Il 7 giugno, la posizione ufficiale di Guaidò è variata nel giro di circa sei ore. Il leader democratico ha notificato l’approvazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca conosciuto come TIAR che prevede la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali attraverso l’esercizio della legittima difesa e, poco dopo, ha confermato la riapertura del processo di dialogo promosso dalla Norvegia, il quale riprenderà la propria agenda in Barbados.

Sebbene il TIAR sia un Trattato sottoscritto dagli Stati membri dell’OAS in materia difensivo, esso prevede l’attivazione di meccanismi di tutela al momento in cui ci sia un’attacco, aggressione o violenza da parte di uno Stato nei confronti di un altro.

Nell’articolo 6 del trattato si dispone l’attivazione del trattato difensivo se si ritiene che “l’inviolabilità o l’integrità del territorio o la sovranità o l’indipendenza politica(…)fossero colpite da un’aggressione che non rappresenti un attacco armato” e cita dei conflitti interni o esterni al continente nonché quando si verifichi“qualsiasi altro evento o situazione che metta a rischio la pace di America”.  Il concetto di aggressione gli scenari previsti nell’articolo 9 del medesimo e “altri”. Tali scenari sarebbero quelli di un’attacco armato e non provocato  da parte di uno Stato contro un altro e l’invasione territoriale di uno Stato ai danni dell’altro.

Lo stesso TIAR manifesta diversi limiti di realizzazione dal momento in cui, oltre allo stabilimento di organi di una struttura all’interno dell’OAS che si riunisca al momento di verificarsi uno scenario di conflitto e le costanti citazioni alla Carta stessa delle Nazioni Unite, esso lascia molta ambiguità nelle diciture riscontrate almeno due volte e sotto la voce di “altro”.

Intorno al TIAR, così come è accaduto con altre figure del diritto internazionale che, ogni volta che inciampano con il caso in osservazione, vengono distorte in mezzo all’ambiguità di un discorso politico carico di ethos e carente di sostanza, si sono formulate tante aspettative dovute alla speculazione generata dall’ipotesi di un intervento armato con cui gli Stati della Regione, ispirati da un profondo senso di giustizia e di tutela dei diritti umani, facessero irruzione nel territorio venezuelano per porre fine alla dittatura di Maduro.

Tutto questo, secondo le disposizioni di un Trattato che è stipulato intorno alla tutela di uno Stato di fronte al palese atto di aggressione/invasione da parte di un altro. Il Trattato, almeno nelle sue disposizioni, non prevede delle misure coercitive mirate a ripristinare la libertà o la democrazia perduta in un Paese nella regione. Se dovessimo giustificare un atto simile nei confronti del regime di Maduro, potremmo farlo sotto la voce “altro” prevista nell’articolo 6 del Trattato.

In ogni caso, la messa in pratica del TIAR e la sua materializzazione restano soggette alla Carta ONU e al Consiglio di Sicurezza stesso del cui parere non si può fare a meno e, come ben sappiamo, al vertice dell’ONU persiste una situazione di stallo intorno alla questione venezuelana. Per quanto riguarda la minaccia alla pace e la sicurezza regionale, ci sono diverse situazioni che potrebbero configurare tale disposizione.

In effetti, il narcotraffico come un affare di Stato, i vincoli con il terrorismo internazionale, l’esodo di oltre 4.000.000 di persone che destabilizza l’intera regione e la corsa bellica inerente all’alleanza militare sempre più stretta con il Cremlino, sono stati considerati dei fattori destabilizzanti per la pace e la sicurezza dell’America Latina, ma basterebbero per scatenare la mobilitazione militare di uno Stato dietro l’altro nei confronti del Venezuela? Se l’eventuale proposta d’intervento militare si facesse presente all’Assemblea Generale dell’OAS, quanti Stati sarebbero disposti ad aprire fuoco contro il regime di Maduro?

In questo caso, i limiti non si pongono per le lacune e mancate disposizioni del Trattato sul come ripristinare le libertà e la democrazia laddove è in piedi uno regime autoritario, ma sulle interroganti che, un minimo di realismo ci costringerebbe a formulare: sotto quale obbligo deciderebbe uno Stato terzo di andare oltre le misure coercitive che non prevedono l’uso della forza? Quale Paese nella regione sarebbe disposto a impegnare il proprio esercito e, quindi, ad aumentare la spesa militare, in un terzo scenario? Siamo sicuri che i Paesi latinoamericani siano disposti ad assumere tale onere?

Nel mentre, in Barbados si ipotizzano delle elezioni generali e girano voci sulla non candidabilità di Maduro negli eventuali comizi. A quanto pare, opposizione e chavismo litigano su tutto ma coincidono sull’eventuale sacrificio di Maduro sull’altare della trattativa per dar vita a una nuova stagione politica.

Per quanto riguarda l’esito della trattativa, essa dipenderà, oltre che dal rispetto degli accordi raggiunti (il quale non è scontato se notiamo come sono andate le trattative precedenti), dalla stabilità psicologica di una classe politica soggetta a costanti sbalzi di umore e improvvisi cambiamenti di decisione nonché a una necessità di apparire la quale, spesso e volentieri, precede la soluzione stessa della crisi nell’elenco delle priorità.