Le elezioni svedesi del Riksdag (parlamento reale) segnano un vero punto di svolta e l’immigrazione è il nocciolo della retorica politica. Epurati gli estremisti, i razzisti e i nazisti, nella formazione di Jimmie Åkesson restano una sorta di proto-panscandinavisti. Il loro punto di forza è proprio quello di terminare la politica dell’ “öppna era hjärtor” (aprite i vostri cuori) propinata dallo scorso presidente liberale Reinfeldt.


Riksdagshuset – Parlamento Reale

In Svezia, il problema inerente la migrazione è collegato allo sfaldamento della coesione sociale e al crollo del Welfare:

  • per primo, riguarda il costo relativo alle politiche migratorie che rappresentano una perdita secca (anche perché la Svezia a differenza dell’Italia è in espansione demografica con un’alta fertilità, e non necessita di manodopera a basso costo);
  • in secondo luogo, la miglior politica integratoria non-assimilatrice finora provata, nonostante i costi altissimi, semplicemente non produce i risultati sperati: non integra. I rifugiati finiscono quasi sempre in piccoli borghi alle periferie delle grandi città dove in pochi anni costituiscono assoluta maggioranza (con picchi superiori al 90%).

Si estendono a macchia d’olio i ghetti e i quartieri dove lo Stato ha perso il monopolio della forza, dove le donne sono costrette a eseguire gli ordini dei padri di quartiere, dove i giornalisti non possono fare domande, dove la polizia ha seria difficoltà a tornare in centrale senza gli specchietti rotti. Aumenta il contrabbando di arsenali bellici come granate e mitragliatori. Aumenta il numero di Foreign fighters in partenza per arruolarsi fra i tagliagole. In sintesi, si stanno, formando tanti Little-Iraq, Little-Iran e Little-Pakistan che sentono un legame molto più forte con la cultura dalla quale scappano piuttosto che con la cultura che con tanti sacrifici li ospita. Tutto ciò nonostante le politiche migratorie prevedono corsi di lingua obbligatoria, case popolari dignitose e inserimento immediato nel mercato del lavoro.

Riferisce il Commissario del NOA (Dipartimento operativo di polizia) Catharina Greiff che nel 2017 sono detonate in luoghi pubblici, con diversi morti e feriti, ben 21 granate M75 su 36 ritrovate. Nel 2015 ne sono detonate 10 su 45, nel 2016 ben 35 su 55.

Riferisce il Totalförsvarets ammunitions-och minröjningscentrum (TAM, organo ramo del ministero della difesa) che queste armi da guerra sono contrabbandate attraverso la Polonia dai paesi dell’Ex-Jugoslavia da cittadini svedesi di origine balcanica che formano una testa di ponte con i contrabbandieri della patria di origine.

La polizia di Stato conta 23 zone dove la sovranità dell’autorità è particolarmente limitata, queste sono le famose “No-go-zoner”. Termine militare assolutamente improprio al contesto cittadino, che però mostra quale sia l’impressione che gli svedesi hanno di questo fenomeno. Queste zone sono così definite in quanto né le ambulanze né i vigili del fuoco hanno possibilità di operare senza essere scortati dalle forze di polizia.
Tre sono le categorie, dalla più grave che conta 23 zone, quella ad alto rischio che ne conta 6 e quella di esclusione con 32 zone.

Infatti, in un Paese dove nudità e libertà sessuale sono scontati per uomini quanto per donne, dove la secolarizzazione e la presenza della chiesa è ridotta, dove le madri lavorano e i padri stanno a casa con i figli, dove i bambini vanno a scuola da soli al mattino, dove la tolleranza per il diverso è massima e dove la forza non è lo strumento privilegiato neanche delle stesse forze dell’ordine;

risulta ovvio tale sistema “aperto” crolla su se stesso con l’ingresso di ingenti masse di rifugiati per i quali le donne valgono meno del gatto di casa, dove la parola “libertà” va ricercata nei testi sacri, dove la violenza e la forza costituiscono il primario strumento per la giustizia personale, dove la tolleranza per diversi e omosessuali non si sa cosa sia.

Il problema è proprio questo: non tutti i migranti riescono a lasciare a casa la propria cultura.

Il paradosso consiste proprio nel fatto che il modello liberale-socialdemocratico potrà continuare ad essere solo ed esclusivamente se i cittadini ivi residenti accetteranno la superiorità di questo modello sugli altri, senza cercare di anteporre il proprio modello di provenienza. Altrimenti, come si chiedeva Popper, come può una società aperta sopravvivere se non la si tutela da chi la società la vuole chiusa? Come fa una società a restare aperta quando una crescente minoranza al suo interno la ripudia e la maggioranza non ha la forza di contrastare l’ascesa di queste minoranze? Ed è su questo paradosso che verterà il dialogo politico dei prossimi 20 anni in tutta Europa.

Il giovane di Ivetofta, leader dei democratici svedesi, sta paradossalmente cercando di salvaguardare quel modello aperto di società. Modello che gli stessi socialdemocratici non riescono più a difendere per via delle loro stesse contraddizioni ideologiche.

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Jimmie Åkesson, l’ombra di Popper sul paradosso svedese (Parte I)