L’Ucraina, che domenica 21 aprile ha visto la vittoria alle elezioni presidenziali di Volodymyr Zelensky, presidente prima per finta e ora per davvero, è un paese in guerra da cinque anni esatti, sebbene il conflitto ucraino sia finito nel dimenticatoio da tanto tempo.

Nell’aprile 2014 scoppiò la guerra tra i separatisti filo-russi delle province sud-orientali di Donetsk e Luhansk, desiderosi di rendersi indipendenti da Kiev e venir annessi dalla Russia, e il governo ucraino. L’inizio della guerra nel Donbass fu il culmine di un periodo parecchio movimentato e tribolato per l’Ucraina.

A cavallo tra 2013 e 2014 piazza Maidan, la piazza centrale di Kiev, fu occupata da migliaia di manifestanti che protestavano contro il presidente Viktor Janukovic, accusato di voler tessere stretti legami con la Russia invece che con l’Unione Europea. Le proteste degenerarono in modo tragico nel febbraio 2014 quando scontri tra forze dell’ordine e manifestanti causarono la morte di un centinaio di persone.

Il 22 febbraio Janukovic fuggì in Russia mentre il parlamento procedette a destituirlo e a indire elezioni presidenziali per il mese di maggio.

Agli occhi della Russia l’Ucraina era passata nel giro di appena una manciata di giorni dall’essere un paese amico all’essere un paese filo-occidentale con una nuova classe dirigente desiderosa di approfondire le relazioni con Unione Europea e Nato e tagliare i ponti col Cremlino.

L’eventualità che Mosca perdesse la base della flotta del mar Nero di Sebastopoli, una catastrofe strategica, divenne realtà e ciò portò all’annessione russa della Crimea nel marzo 2014. 

Tale annessione, che fortunatamente non generò spargimenti di sangue, venne legittimata con un dubbio referendum popolare e giustificata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale con  la presenza in Crimea di una popolazione a maggioranza russofona.

Nell’aprile 2014 i tentativi da parte dei separatisti del Donbass di impadronirsi degli edifici della pubblica amministrazione degenerarono nello scontro armato con le forze di sicurezza del governo di Kiev.

I separatisti delle province russofone di Donetsk e Luhansk, situate all’estremità sud-orientale dell’Ucraina, al confine con la Russia, erano intenzionati a distaccarsi dall’Ucraina e creare delle repubbliche indipendenti, con l’auspicio di venir annessi alla Russia.

La proclamazione delle repubbliche popolari di Donestk e Luhansk venne legittimata con due referendum popolari tenutisi l’11 maggio 2014 mentre i combattimenti erano in corso.

I dieci mesi tra l’aprile 2014 e il febbraio 2015 furono il periodo più caldo e sanguinoso della guerra del Donbass. 

In quei dieci mesi l’intensità degli scontri tra separatisti ed esercito di Kiev raggiunse il suo apice con migliaia di morti e feriti e centinaia di migliaia di sfollati.

La Russia intervenne a sostegno dei separatisti mentre nell’estate 2014 avvenne il fatto più drammatico di tutta la guerra: il 17 luglio il Volo 17 della Malaysia Airlines, decollato da Amsterdam con destinazione Kuala Lumpur, venne abbattuto da un missile mentre sorvolava i cieli del Donbass. Tutte le 298 persone a bordo del velivolo morirono.

L’intensità degli scontri calò drasticamente a partire dal febbraio 2015, quando Ucraina, Russia, Germania e Francia firmarono il protocollo di Minsk II. 

Il più grande merito di questa intesa diplomatica è stato quello di aver ridotto sensibilmente l’intensità degli scontri armati tra separatisti ed esercito ucraino. Tuttavia, Minsk II non ha portato alla fine della guerra e il cessate il fuoco è stato ripetutamente violato da ambo le parti in questi anni. Nonostante il silenzio dei media, negli ultimi quattro anni la guerra del Donbass è continuata e migliaia di persone sono morte nonostante la descalation del conflitto.

A cinque anni esatti dallo scoppio della guerra, le truppe sono ancora schierate lungo la linea del fronte e nel Donbass si continua morire. L’Ucraina è tuttora un paese in guerra.

Attualmente i separatisti controllano le città-capoluogo di Donetsk e Luhansk e il confine con la Russia ma non controllano tutto il Donbass.

Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Ohchr) la guerra del Donbass ha finora causato circa 13 mila morti, di cui 3 321 civili. I feriti sarebbero circa 30 mila mentre gli sfollati oltre un milione. 

Nel 2018 le vittime civili sono state 279, di cui 55 morti e 224 feriti. Lo scorso anno le vittime civili sono diminuite del 54 % rispetto al 2017 quando vi furono in tutto 604 vittime (117 morti e 487 feriti).

Il conflitto del Donbass, di cui per ora non se ne vede la fine, non è semplicemente una guerra tra il governo ucraino e i separatisti filo-russi appoggiati dalla Russia, bensì è una guerra per procura tra quest’ultima e l’Occidente.

Allorquando l’Ucraina è passata dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale la Russia ha annesso la Crimea e poi è scoppiata la guerra nel Donbass.

Per la Russia l’Ucraina ha un’inestimabile rilevanza strategica in quanto con essa condivide un confine molto lungo che è la porta d’accesso al cuore della Russia europea.

La destituzione di Janukovic e l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente, in particolare alla Nato, sono stati eventi deleteri per la Russia in quanto l’Ucraina ha cessato di essere un paese amico ed è passata nella sfera d’influenza occidentale.

L’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato è una questione molto delicata che potrebbe avere conseguenze imprevedibili sulla relazione tra Russia e Occidente.

Se l’Ucraina entrasse nell’alleanza nord-atlantica la Russia si troverebbe a condividere un lungo confine con un paese della Nato.

Pertanto, in caso di guerra tra Russia e Nato, la Russia si troverebbe esposta a un’immediata invasione straniera da occidente, incubo da evitare a tutti i costi e già concretizzatosi negli scorsi due secoli al prezzo di devastazioni e sofferenze incommensurabili.

In poche parole, l’ingresso di Kiev nella Nato rappresenterebbe una grave minaccia per la sicurezza nazionale russa. Attualmente, l’Ucraina è uno Stato cuscinetto tra l’alleanza nord-atlantica e la Russia e così dovrebbe continuare ad essere se non si vogliono deteriorare ulteriormente i rapporti tra Occidente e Russia.

Lo scorso febbraio il parlamento ucraino ha approvato degli emendamenti costituzionali in cui si dice che la strategia di politica estera del paese è funzionale all’ingresso nella Nato e nell’Unione Europea.

L’intenzione di entrare in queste organizzazioni internazionali è talmente radicata da essere stata messa per iscritto ed inserita nella Costituzione mentre l’ex presidente Petro Poroshenko ha più volte sottolineato la volontà di aderire alla famiglia occidentale traverso l’ingresso nell’Ue e nella Nato, marcando una netta discontinuità rispetto al suo predecessore filo-russo.

Che farà adesso il neo presidente Zelensky? Proseguirà lungo il cammino verso Bruxelles oppure privilegerà una politica di equilibrio attraverso un appeasement con la Russia mirato a trovare una risoluzione politica alla guerra nel Donbass? Solo il tempo potrà rispondere a queste domande.

Per il momento l’unica certezza è che nel Donbass si continuerà a morire.