Sono appena arrivato a Rosarno, ieri una grande retata, oggi la visita di Salvini alla tendopoli di cui, ad intermittenza, parlano le cronache. Praticamente un bagno di sangue, a cui si fa fatica ad abituarsi, che tiene vivi ricordi, riaccende fuochi che il tempo non è riuscito a spegnere completamente, riapre ferite e ricarica filiere di rimpianti.

Io amo questo paese, il decorso del tempo e l’ampiezza dello spazio sono lenimenti inefficaci, non riescono ad offrire un rimedio definitivo e sarà così sino alla fine dei miei giorni.
Due estati fa ho chiesto ad un amico di accompagnarmi alla tendopoli che sciorina i suoi orrori a tre chilometri dal centro abitato ed ho pianto, perché per me era troppo, ma quel ghetto assolato e formicolante mi è rimasto scolpito dentro e, tutte le volte che ci penso, provo vergogna ed uno strano senso di colpa.

Vedere esseri umani vivere sul suolo italiano in condizioni simili, e forse peggiori, a quelle da cui sono fuggiti, sognando una terra promessa, fa male da morire e chi parla di solidarietà deve comprendere che non basta declinarla, se poi si tollerano queste nuove ed orrende schiavitù, volgendo il capo da un’altra parte.
Perché i governi democratici e progressisti non hanno chiuso questa tendopoli?

Oggi il ministro Salvini, a cui non vanno le mie simpatie politiche, ma che appare onnipresente ed incisivo, ha detto a chiare lettere che lo sfruttamento e la ghettizzazione dei migranti africani non può essere qualificato come accoglienza.
Come eccepire la correttezza di tale ragionamento?

La tendopoli di Rosarno è la metafora della nostra ambiguità, dell’opportunismo e della demagogia che pretendono di sfigurare la realtà. Non possiamo consentirci, nel nome di declamate buone intenzioni, di far convivere libertà e schiavitù, il capitolo dell’immigrazione va riletto dalla prima all’ultima parola.