La Sicilia non è una regione qualsiasi. Aldilà dell’autonomia regionale, inferiore per poteri solo a quelli concessi alle provincie di Trento e Bolzano, la regione più a sud d’Italia conta anche per cinque milioni di elettori. È una delle regioni con il maggior numero di eletti in tutte le assemblee legislative: Camera, Senato, Unione Europea. Questo spiega per quale motivo lo scandalo sulle sentenze comprate al Consiglio di Stato è un segnale importante, da tutti i punti di vista.

Il Consiglio di Stato, per chi non lo sapesse, è il tribunale di massima istanza del diritto amministrativo. Qualsiasi controversia che riguardi atti amministrativi, concessioni, elezioni dipende da questa branca giurisdizionale. Pochi sanno che questo tribunale non vale proprio per i siciliani che invece hanno il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Siciliana. Per capire che aria tira nel CGA siciliano, basti ricordare le nomine fatte dalla nuova giunta regionale siciliana presieduta da Nello Musumeci, da tutti considerato paladino degli onesti, fino a pochi mesi fa, ma che assomiglia sempre più a Crocetta nelle scelte.

Ma parlavamo delle nomine. I due nomi scelti, lo scorso due dicembre, sono: Nino Caleca e Giovanni Ardizzone. Nino Caleca è avvocato ed ha ricoperto l’incarico di ministro regionale all’agricoltura. Chiamarlo assessore non rende l’idea del potere che l’incarico conferisce nella regione. Da avvocato, Caleca difende Antonello Montante, da molti considerato il vero sponsor della giunta Crocetta. Per capire il calibro di quest’uomo, si deve pensare che in gioventù si sposa grazie alla testimonianza di un’amico d’infanzia, incidentalmente boss mafioso. Poi, da imprenditore che dovrebbe produrre biciclette, ma la fabbrica secondo una trasmissione Rai non produrrebbe granché, riesce a scalare tutte le posizioni possibili di Confindustria, fino a diventare Vice Presidente nazionale. Grazie al suo impegno anti mafioso viene anche designato nel potente gruppo ristretto che gestisce i beni sequestrati alla mafia. A lui vengono addebitate tante scelte, dalla nomina di almeno due assessori nel governo Crocetta, a quelle sulle discariche siciliane, dalla decisione di commissariare le camere di commercio siciliane, a quella di creare la super Camera di Commercio di Catania, Siracusa e Ragusa, che porta anche a riunire sotto un unico ente le azioni della SAC SpA, società che gestisce l’aeroporto di Fontanarossa, che totalizza dieci milioni di passeggeri e che quindi incassa, di sole tasse d’imbarco, ottantacinque milioni l’anno. Montante è ora in carcere, con l’accusa di essere organico alla mafia. Crocetta non parla di lui, se non per minimizzare il suo ruolo. Musumeci, attuale presidente siciliano, in commissione antimafia invece nega l’esistenza di un sistema Montante, parlando al contrario di un sistema Lumia. Ora, la nomina di Caleca, difensore di Montante, nel Consiglio di Giustizia Amministrativa.

Giovanni Ardizzone, politico dell’UDC, partito che esiste quasi solo in Sicilia, ancora. È stato presidente dell’Assemblea Regionale, il Parlamento siciliano, nella scorsa legislatura, quella di Crocetta presidente. Ardizzone è anche lui avvocato e si è distinto nella sua attività parlamentare per aver presentato ben due disegni di legge, uno per la riduzione dei vitalizi ai parlamentari, l’altro per favorire le attività di promozione turistica della Fondazione Federico II, l’ente dell’Assemblea Regionale sul quale si concentrano molti degli interessi di quanti hanno la fortuna di rivestire il ruolo di Presidente del Parlamento siciliano.

Due politici di lungo corso ed entrambi vicini agli ambienti che hanno governato nella scorsa legislatura. Uno di loro accusato di contiguità mafioso e in carcere con l’accusa di aver tentato di inquinare le prove a suo carico. Questi due politici saranno chiamati a decidere sui ricorsi amministrativi. L’opposizione a Palazzo dei Normanni, rappresentata dal Movimento 5 Stelle, parla di nomina di politici ancora in attività e in relazione con imprese e amministrazioni, paventando la difficoltà per loro di essere terzi e imparziali.

Ma sono siciliani anche i protagonisti dello scandalo al Consiglio di Stato di Roma. Possiamo tratteggiare l’elenco scorrendo un articolo preciso di Mario Barresi, sulle colonne de La Sicilia. Piero Amara, avvocato, accusato di bancarotta fraudolenta e rivelazione di segreto d’ufficio, è al centro di quello che è stato battezzato ‘Sistema Siracusa’. Secondo le accuse, questo sistema si basa proprio sull’aggiustamento delle sentenze. È Amara a fare da tramite per la compravendita dei giudizi. Insieme a lui, il sodale Giuseppe Calafiore, che si è guadagnato le stesse accuse e sarebbe la fonte principale per i magistrati, a cominciare da Paolo Ielo, in servizio a Roma, che ha chiesto una proroga delle indagini su un processo che sembrava destinato a morire, come altri che hanno riguardato quanti sono coinvolti in questa inchiesta. La moglie di Amara e il fratello di Calafiore, Diego, sono accusati di sola bancarotta.

Altri protagonisti del “sistema Siracusa” sono: l’imprenditore Alessandro FerraroDavide Venezia (condannato a 4 anni e 2 mesi per associazione a delinquere e corruzione dell’ex pm Giancarlo Longo), Marco Salonia (già indagato a Roma, ritenuto un prestanome dei due avvocati) e Sebastiano Miano (a processo nel filone messinese). Nel registro degli indagati per corruzione in atti giudiziari figurano anche: il presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Sergio Santoro, in lizza per il ruolo di presidente aggiunto; Nicola Russo, già coinvolto in precedenza per una vicenda giudiziaria con l’imprenditore Stefano Ricucci, e l’ex dirigente del Consiglio Antonio Serrao, oggi procuratore aggiunto Figc, ed oggi arrestato. Tutti indagati, a vario titolo, per corruzione in atti giudiziari.

Altri due giudici coinvolti nell’inchiesta sono: Luigi Caruso, ex giudice della Corte dei conti, oggi in pensione. Caruso, catanese d’origine, è stato già condannato nel 2011 a tre anni per corruzione, ma poi ha beneficiato della prescrizione del reato mentre pendeva il processo di appello. Ora è indagato per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. L’ex magistrato, tra le altre cose, come si legge nelle carte del sistema Siracusa, viene avvertito dall’avvocato Amara di essere sotto intercettazione. La soffiata sulle intercettazioni arriva anche a Raffaele De Lipsis, ex presidente di Consiglio di Stato e Cga siciliano, ora sotto inchiesta per concorso in corruzione e arrestato oggi. Quest’ultimo era stato nella “traghettopoli” di Morace.

Nella stessa richiesta di proroga delle indagini chiesta dai pm romani si tiene conto anche di un’altra vicenda che coinvolge toghe, ma anche politici siciliani. Per le elezioni regionali del 2012, gli elettori di nove sezioni di Pachino e Rosolini, a seguito di un ricorso presentato dal deputato Giuseppe Gennuso, anche lui arrestato oggi, vengono richiamati alle urne nell’ottobre 2014. Le ‘suppletive’ originate dal ricorso fanno guadagnare lo scranno al politico, ma danno il via a un’inchiesta giudiziaria. In origine, il fascicolo si chiamava “Gennuso Giuseppe + 14”. Quindici gli indagati. Oltre al deputato regionale Pippo Gennuso, arrestato lo scorso aprile per voto di scambio politico-mafioso, poi scarcerato dal Riesame che fece cadere l’aggravante mafiosa e oggi nuovamente arrestato, sono coinvolti i figli Luigi e Riccardo, ma anche gli onnipresenti Amara e Calafiore. Nella lista degli indagati pure l’ex governatore Raffaele Lombardo,che molte voci indicano in lui l’ispiratore delle nomine al CGA degli ultimi anni el’ex ministro Saverio Romano. Una curiosità: il pm di Palermo, Piero Padova, il 30 maggio 2017 chiede per tutti gli indagati il proscioglimento, ma il gip Roberto Riggio dispone un supplemento d’indagine, ordinando anche l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente del Cga, Raffaele De Lipsis, ritenuto «il terminale della attività posta da alcuni degli indagati».

Il fascicolo è quindi ora nelle mani della Procura di Roma che avrebbe ottenuto le rivelazioni anche di Amara. Secondo un altro deputato regionale, Enzo Vinciullo, la sentenza per la ripetizione delle elezioni sarebbe costata a Gennuso duecentomila Euro. Dall’incartamento, il giornalista Barresi cita la frase attribuita a Vinciullo: «Gli hanno fottuto i soldi!… i giudici… mi ha detto che questo scherzetto gli è costato 200mila euro». Vinciullo, avrebbe poi dichiarato di non ricordare da chi avesse appreso della presunta mazzetta. Il gip invece parla dell’On. Gennuso  e della sua attività «diretta a influenzare l’esito del giudizio» al Cga, presieduto da De Lipsis. Nel corso delle indagini, sono stati tracciati «i continui rapporti» dell’allora aspirante deputato con Amara e Calafiore, che «ufficialmente non hanno alcun incarico ma che si occupano attivamente della vicenda». Sono state anche fatte delle verifiche, su richiesta del gip, su un bonifico partito il 18 novembre 2013 dal conto corrente di Gennuso della Banca agricola popolare di Rosolini. Nelle intercettazioni telefoniche, il politico e i figli parlano tra loro di «cassette di papaya» da trasportare e di «sacchetti di plastica» da riempire con un non meglio identificato contenuto.

L’ex ministro Romano si troverebbe coinvolto nell’inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio a causa di “una telefonata nel corso della quale mi congratulavo con l’interessato per la sentenza a lui favorevole su un contenzioso elettorale, specificando di avere appreso la notizia dall’avvocato Amara”. La chiamata è del 4 febbraio 2014: «Ho notizie da Piero Amara… Quindi so che le cose vanno bene!», dice l’ex ministro a Gennuso. Il futuro deputato regionale cade dalle nubi, perché la sentenza del CGA che lo riguarda non è ancora stata pubblicata. “Pur essendo stato informato dell’esito positivo, al telefono con l’ex ministro finge di non saperne nulla. «Ma già l’hanno pubblicata? Io ancora non lo so…»”.

L’ex governatore Raffaele Lombardo, che a giorni dovrà difendersi in un altro processo per concorso esterno in associazione mafiosa, dove in primo grado è stato condannato, in secondo assolto, ma con rinvio della Cassazione, in appello, a sua volta è indagato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio. L’ex presidente siciliano farebbe parte di «una sorta di cordata» a sostegno di Gennuso. Tra i due sono stati registrati decine di telefonate e numerosi incontri a Roma e a Catania per discutere del ricorso al Cga. Lombardo avrebbe rassicurato in un’occasione Gennuso: “Sei sempre in cima ai miei pensieri”, gli avrebbe detto. Nelle indagini di Roma anche altri due uomini legati a Gennuso: Enzo Medica, ex assessore a Noto, e Walter Pennavaria, ex amministratore del Consorzio “Granelli”, che si occupa di distribuzione di acqua.

Nella lista dei 31 indagati c’è anche uno 007: Loreto Francesco Sarcina, 55 anni, ex carabiniere in servizio fino al luglio scorso all’Aisi. Amara e Calafiore, ammettono che è lui una delle talpe del sistema. Lo avrebbero pagato 30mila euro per rivelare dettagli delle indagini a loro carico. L’ufficiale è stato arrestato a Roma dopo una lunga caccia condotta anche dentro un convento. Lì, il “Signor Franco”, così si faceva chiamare, consegnò una chiavetta Usb ai due avvocati in cambio del denaro. Nella perquisizione a casa di Sarcina, i finanzieri trovarono un passaporto falso intestato a Rodrigo Martinez che recava però la foto di Aurelio Voarino, ora indagato, che riveste il ruolo di capo della sicurezza privata di Ezio Bigotti, anche lui inquisito. Quest’ultimo è ritenuto il «beneficiario di utilità promesse» al magistrato Virgilio, ed è anche “socio” della Regione Siciliana grazie alla proprietà di una quota del 25% della partecipata Sicilia Patrimonio Immobiliare.

Le informazioni riferite sono state tratte in grandissima parte dall’articolo di Mario Barresi “Toghe e politici, la trama siciliana nell’almanacco della corruzione siciliana.” Pubblicato da La Sicilia del 25 gennaio, e dalle notizie riferite dalla giornalista Maria Teresa Camarda della testata Live Sicilia, nell’articolo del 2 dicembre 2018 dal titolo “Quelle nomine bipartisan al CGA”.