Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito ad approvare una risoluzione di condanna dell’attacco aereo che mercoledì notte ha colpito il centro di detenzione migranti di Tajoura, pochi chilometri a est di Tripoli.

Il bombardamento – che doveva colpire una vicina base militare – ha causato la morte di circa sessanta migranti e oltre cento feriti. Pare che l’attacco sia stato condotto dall’aviazione fedele al feldmaresciallo Khalifa Haftar, il cosiddetto uomo forte della Cirenaica, che esattamente tre mesi fa ha lanciato un’offensiva per conquistare Tripoli.

Da allora la situazione militare sul campo è in una fase di stallo mentre non sembrano esserci spazi per la ripresa del dialogo tra le parti belligeranti. I miliziani di Haftar sono stati bloccati alle porte di Tripoli dalle truppe fedeli al governo di accordo nazionale (Gna) del primo ministro Fayez al-Sarraj, riconosciuto, tra gli altri, dalle Nazioni Unite e dall’Italia.

Il violento attacco che ha colpito il centro di detenzione di Tajoura giunge al termine della lunga vicenda della Seawatch 3 e segue la visita del premier al-Sarraj in Italia. Lunedì il primo ministro libico si è recato nel nostro paese dove ha incontrato il ministro degli interni Matteo Salvini.

Durante la riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza, durata due ore, la delegazione britannica avrebbe presentato una bozza di risoluzione in cui si condannava il bombardamento di mercoledì sera e si incolpava esplicitamente il feldmaresciallo Haftar per l’accaduto. Inoltre, il documento chiedeva un cessate il fuoco immediato seguito dalla ripresa del dialogo.

La delegazione statunitense non ha dato la sua disponibilità a votare a favore della risoluzione. I diplomatici americani si sarebbero giustificati dicendo che avrebbero dovuto consultarsi con i funzionari di Washington per approvare il documento.

Essendo gli Stati Uniti una delle cinque potenze col potere di veto, la presa di posizione americana ha determinato il fallimento dell’iniziativa diplomatica.

Che il Consiglio di Sicurezza venga bloccato dal veto di una delle cinque grandi potenze non sorprende affatto. Storicamente, le grandi potenze hanno sempre fatto uso del potere di veto per bloccare iniziative diplomatiche che andavano contro i propri interessi.

In questo caso ciò che sorprende è che siano gli Stati Uniti a bloccare l’iter di approvazione di una risoluzione che avrebbe screditato Haftar e offerto una sponda per il cessate il fuoco dopo tre mesi di aspri combattimenti.

A questo punto è legittimo chiedersi da che parte stia Washington. Già nelle scorse settimane l’amministrazione americana aveva mandato segnali contrastanti circa la sua posizione in merito alla crisi libica. Per esempio, il presidente americano Donald Trump ha contattato telefonicamente Haftar ma non al-Sarraj.

Il veto americano non fa altro che alimentare i dubbi. Gli Stati Uniti evitano di esprimere pubblicamente la propria posizione. Di certo, mettendo il veto a una risoluzione che condannava Haftar, hanno fatto capire che, se non sono disposti ad appoggiarlo pubblicamente, non sono nemmeno disposti a condannarlo. Di conseguenza, il premier al-Sarraj può contare sempre meno sull’appoggio diplomatico americano.

Non avendo mai condannato pubblicamente l’operato di Haftar, gli Stati Uniti legittimano in una certa misura la sua aggressione militare che ha mandato all’aria anni di sforzi tesi a pacificare il paese che da quasi un decennio è preda dell’anarchia e la guerra civile.

Indubbiamente, il fatto che gli Stati che contano in Libia siano divisi su quale attore appoggiare non contribuisce ad incrementare le speranze di una risoluzione pacifica della situazione.