L’Amazzonia brucia, ma bruciava anche ieri. In realtà bruciava già da molti anni fa, venendo sottoposta all’indifferenza di governi e società civile che, al di là degli slogan ecosostenibili ipocritamente ripetuti a ogni campagna elettorale hanno sempre chiuso un occhio di fronte alla deforestazione portata avanti per soddisfare l’insaziabile domanda proveniente proprio dai Paesi più sviluppati che, paradossalmente, si dicono così preoccupati per le ferite mortali perpetrate contro il polmone del nostro pianeta.

Gli unici a preoccuparsi sul serio sono gli animali, le piante, gli ‘indios’ che vivono lì dentro e gli attivisti presenti nel territorio. Mentre i primi due non riescono a esprimersi come lo vorremmo noi, los indios subiscono un’assurda discriminazione in mezzo a società sempre più disuguali, le quali avendo come obiettivo somigliare di più gli europei e gli americani, li escludono. Per ciò che riguarda gli attivisti verdi, l’ostracismo è l’arma principale con cui gli Stati e l’opinione pubblica agiscono nei loro confronti. Per il resto, ogni tanto viene ucciso qualcuno, poi lo si dimentica e tutto rimane uguale.

Nel frattempo, i governi sottoscrivono diverse dichiarazioni di intenti. Dal protocollo di Kyoto alla Conferenza di Parigi, tutto o quasi tutto il Sudamerica ha sempre sottoscritto l’impegno per uno sviluppo sostenibile. Nel caso di alcuni Stati, la Legislazione della Bolivia e dell’Ecuador hanno incluso delle disposizioni molto particolari sulla tutela dell’ambiente. Tale impegno però, è sempre stato smentito dai fatti che vanno dalla deforestazione indiscriminata degli agricoltori per l’estensione dei coltivi di soia e del pascolaggio fino ad arrivare alle concessioni che gli Stati hanno sempre fatto, fanno e continueranno a fare alle multinazionali che estraggono oro, petrolio, coltan, diamanti e altri minerali.

Giustificate dal bisogno di introiti per gli Stati e il profitto immediato di aziende che devono soddisfare una domanda sempre più esigente, gli esecutori di tali attività non esitano a rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra loro e lo sfruttamento delle risorse: per loro vale lo stesso alterare la biodiversità in modo irreversibile oppure radere al suolo un intero villaggio indigena.

Lo si fa nel nome del progresso. Lo si fa anche per negare la complessità e per non doversi confrontare a lungo con altri modi di organizzazione sociale. Lo si fa per sopprimere le “civiltà arretrate” e la “natura selvaggia” che impediscono al Sudamerica di somigliare l’Europa o gli Stati Uniti, ovvero, i modelli che hanno sempre dominato l’immaginario collettivo della Regione. Lo si fa perché si è sempre fatto così da due secoli, precisamente da quando l’Amazzonia è stata spartita tra almeno nove Paesi della regione.

Il termine più adeguato per descrivere ciò che lì accade è l’impunità. I danni provocati da certi attori non vengono puniti sul serio da alcun entità giuridica e contano sulla connivenza di ampi settori della società civile, dei partiti, dei media e delle istituzioni stesse. Poco importa se dall’Amazzonia proviene il 20% dell’ossigeno del pianeta, se ci sono 3 milioni di specie o se in essa si trova più del 20% dell’acqua dolce nel mondo, nell’Amazzonia gli Stati e le aziende hanno un singolo obiettivo: il profitto senza però misurare gli elevatissimi costi che gravano sulla vita nel globo.

In altre parole, se qualcuno rimane perplesso per le dichiarazioni di un Bolsonaro che non si fa molti problemi ad ammettere di voler sfruttare le risorse dell’Amazzonia, deve sapere che il Presidente brasiliano ha solo detto in pubblico ciò che i governi sudamericani hanno sempre pensato e fatto di nascosto. Il peccato del presidente brasiliano è quello di aver pensato ad alta voce, ma anche durante il governo Lula l’Amazzonia è stata maltrattata nonostante la politica delle multe contro i deforestatori. Il territorio veniva sempre spianato per le piantagioni di soia o per abilitare gli spazi necessari per il pascolaggio.

Il rogo che da quasi 20 giorni distrugge un’immensa porzione dell’Amazzonia è assolutamente da condannare ma lo sono anche le ferite causate dai cd. governi ambientalisti del Sudamerica. Anche la porzione amazzonica della Bolivia brucia per le stesse ragioni ed è altrettanto grave ciò che accade nell’Arco Minero del Venezuela dove la foresta amazzonica è stata soppressa dall’estrazione indiscriminata di oro, coltan, diamanti e altri minerali.

Un altro paradosso lo si è visto in Ecuador dove, se da un un lato il governo Correa ha messo in piedi delle leggi per tutelare l’ambiente, le perdite di petrolio continuano a causare gravi danni all’ecosistema. Le responsabilità di questi disastri sono sempre condivise tra lo Stato e multinazionali di peso – che Correa diceva di combattere – tipo Exxon o Chevron, le quali spadroneggiano senza freni nell’Amazzonia ecuadoriana.

Adesso che, su iniziativa di Macron è stato convocato d’urgenza il G7, attendiamo gli sviluppi di un vertice la cui azione rischia di essere tardiva e poco efficace, più o meno come la nostra indignazione.