Piazza San Giovanni a Roma, come ai bei tempi delle grandi manifestazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil. Non c’è stata polemica sul numero dei partecipanti alla manifestazione di sabato 9 febbraio. Nessuna discussione su quante persone possa contenere un metro quadrato di piazza. Salvini aveva riempito giusto due mesi fa Piazza del Popolo. Il sindacato degli 11 milioni di iscritti ha messo in campo la cosa che gli riesce meglio, l’organizzazione di piazza.

Futuro al lavoro, la prima manifestazione di Maurizio Landini, il combattente Fiom, la categoria storicamente più antagonista, oggi segretario Cgil, doveva tenersi a Piazza del Popolo ed invece è stata spostata nello spazio più grande che la Capitale poteva offrire in centro, raggiunta via terra con oltre 1.300 pullman e 12 treni riservati, via mare con due navi,  via aria con mille voli, in gran parte a carico, pasti inclusi, delle categorie, proprio ad esibire una forza organizzativa eccezionale.

Quegli iscritti che votano contro il sindacato

Guardando però la folla immensa dei convocati, Landini e gli segretari sindacali hanno visto una massa, in maggioranza, di elettori di Lega e 5Stelle, i partiti di governo che la manifestazione intendeva contestare. In azienda, la via maestra della rappresentanza dei lavoratori passa per il sindacato. Nella vita e nella politica i classici riferimenti sindacali, di centro sociale, di sinistra moderata, di sinistra estrema, sono seguiti solo in parte dagli 11 milioni, dai loro familiari e amici. La capacità sindacale di inquadrare politicamente i seguaci si è ridotta al minimo.

Iscritti, rappresentanti di base, funzionari, volontari, simpatizzanti, i carichi di pensionati si sono fatti trovare pronti ad ascoltare una piattaforma politica antigovernativa, celata da contestazioni tecniche particolari (la mancata rivalutazione Istat delle pensioni superiori ai € 1.522 lordi, le sicure future nuove tasse, magari mischiate alla richiesta corporativa di aumenti per il lavoro garantito pubblico, l’evocata evasione fiscale). Non per questo molti di loro non voteranno i Dioscuri di governo, anzi. Questo paradosso micidiale mina la forza del sindacato, ne annacqua tradizione e storia che oggi non ha interfaccia politica e rende vana l’esibizione di piazza.

Landini ha contestato al governo di guardare solo le manifestazioni straniere, come quelle dei gilet gialli francesi, e non quelle di casa. Proprio lui, l’antagonista per eccellenza, la cui lotta mortale con Marchionne alla Fiat finì con una debacle definitiva, sa che i gilet jaunes stanno facendo traballare con la forza il presidente Macron; mentre il sindacato chiede solo alla politica, un dialogo concertativo, quel dialogo già ampiamente rifiutato dai governi amici, dagli esecutivi tecnici a quelli sinistradestra a guida Pd  (Gentiloni, Renzi, Letta e Monti).

Landini  voleva, come fece un tempo Cofferati (che era in piazza), una grande manifestazione sindacale contro il governo di destra. Non importa che inutilmente le altre voci, come la Uil, abbiano voluto precisare che il sindacato  non vuole essere opposizione; oppure che l’ultimo governo disposto al tavolo concertativo agognato sia stato, quasi 10 anni fa, proprio l’ultimo governo di centrodestra con i modi conflittuali e divisivi del ministro Sacconi. O ancora che l’art.18, la riassunzione obbligatoria, conclamata un tempo come un diritto umano da un segretario Cgil, sia stato cassato da un partito di sinistra amico. Nemmeno che i 5Stelle siano stati considerati a lungo indignati, sciolti da legami politici, da ricondurre nell’alveo storico di sinistra.

La loro alleanza con una Lega, sempre di più di destra, li ha resi, nell’opinione sindacale e non solo, una  massa al meglio qualunquista, al peggio pericolosa. Con gli occhiali dal focus immobile, tarato sul secolo scorso, il sindacato voleva indicare il nemico a destra, sollecitare contro di essa rabbia, rifiuto e odio secondo uno schema che funzionava tanto bene ai tempi di Berlusconi. Il risultato, impietoso, lo ha dato il rilievo mediatico.

Come dire, è mancata la notizia,

lo spunto per il titolo che buca. Il cartello delle richieste (investimenti privati e pubblici, materiali e digitali; risorse per istruzione, formazione, ricerca, Mezzogiorno e per il Servizio Sanitario Nazionale, definito in stato di emergenza, era il replay di 20 o 30 anni fa, un pastone sempre pronto all’occorrenza. Così sui media la grande partecipazione è finita dietro a Sanremo, al Venezuela, agli omicidi, alle solite interviste ai gemelli del governo.Molto danno lo hanno dato i partecipanti eccellenti, D’Alema, Bersani, i due ex segretari Cgil, Cofferati ed Epifani che da eletti si rimangiarono le prese di posizione da sindacalisti.

Forse lo sbaffo peggiore all’evento è arrivato dall’endorsement dell’ex presidente ed impopolare Boldrini. D’altronde solo pochi giorni fa la Cgil non aveva mancato di organizzare un presidio nel porto di Catania a sostegno dello sbarco della Sea Watch e del suo carico di immigrati. E’ ormai divenuto un problema l’imprintig politico, il must per cui il sindacato è di sinistra. Consci del problema, gli organizzatori hanno messo la sordina nella manifestazione, a parte qualche accenno antirazzista, ai soliti punti politicamente corretti, come Pace, Femminismo, Clima, Diversi, ecc. L’Ambiente, poi, è andato addirittura a farsi benedire, sacrificato sull’altare della partecipazione dei confindustriali romagnoli delle trivellazioni in mare e dell’intervento del delegato Ilva.

L’autocensura non stura il dibattito, nel sindacato, alla differenza, se non al contrasto, che esiste tra la sinistra dei diritti umani e quella dei diritti sociali, tanto più quando il campo di questo ultimi se lo è preso la destra. Oggi sarebbe però ancora di grave imbarazzo per la principale sigla sindacale ammettere che la storia sindacale è di destra e di sinistra e che i principali item del lavoro (le 8 ore, il CCNL, l’Inps, l’Inail) attengono tutte alla prima. Sono anni che nelle aziende vengono firmati accordi a 4 sigle, in cui la trimurti sindacale include l’Ugl (ex Cisnal)  tra le formazioni rappresentative principali. Non si può sostenere che l’Ugl sia un sindacato nostalgico eppure è impossibile superare una malintesa difesa di antifascismo e organizzare manifestazioni unitarie. Il risultato è l’esclusione di una parte dei lavoratori dalle comuni battaglie.

Le esclusioni non finiscono qui.

Da anni lavoratori che perdono il posto diventano imprenditori di se stessi, oppure lo mantengono soltanto se disposti ad assumere un falso ruolo contrattuale da artigiano e imprenditore. E ancora una volta il sindacato chiude loro la porta in faccia, malgrado siano . Anche questa volta non si è offerta la mano ai ca. 5 milioni di autonomi, partite Iva e piccolissime imprese, che sono, come dire, diversamente lavoratori, assimilabili a quelli dipendenti. L’occasione di condannare la nuova flat tax ha ribadito un antico sbaglio, legato all’idea centrale della rappresentanza operaia nella grande fabbrica. Malgrado che la difesa ed il riscatto del precariato passa dal rappresentare tutte le diverse forme di lavoro, il sindacato, organizzato per la contrattazione dei lavoratori dipendenti, ancora una volta ha respinto lontano questo pezzo del mondo del lavoro. Dopodichè è inutile parlare di precari.

L’ossessione della rappresentanza (e della rappresentatività) ha fatto del sindacato un mondo continuamente in balia al voto, dove dopo le elezioni dei rappresentanti, non c’è accordo che non passi obbligatoriamente per migliaia di assemblee aziendali, spesso a bassa partecipazione, se non a referendum. Puntualmente, anche della manifestazione è stato esibito il lato partecipativo e condiviso della discussione con migliaia di lavoratori e pensionati. In realtà solo poche realtà di impresa privata offrono le condizioni assembleari per queste discussioni infinite che si fanno realistiche solo nelle fasi patologiche delle chiusure aziendali.

Il sindacato non ammette, come dovrebbe, di decidere spesso e volentieri da solo; d’altronde è irresponsabilità non farlo dopo elezioni aziendali legittime. L’ossessione di non avere opposizione a sinistra, in un mare di piccoli sindacati autonomi cresciuti come funghi negli ultimi decenni, ha condotto di solenne accordo in accordo confederale al trionfo di uno sterile assemblearismo. Si è invece sacrificato il territorialismo, con il risultato di non avere sindacato in tantissime piccole imprese. O troppo o nulla. Come si vede, il sindacato convidide il mito illusorio della democrazia diretta, eppure neanche questo piano conduce al dialogo.

Si attende ancora una presa di posizione sindacale sul peso nel mondo della forza della grande finanza e della crescita dell’automazione da cui dipendono tante cose chieste, come più occupazione, più crescita, più infrastrutture, più previdenza. Eppure il sindacato fa parte di un’organizzazione europea ed internazionale che fa capo a Bruxelles e New York e partecipa all’Ufficio relativo dell’Onu (Ilo). Sa che l’assenza di diritti sindacali in gran parte del mondo è un valore aggiunto per le Borse e per lo scorrere fluido dei mercati globalizzati. La questione non si pone per l’assoluta differenza di vedute esistenti tra sindacati anglosassoni e scandinavi, nordici e latini.

Eppure la vittoria di Trump tra gli operai Usa ha una sola chiara parola, protezionismo, spesso ormai l’unica soluzione per limitare la libertà indiscriminata dei capitali. La preservata unità internazionale però ha finora limitato il sindacato ad un livello nazionale, inefficace ed impossibilitato ad affrontare le questioni più complesse della globalizzazione. In compenso l’adozione di tutti i temi politically correct direttamente dai salotti più ricchi, non ha fatto bene all’unione dei poveri lavoratori. Mentre imprese ed economia cambiano nella trasformazione continua indotta da finanza e tecnologia, questi interrogativi restano anche se per il sindacato non sono all’ordine del giorno.

Intanto il ritorno alla grande piazza non nasconde la perdita di quasi un milione di iscritti e di volontari operativi in un decennio (con le punte evidenti del Piemonte). Non cela il fatto che le categorie più numerose, il 50% degli effettivi, siano i pensionati. Che nelle imprese siano sindacalizzati solo i più anziani, mentre le giovani generazioni sono abituate, da destra e da sinistra, a guardare all’azienda come un tutto unico, dove il datore o il manager o il fondo d’investimento parla per i lavoratori.

Caricatura di quota 100 e reddito di cittadinanza

Detto questo, di conseguenza, l’attacco sindacale a quota 100 (estremamente popolare tra i lavoratori) ed al reddito di cittadinanza (estremamente popolare tra i disoccupati), nemmeno nominato e divenuto una quasi irriconoscibile misura sostitutiva complicata nell’accesso e con forti elementi di iniquità, anche fiscale, che non contrasta la povertà minorile e non premia le persone con disabilità e quasi esclusivamente improntata all’inserimento lavorativo ma senza creare nuovi posti di lavoro è divenuto un evidente doppio autogol, un sostegno all’odiata austerity, tanto più condita dall’uso misterioso di sigle impopolari quali  REI ed ISEE di cui il sindacato è divenuto maestro, attraverso i famosi servizi che spesso appaiono estensione della macchina fiscale statale.

Un attacco squisitamente politico, condotto contro il nuovo governo considerato di destra per principio e non per contenuti, nella disillusione di non avere dialogo e di non avere la forza per ottenerlo. Probabilmente Landini non poteva che cominciare così. E’ la sua storia che ce lo conduce, ma è una strada senza uscita. Il Paese e l’Europa però hanno un drammatico bisogno di sindacato, in un mondo in cui le grandi economie sono tutte dirigiste e quasi del tutto sindacalizzate.

I temi della modernità incalzano; ad occuparsene per forza di cose nascerà qualche cosa di nuovo se non lo fa il sindacato. Forse però i vecchi sindacalisti, pur di non rinunciare all’anima rossa di un tempo, preferiranno diventare specialisti solo di pensioni.