è immersa in esperienze internazionali lavorative e di volontariato.