Ci interroghiamo continuamente su come sia cambiato il nostro modo di comunicare, dal passato al giorno d’oggi, e su come esso continuerà a farlo.
La comunicazione pervade e influenza continuamente la nostra vita quotidiana: dalle aziende ai social media, alle istituzioni, alla politica, al mondo del sociale. In ogni ambito è sempre più forte il bisogno di relazionarsi al mondo e di saper comunicare in modo efficace. Il primo assioma della comunicazione, stilato dagli psicologi della scuola di Palo Alto nel 1967, di cui uno dei maggiori esponenti fu Paul Watzlawick, recitava così: È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto.

E lo sanno bene gli ideatori de La Fabbrica dei Leader, tenutosi sabato 1 e domenica 2 dicembre a Roma, nella elegante location del Roma Life Hotel, secondo i quali CHI NON COMUNICA NON ESISTE. È stato questo, infatti, lo slogan che ha accompagnato i conduttori Luca Telese e Luigi Crespi nella due giorni in cui si sono susseguiti, in un tamburellare di interventi, professionisti provenienti da vari settori, a testimoniare l’importanza del saper comunicare in modo efficace. Tanti gli ospiti, tanti gli spunti di riflessione e i dibattiti, partendo da una prima giornata teorica, introdotta da Luigi Crespi con i suoi 10 pilastri della comunicazione, in cui venivano citati concetti assai noti a noi psicologi come empatia, ascolto, attenzione e assertività con l’unica interessante novità dell’introduzione del concetto di studio.

Ebbene sì, oggi chi comunica deve mostrare anche uno studio specialistico nel proprio background, altrimenti la comunicazione si riduce a pura chiacchiera. Si è poi passati all’intervento di un economista esperto di neuromarketing, Francesco Gallucci, he ha illustrato i principi della comunicazione verbale e non verbale e si è proseguito con l’intervento del giornalista e politico Marco Berlinguer che ha trattato il tema del cambiamento del concetto di comunicazione nel passaggio epocale a cui assistiamo, intervallata dalle osservazioni puntuali e stimolanti dei conduttori, Luca Telese e Luigi Crespi.

Eccoci giunti così alla seconda giornata in cui diversi imprenditori hanno raccontato le loro esperienze pratiche e di come, nelle loro aziende, si siano serviti dei principi della comunicazione, introducendo concetti come flessibilità, condivisione, team e (finalmente!) anche di stati d’animo nei loro lavori quotidiani. Cambiare in un mondo che cambia, in cui i Social Media parlano e la popolarità e la reputazione di un brand, un prodotto o una persona vengono determinate dal numero di utenti che ne condividono i contenuti e lasciano i propri commenti. Questi i temi affrontati dai vari manager, intervallati dal racconto della vita di Gaetano Saffioti, imprenditore calabrese da 17 anni sotto scorta per aver detto No alla ndrangheta. Una comunicazione chiara e decisa, la sua, carica di passione ed entusiasmo per il suo lavoro.

Cosa vuol dire oggi essere leader? Siamo nell’era dell’emotività totale, e per fortuna, non ci sono più i leader autoritari di una volta. Essere leader oggi vuol dire entrare in risonanza con i propri subordinati, innescando armonie. Secondo Daniel Goleman, autore di Intelligenza emotiva, un vero leader è colui che viene seguito dal team in modo spontaneo, armonico e sincero. Lo stile comportamentale di un leader, dunque non solo e non più le cose che fa, ma come le fa, assume un ruolo importantissimo. Le ricerche dimostrano che la nostra stabilità emotiva è legata all’interazione con le altre persone: le nostre emozioni si adeguano in automatico a quelle del nostro interlocutore, alterandone addirittura i parametri fisiologici. In alcune ricerche di laboratorio, gli scienziati hanno studiato i parametri fisiologici di due persone che conversavano piacevolmente. Mentre all’inizio i corpi funzionavano a ritmi diversi, dopo soli quindici minuti di conversazione, i loro profili fisiologici erano diventati simili, per il noto fenomeno del Mirroring, o rispecchiamento.

Ecco perché risulta fondamentale in un luogo di lavoro la presenza di persone rilassanti o perlomeno non ansiogene, se vogliamo evitare quegli effetti ormai noti a tutti, sia fisiologici, come battito cardiaco accelerato, sudorazione, a quelli comportamentali, come assenze ripetute dal lavoro a quelli cognitivi, come abbassamento di autostima e pensieri svalutanti, che non aiutano certamente il buon andamento lavorativo. Non c’è da stupirsi. L’ansia intacca l’efficienza cognitiva. E quindi viene ridotta drasticamente la capacità di problemi solving o di
afferrare nuovi concetti (vedi gli studi di Ashcroft e Kirk, 2001). Invece livelli di cortisolo nella norma ci danno energia e ci consentono di impegnarci a fondo. Nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi in un ambiente di lavoro con delle relazioni tossiche, basate su rabbia e malessere generale. Un bravo leader ne regola di continuo l’impatto emotivo sui suoi collaboratori, dando prova di empatia, prendendo a cuore la situazione che non va e sforzandosi di migliorare le cose, facendo molta attenzione ai sentimenti degli altri e aiutandoli a metabolizzarli.

Ecco le parole che avrei voluto sentire a La fabbrica dei Leader, più emozioni e meno ruoli. Sì, più emozioni. Oggi un leader deve possedere obbligatoriamente delle capacità emotive: l’atmosfera che riesce a creare in un’azienda fa la differenza e le ricerche lo dimostrano. In un’inchiesta che ha coinvolto dipendenti di 700 aziende, la maggioranza ha dichiarato che lavorare per un capo umanamente comprensivo era più importante che guadagnare molto (sondaggio citato da Zipldn su The New York Times del 31 maggio 2000). Sempre secondo Goleman, gli stati emotivi e le sue azioni incidono in modo immediato sulla vita emotiva e quindi anche sulle prestazioni dei suoi subordinati. Quando la mente, quindi, funziona seguendo un’armonia interiore, capacità importantissime su un luogo di lavoro come efficienza, immediatezza, rapidità, pensiero creativo, flessibilità cognitiva e potenza, toccano i valori massimi. Perché non sfruttare dunque i principi della psicologia e far entrare i risultati delle ricerche dell’intelligenza emotiva nelle nostre aziende? Sono certa ci sarebbero grandi risultati e forse non assisteremmo così frequentemente alla fuga dei nostri giovani cervelli, alla ricerca di aziende innovative che offrano maggiori opportunità di crescita.

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Sono una psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e mi sono laureata nel 2002 presso l'Università La Sapienza di Roma. La mia passione per l'ambito clinico mi ha portato a frequentare diversi masters, tra cui quello dell'Università Cattolica del Sacro Cuore che mi ha dato la formazione teorica di psicologia e psichiatria ospedaliera. A questa esperienza è seguita quella pratica e interessantissima di collaborazione con l'Ambulatorio di Psicologia dell'Ospedale di Rieti, iniziata nel 2004 e terminata da poco. All'interno di questo servizio ambulatoriale è stato impostato un servizio di assistenza a pazienti oncologici, con percorsi psicoterapici strutturati e paralleli a quelli farmacologici. Contemporaneamente, sempre nel 2004, ho iniziato l'esperienza di Psicologa Responsabile del Centro Antiviolenza della Regione Lazio, che è andata avanti per 10 anni. Sono appassionata di Mindfulness e tecniche di rilassamento, su cui tengo dei seminari. Attualmente partecipo come relatore a convegni di Psiconcologia e seguo i miei pazienti presso gli studi di Roma e Rieti. Effettuo inoltre consulenze on line in tutta Italia e a italiani residenti all'estero.