“L’Europa? Un grande avvenire dietro le spalle”. Ci scherza sopra, Fabrizio Noli, ma con lucido senso di realtà.

Fabrizio è giornalista radiofonico (caposervizio Redazione Esteri Gr-Rai) e scrittore: ha scritto “Dialoghi sulle minoranze” (Qulture edizioni, 2014), in collaborazione con Federico De Renzi, e “Papa Francesco giornalista” (LDC, 2018), in collaborazione con Gianpiero Gamaleri. In occasione della festa dell’Europa, il 9 maggio, Fabrizio è stato uno dei relatori di “#Europa – #Europae. L’Europa tra frazionamento neo-nazionalista e integrazione continentale”, un seminario che si è svolto a Roma presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, al Senato della Repubblica.

Anche un europeista convinto come te trascinato nello scetticismo?

Troppe speranze deluse. Per almeno mezzo secolo, noi italiani siamo stati molto romanticamente legati all’idea europea. Anche se i paesi fondatori, tra cui l’Italia, da sei erano diventati quasi 30. Anche se non poche volte tornavamo dai vertici europei con la sensazione che le cose non fossero andate per il verso giusto per il nostro paese. Oggi più che mai risultano evidenti i limiti di un progetto a cui manca una costituzione comune, una politica estera condivisa, un abbozzo, almeno, di idea di difesa commune. Per non parlare di una politica fiscale condivisa.

Cos’è che dell’Europa proprio non ti convince?

L’Europa oggi funziona con sentenze della Corte di Giustizia e con direttive, ed è a fortissima trazione tedesca, con la Francia a rimorchio e l’Italia e l’Europa mediterranea nel ruolo di comprimari. Un’Europa nordica e distante , caratterizzata da parametri rigidi, a cominciare dal rapporto debito-Pil al 3%, che sembra sia stato ideato da un funzionario dell’Eliseo, non si sa in base a quale esatto criterio, e sempre più caratterizzata da un mix tra neoliberismo e ossequio al capitalismo finanziario, forse più adatto agli Stati Uniti che non alla nostra storia e alla nostra mentalità. Per non parlare dell’euro: abbiamo deciso di porre le basi per la costruzione di un’Europa unita cominciando dal tetto. Perchè mi pare impossibile definire diversamente l’Euro. Una casa si costruisce dalle fondamenta, qua si è partiti dal tetto, inutile girarci intorno. Un tetto adottato da subito da alcune nazioni, ma rifiutato da altre, a cominciare dalla Gran Bretagna, quindi con delle infiltrazioni/imperfezioni ab origine.

Come si ricostruiscono oggi queste fondamenta? 

Riavvolgendo il nastro della storia. L’euro fu un’idea di Mitterand per disinnescare il pericolo di una eccessiva egemonia tedesca dopo il processo di riunificazione. Di fatto, abbiamo creato una valuta a immagine e somiglianza del marco, che ha ancora più reso inevitabile l’egemonia di Berlino e con una Banca Centrale Europea che non può, per statuto, fungere da prestatore ultimo. Per cui, oggi l’Europa appare sempre più con la testa a Berlino, il cuore a Bruxelles e il resto del corpo tra Parigi e i paesi del Nord Europa. Sempre più una creatura aliena, per la nostra realtà, con diktat, raccomandazioni, procedure d’infrazione. Ciò che più ha stupito però, negli ultimi anni, è stata la totale mancanza di solidarietà, nell’ambito dell’Unione. Pensiamo alla macelleria sociale che si è fatta in Grecia in nome della lotta senza quartiere al nemico pubblico numero uno: il debito pubblico. Rigidità e distanza sembrano essere le caratteristiche principali dell’Unione Europea 2019. Eppure, siamo pur sempre il continente che ha inventato il welfare, ma mi viene in mente anche la Dottrina sociale della Chiesa…  oggi c’è ben poco di sociale, nell’Unione Europea, ci sono però il fiscal compact e il bail in… Detto questo, però, non si può solo puntare il dito contro l’Europa, sarebbe ingiusto e fuorviante. Dobbiamo allargare lo sguardo e comprendere che stiamo vivendo un’epoca storica di enormi cambiamenti, chiamiamola anche di transizione.

Tutta colpa della globalizzazione?

La globalizzazione non fa prigionieri, ma non possiamo continuare a crescere in modo esponenziale. Anche se così vuole il mercato e così presuppone un capitalismo sempre più finanziario e sempre meno legato all’economia reale. Mi viene in mente la crisi del terzo secolo dopo Cristo, che ha minato alle fondamenta il mondo romano, il primo esempio vincente di globalizzazione, spalancando al Medio Evo, senza il quale non avremmo avuto la civiltà occidentale come è oggi. Anche con le sue storture, imperfezioni e orrori (pensiamo all’Olocausto).

Una crisi tutta Europea?

Le crisi non avvengono per caso, e quella Europea va inserita in un contesto politico-economico più ampio. Che ha anche a che fare con la crisi dell’”Impero Americano”, dei suoi modelli, delle sue certezze. L’America, de facto, ha abbandonato al suo destino l’Europa proprio dalla crisi dei mutui subprime, un punto di svolta che ha allargato di molto la distanza tra le due sponde dell’Atlantico. Distanza che con la presidenza Trump appare sempre più netta. L’Europa, cos’è oggi per gli Stati Uniti, specie adesso non più gendarmi del mondo, se non una periferia? Ma lo è già dagli anni successivi alla fine della guerra fredda, al di là dell’impegno militare americano nel 1995 in Bosnia e nel 1999 in Kosovo.

Corsi e ricorsi storici?

Si. Anche l’Impero Romano, primo impero globale, conobbe i suoi momenti di crisi più acuta, nel terzo secolo, in aree periferiche dell’Impero: la disfatta di Abritto, in Mesia, 251, con l’uccisione per la prima volta di un imperatore in battaglia, Decio; e nel 260, in Mesopotamia, la cattura di Valeriano da parte dei persiani. Immaginiamo il trauma per i contemporanei, ma, appunto, parliamo di aree periferiche rispetto a Roma. La città eterna non fu mai, fino al 410, attaccata e saccheggiata. Però, anche allora, il risultato della crisi furono le spinte centrifughe, manifestatesi con la secessione dell’Impero delle Gallie, e poi, in Oriente, del regno di Palmira, altra secessione. Due fenomeni non casuali, che poi si rimanifesteranno, due secoli dopo, con l’avvento dei regni romano-barbarici e l’inizio dell’età di mezzo.

Oggi quelle spinte centrifughe le chiamiamo nazionalismi.

Io credo che i nazionalismi vadano messi in relazione diretta a questo momento di crisi, che ormai si protrae da dieci anni. E dunque, l’Europa, oggi, può apparire distante a molti come, 18 secoli fa, l’Impero Romano poteva risultare un’entità astratta e lontana per i popoli sul Reno o in Britannia. Certo, visto che si parla di Britannia, proprio la Brexit, o meglio il risultato di un referendum (che non si capisce ancora, dopo quasi tre anni, a cosa abbia portato), ha comunque avuto una valenza storica fondamentale. Un dato accomuna, sul piano sociale e culturale la crisi che viviamo, come mondo occidentale, sia al di qua che al di là dell’Atlantico: il tracollo della classe media. In sintesi: l’impatto contemporaneo di globalizzazione, l’automazione dei processi produttivi, la crescita delle ineguaglianze ha azzoppato lo slancio dinamico degli strati sociali che, per la loro proiezione sul futuro, l’investimento – in chiave di autopromozione – su educazione e cultura, il desiderio di salire la scala sociale, la costante ricerca di opportunità, sono stati storicamente le leve di accumulazione di capitale umano ed economico. Prendete i baby boomers, che stanno andando in pensione in questi anni: quando avevano vent’anni, fra il 1965 e il 1980, quasi il 70 per cento di loro si poteva definire classe media.

Oggi, nei paesi Ocse, solo il 60 per cento dei Millennials può fare altrettanto. Un tracollo che deve anche suonare come un campanello d’allarme, dato che è spesso stato, in passato, prodromico di rivolte più o meno significative, penso ovviamente alla rivoluzione francese. Oppure, purtroppo, a movimenti come il fascismo e il nazismo. Senza contare poi il dramma dei giovani, che sempre più appaiono senza un futuro, e alle prese con un presente quanto mai incerto. Credo che la vera sfida dei nazional-sovranisti, oggi, sia come incanalare/veicolare questo tipo di sentimento di frustrazione, in un contesto meno drammatico o minaccioso. Solo il futuro ci dirà se sarà stata una scommessa vincente o meno.