Lo Stato Islamico sta esalando i suoi ultimi respiri. Dopo aver seminato morte e terrore in un vasto territorio a cavallo del poroso confine tra Siria ed Iraq, Daesh è accerchiato da forze ostili intenzionate a mettere fine una volta per tutte alla sua presenza in Medio Oriente.

In queste ore si stanno svolgendo le fasi finali della battaglia di Baghuz, che vede contrapporsi le milizie curdo-arabe delle Forze democratiche siriane (Sdf) agli ultimi miliziani dello Stato Islamico. Baghuz è un paese situato all’estremità orientale della Siria, nel distretto di Deir Ez-Zor, non lontano dal confine iracheno. Si tratta dell’ultimo centro abitato, nonché ultima porzione di territorio siriano, ancora in mano all’Isis.

L’imminente sconfitta militare dello Stato Islamico soddisferà uno dei requisiti necessari per il ritiro delle truppe americane dalla Siria. L’amministrazione americana, per bocca innanzitutto del presidente Donald Trump, ha affermato in più occasioni che una volta eliminato ciò che rimaneva dell’Isis le truppe dislocate in Siria sarebbero state rimpatriate. Il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton aggiunse anche che, per potersi ritirare, gli americani avrebbero dovuto ricevere garanzie sulla sicurezza delle milizie curde nel nord-est del paese. Un avvertimento alla Turchia, la quale non ha mai fatto mistero di essere profondamente ostile nei confronti dei curdi, che considera terroristi alla stregua dei miliziani dello Stato Islamico.

Ad ogni modo, siccome la sconfitta dell’Isis è imminente, le truppe americane sono davvero sul punto di ritirarsi dalla Siria a due mesi dal tanto discusso annuncio del presidente Trump?

È difficile rispondere a questa domanda poiché la situazione sul campo è complessa e la politica intrapresa dall’amministrazione americana è caratterizzata da almeno due contraddizioni di fondo. Tuttavia, probabilmente, non siamo sul punto di testimoniare il ritiro dei 2.000 soldati americani presenti in Siria.

La prima contraddizione è interna all’amministrazione americana. L’annuncio di Trump sul ritiro delle truppe dalla Siria (e poi anche dall’Afghanistan) fece emergere in modo drammatico una spaccatura all’interno dell’amministrazione. Il segretario alla difesa James Mattis si dimise per protesta contro la decisione di Trump e spiegò le sue ragioni in una lettera al presidente. Oltre all’atteggiamento irrispettoso tenuto da quest’ultimo nei confronti degli alleati, l’incompatibilità tra la posizione di Trump e quella di Mattis in merito al destino delle truppe americane in Siria spinse il capo del Pentagono a dimettersi. Negli ultimi due mesi questa frattura che percorre gli apparati politici e militari dell’amministrazione americana non si è affatto sanata, anzi. In un’intervista rilasciata pochi giorni fa alla Cnn, il generale americano Joseph Votel, capo dello Us Central Command sotto la cui competenza ricadono le truppe schierate in Siria, ha espresso il suo disaccordo per l’annuncio fatto da Trump in dicembre. Secondo Votel, i tempi per il ritiro americano dalla Siria non sono ancora maturi e sconfiggere l’Isis non è sufficiente. Occorre mettere le milizie locali nelle condizioni di controllare il territorio ed evitare il ritorno di nuove minacce integraliste. Secondo Votel, le milizie curdo-arabe alleate degli americani non sono ancora in grado di svolgere autonomamente questi compiti, pertanto le truppe di Washington devono rimanere sul campo e continuare ad addestrare e rafforzare gli alleati, in modo che un giorno possano operare autonomamente. In precedenza, il capo dello Us Central Command aveva rivelato di non essere stato consultato dal presidente sulla questione del ritiro delle truppe dalla Siria. Tuttavia, se fosse stato consultato, ha dichiarato che non avrebbe consigliato di ritirarsi. Votel ha anche detto che la sconfitta dell’Isis non comporta automaticamente la sua fine, poiché vi sarebbero ancora migliaia di miliziani sparsi tra la Siria e l’Iraq capaci di compiere attacchi terroristici individualmente.

Questa spaccatura interna impedisce all’amministrazione americana di agire coerentemente e con chiarezza. Pertanto risulta difficile comprenderne le vere intenzioni e ipotizzarne le mosse future.

La seconda contraddizione ha a che fare invece con la politica decisa da Trump nei confronti dell’Iran. L’attuale presidente americano, marcando una palese discontinuità col suo predecessore, ha riportato in auge il pugno di ferro nei confronti di Teheran. Dopo aver stracciato unilateralmente l’accordo sul nucleare del 2015, Trump ha deciso di imporre nuove sanzioni. L’obiettivo è quello di destabilizzare il fronte interno iraniano, esasperando una crisi economica che sta facendo aumentare il risentimento popolare nei confronti della classe dirigente della Repubblica Islamica, in modo che Teheran non riesca a consolidare la sua sfera d’influenza in Medio Oriente. Il fatto è che la decisione di ritirarsi dalla Siria è palesemente in contraddizione con la linea dura nei confronti di Teheran. Perché Iran e Russia sarebbero i primi beneficiari del ritiro americano dal paese. Infatti, Teheran e Mosca sono le uniche capitali che hanno applaudito alla decisione di Trump. Per la verità anche il governo turco ha ben accolto la decisione del presidente americano. Tuttavia, per quanto riguarda la Turchia, la questione è più complicata visto che i turchi vogliono allontanare con qualsiasi mezzo i curdi dal confine mentre gli americani vogliono proteggerli.

In realtà, iraniani e russi, alleati e salvatori del presidente siriano Bashar Al-Assad, insieme ai turchi, sono già da tempo i protagonisti dei negoziati che dovranno cercare di conferire un assetto stabile alla Siria post-bellica. Russia, Iran e Turchia sono i mazzieri al tavolo in cui si decide il futuro della Siria. Gli Stati Uniti hanno una sola carta in mano, quella su cui è raffigurata la presenza militare dei loro 2.000 soldati. Se rinunciano a questa carta gli americani abbandonano il tavolo, consegnando la Siria intera a russi ed iraniani. Una mossa che farebbe storcere il naso agli alleati regionali, in particolare Israele, mentre farebbe cantare vittoria agli avversari strategici.

L’ipotesi che un prematuro ritiro americano dalla Siria vada a vantaggio unicamente di Russia ed Iran è stata espressa nei giorni scorsi dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. “È una buona idea che gli americani si ritirino velocemente ed improvvisamente dalla Siria? Oppure ciò rafforzerà ancora una volta la capacità di Russia ed Iran di esercitare la loro influenza?” ha detto Merkel durante l’annuale conferenza sulla sicurezza che si è tenuta a Monaco di Baviera e a cui ha partecipato anche il vice presidente americano Mike Pence.

Vi è poi il problema, tutt’altro che secondario, che ha a che fare con il triangolo tra americani, curdi siriani e turchi.  Ankara è convinta che i curdi siriani siano in combutta con i terroristi curdi turchi del Pkk. Pertanto le milizie curde siriane devono essere tenute il più lontano possibile dal confine. Gli americani vogliono però avere garanzie sulla sicurezza dei loro alleati sul campo, cioè non vogliono che diventino il bersaglio di una nuova eventuale offensiva turca in territorio siriano. Prima di ritirarsi dalla Siria, gli americani dovranno trovare un compromesso con i turchi. Per il momento Ankara e Washington hanno raggiunto un’intesa di massima sulla creazione di una zona cuscinetto lungo il confine tra Siria e Turchia ma restano da definire tutti i dettagli.

La situazione è complessa a dir poco. Ritirarsi dalla Siria si sta rivelando ben più difficile di quanto Trump pensasse o sperasse. Gli americani hanno numerosi nodi da sbrogliare ma, innanzitutto, devono stabilire una politica chiara che vada al di là della superficialità delle dichiarazioni di Trump e che cerchi di rassicurare gli alleati, e non gli avversari. Fintanto che ciò non avverrà è più opportuno parlare di presunto ritiro americano dalla Siria.